Il massacro di Batak, compiuto intorno al 5 maggio 1876, vide i basci-buzuk, truppe irregolari ottomane motivate ​​a combattere principalmente dalle aspettative di saccheggio, trucidare tra i tremila ed i cinquemila bulgari della città di Batak. Era una rappresaglia perchè quella gente aveva giocato un ruolo importante durante l’insurrezione del mese precedente.

Gli insurgenti di Batak, nella rivolta di aprile, si erano impossessati dei magazzini di villaggi circostanti garantendo la fornitura di viveri ai ribelli. In gruppi armati avevano anche bloccato le arterie della zona impedendo ai soldati turchi di ricevere rifornimenti. Guidati dal voivoda Petar Goranov, attaccarono ripetutamente dei contingenti ottomani. Tuttavia questo piano non prevedeva difese e soccorsi per Batak e quando arrivò la risposta del governo non ci fu nulla da fare.

La attaccarono ottomila basci-buzuk, soldati irregolari, in prevalenza pomacchi, ovvero musulmani slavi di Bulgaria, comandati da Ahmet Aga Barun. Dopo il primo scontro, i bulgari, con a capo il sindaco Trendafil Toshev Kerelov e suo figlio Petar Trandafilov Kerelov, concordarono col nemico, in cambio della loro resa, il ritiro delle truppe. Una volta disarmati però i cittadini di Batak si videro passati per le armi in un effluvio di sangue. Kerelov fu impalato e bruciato, mentre i basci-buzuk fecevano irruzione nelle case. Uccisero chi vi trovarono ed appiccarono il fuoco agli edifici. Questa stessa sorte toccò a circa 200 persone che avevano cercato riparo nella casa di un ricco del posto, Bogdan. Furono condotti fuori, spogliati e uccisi. Chi si era nascosto nella locale scuola morì bruciato nel rogo che i basci-buzuk vi appiccarono.

Parte della popolazione, in preda al terrore, si rifugò nella Chiesa di Sveta Nedelya. Donne, bambini ed anziani stettero in preghiera, mentre gli uomini resistevano alla porta, respingendo i nemici. Incapaci di sfondare l’entrata essi appiccarono il fuoco all’edificio che però era fatto da pietre. La chiesa bruciò per tre notti, ma le persone non uscirono, provando a resistere al fumo ed al calore. Per inumidire le loro labbra e quelle dei loro bambini, le donne usavano l’olio dei turiboli delle icone e persino il sangue dei morti. Buona parte di essi preferì morire di soffocamento, chi alla fine decise di uscire trovò ad attenderlo Ahmed Aga. La maggior parte delle vittime furono decapitate o sventrate. Questa pratica era sistematica per le donne incinte, i cui bambini venivano strappati vivi dai loro ventri. Ahmed Aga promise l’immunità solo a coloro che avessero accettato di convertirsi all’Islam, ma non ve ne furono.

I martiri sono stati canonizzati dalla Chiesa ortodossa bulgara il 3 aprile 2011 e ora sono commemorati il ​​17 aprile.

Uno dei primi stranieri a descrivere gli orrori in Bulgaria fu il giornalista americano Genius McGahan, corrispondente del Daily News. In diverse occasioni, McGahan fu sul punto i rinunciare alle sue indagini per l’orrore che vedeva. L’opinione pubblica internazionale fu sconvolta da quelle rivelazioni e personalità come Victor Hugo e Garibaldi guidarono diverse proteste. Il massacro fu pure una delle ragioni che portarono alla guerra russo-ottomana con la Russia si erse a protezione dei bulgari ortodossi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete