Triste fu la fine di uno dei più splendidi e munifici principi rinascimentali, il Duca Ludovico Sforza, detto il Moro, spirato il 27 maggio del 1508 nella Fortezza di Loches, in Francia, dopo aver trascorso gli ultimi otto anni della sua vita in prigionia, passando il tempo a dipingere, giocare a carte o pescare nel fossato attorno al castello.

Davvero poca cosa per un personaggio come lui, fino a pochi anni prima abituato a sfarzose feste di corte cui partecipava tutto il “bel mondo” dell’ultimo scorcio del XV secolo, in quella Milano che, sotto il suo governo, si era trasformata in una capitale alla moda, da quel “paesone” che era stato fin ad allora.

Nato nel 1452, come quarto figlio maschio del Duca Francesco I Sforza e di sua moglie Bianca Visconti, fu soprannominato “il Moro” non si sa bene se per il colorito della carnagione o, più probabilmente, per aver introdotto nel Milanese la coltivazione del gelso, detto “moron”. Dopo l’assassinio di Galeazzo Maria, suo fratello maggiore succeduto al padre nella guida del Ducato di Milano, Ludovico, uomo al tempo stesso affascinante, perverso e senza scrupoli, iniziò all’insegna del motto “merito et tempore” (cioè: “per merito e col tempo”) una tanto lunga, quanto tenace rincorsa verso il potere, per esautorare poco a poco il legittimo erede del Ducato, il nipote settenne Gian Galeazzo, a sua volta affidato alla reggenza della madre Bona di Savoia.

Dopo alterne vicende, che lo costrinsero ad un temporaneo esilio in terra toscana e costarono poi la testa al povero Cicco Simonetta, principale consigliere della Duchessa vedova Bona, con un attento gioco di alleanze, tanta spregiudicatezza ed anche una buona dose di fortuna Ludovico si liberò dei fratelli (defunti o promossi al Cardinalato, come Ascanio) e costrinse la cognata a ritirarsi in stato di semi-prigionia nel Castello di Abbiategrasso, così potendo de facto assumere la reggenza dello Stato, come governatore ed in nome del nipote, un fantoccio cui si consentiva di tutto (divertimenti d’ogni tipo, compagnia di signore sempre disponibili, begli abiti, profumi, tornei e via discorrendo…) purché si astenesse dalla trattazione degli affari di Stato, ovviamente riservati allo zio. Gian Galeazzo si trasformò così in un rammollito, sbeffeggiato senza ritegno anche in pubblico da Ludovico che, dopo avergli combinato il matrimonio con la principessa Isabella d’Aragona, nipote del Re di Napoli, lo derise per non essere riuscito a consumarlo, se non con notevole ritardo. In tal modo sistemato il nipote, Ludovico pensò bene, dopo tante amanti (fra cui la famosa Cecilia Gallerani, ritratta da Leonardo nelle sembianze della “Dama con l’ermellino”), di trovare una moglie adeguata al suo rango. La scelta cadde sulla sedicenne Beatrice d’Este, impalmata nella cappella del Castello di Pavia nel gennaio del 1491 dopo che la poveretta, accompagnata dalla sorella Isabella, aveva sopportato gelo e pene a non finire per compiere un difficile viaggio controcorrente risalendo il Po, a bordo di un barcone, per giungere fino a Pavia dalla natia Ferrara.

Non passò molto tempo che nel 1494 l’effettivo Duca Gian Galeazzo spirò, secondo alcuni perché consumato dai suoi stessi eccessi, per altri invece avvelenato dallo zio, che in tal modo si garantì la pienezza del potere. Affiancato da una moglie bella, giovane e raffinata, Ludovico fece della propria corte la più “in” dell’epoca, il luogo dove tutti volevano essere per partecipare alla più sfarzose feste di quegli anni. Si circondò inoltre degli artisti e letterati più importanti del momento, in primis il Bramante e Leonardo da Vinci, che ci hanno lasciato, oltre al resto, la bellissima Chiesa di Santa Maria delle Grazie, con l’annesso Cenacolo. Tutto questo splendore però fu di breve durata perché già nel 1494, con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia e delle sue truppe, chiamate in chiave anti-aragonese proprio da Ludovico, sull’intera penisola si addensarono i primi nuvoloni di quella tempesta che per quasi quattro secoli avrebbe reso il nostro Paese, suddiviso in Staterelli tutti perennemente in lotta fra loro, una terra di conquista per questo o quell’esercito straniero. Dopo il grave lutto costituito dalla perdita della giovane moglie, Ludovico diventò infine la vittima designata delle bramosie di Re Luigi XII di Francia che, ingolosito da tante ricchezze, pensò bene di far valere sul Ducato di Milano i presunti diritti ereditari derivantigli dalla nonna paterna, Valentina Visconti. Sconfitto dai Francesi nella battaglia di Novara dell’aprile del 1500, Ludovico fu fatto prigioniero ed inviato in Francia a dorso di una mula, vestito da “zambeloto” (sempliciotto), proprio lui che era conosciuto per la raffinatezza dei suoi abiti. Ultimo Duca di una Milano libera, potente ed indipendente, Ludovico con la sua vicenda personale divenne così l’emblema di un intero Paese che per troppo tempo, dopo di lui, sarebbe risultato uno zimbello in mani straniere.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

In copertina: Ritratto di Ludovico Sforza, autore Giovanni Ambrogio de Predis. Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore