Il nome Ciane è legato a tre diversi racconti della mitologia ellenica in Italia e Sicilia.

Ciane è figlia di Liparo, re degli Ausoni e figlio del re Ausone, dunque discendente di Ulisse. Spodestato dai fratelli, Liparo si rifugiò nelle isole cui dette il nome, le isole Lipari. Sulla maggiore delle isole, il re fondò una fiorente colonia, mentre le altre isole vennero usate per l’agricoltura. Quando Eolo si presentò lì, gli concesse la mano di Ciane ed in cambio il re dei venti si prodigò per permettere a Liparo di raggiungere il continente, di cui aveva nostalgia. Così Liparo giunse nella zona di Sorrento, dove divenne re di una popolazione locale. Dall’unione tra Ciane ed Eolo nacque, tra l’altro, Iocasto, il mitico fondatore della città di Reggio Calabria. Il mito presenterebbe la prima colonizzazione delle isole avvenuta con gli Ausoni capeggiati da Liparo ai quali si sarebbero poi uniti i greci calcidesi condotti da Eolo. Questa prima fase di popolamento fu seguita dall’arrivo dei dori da Rodi e Cnido, superstiti dell’impresa siciliana di Pentatlo del 580 a.C.

Ciane era anche una ninfa di Siracusa che provò ad opporsi al rapimento di Persefone da parte di Ade. Ciane si aggrappò al cocchio di Ade nel tentativo disperato di trattenerlo. Il dio degli inferi, adirato, la trasformò in uno stagno di colore blu. Scrive infatti Ovidio nelle Metamorforsi: «”C’è, tra la fonte Cìane e la fonte Aretusa che viene dall’Elide, un tratto di mare che sta raccolto e racchiuso tra due strette lingue di terra. Qui appunto – viveva – e da lei prese il nome anche quella laguna – Cìane, famosissima tra le ninfe di Sicilia. Dal centro dei gorghi essa emerse fino alla vita, riconobbe la fanciulla divina e disse: ‘Non passerete! Non puoi diventare genero di Cerere se Cerere non acconsente. Chiedere la dovevi, e non rapire. E se posso pargonare alle cose grandi le piccole, anch’io sono stata amata, da Anapi, ma mi sono sposata dopo essere stata pregata, e non, come costei, terrorizzata”. Così disse, e allargando le braccia cercò di fermarli. Il figlio di Saturno non trattenne più la rabbia, e incitti  terribili cavalli, con braccio vigoroso tuffò lo scettro regale fino in fondo alla laguna. A quel colpo un varco si aprì nella terra fino al Tartaro e il cocchio sprofondò e scomparve nella voragine. Quanto a Cìane, addolorata per il rapimento della dea e perchè la sua fonte era stata disprezzata e violata, si portò in silenzio dentro di sé una ferita di cui nessuno poteva consolarla: si strusse tutta in lacrime e si dissolse in quelle acque delle quali fino a poco prima era stata grande divinità. Avresti visto le sue membra ammollirsi, le ossa flettersi, le unghie perdere durezza; e prima di tutto si liquefecero le parti più fini: i capelli azzurri, le dita, i piedi e le gambe. Più facile è infatti, per le parti sottili, trapassare in gelida acqua. Poi furono le spalle, il dorso, i fianchi, il petto ad andarsene, fino a svanire, in esili rivoli. Infine l’acqua subentrò al sangue vivo nelle vene in disfacimento, e non riamse più nulla che si potesse afferrare». Il giovane Anapo, innamorato della ninfa supplicò gli dei d’essere a sua volta trasformato in fiume per unirsi all’amata, così oggi l’Anapo, al termine del suo percorso, si unisce nelle acque al Ciane. 

Come il primo mito, anche questo secondo è ricavato anche dal racconto di Diodoro Siculo. Lo storico siceliota, parlando del viaggio di Eracle in Sicilia, dice che l’eroe pose uno dei suoi tori, nella fonte di Ciane a Siracusa per sacrificarlo a Persefone, ordinando agli abitanti di compiere lo stesso sacrificio ogni anno in onore di Persefone e Ciane.

Plutarco racconta però un terzo mito. Ciane è in questo caso una giovane siracusana che fu violentata dal padre, Cianippo, di notte, in uno stato di ubriachezza. Cianippo aveva fatto dei sacrifici a tutti gli dei eccetto che a Bacco, e questo dio per punirlo lo fece ubriacare. Il padre sperò di non essere riconosciuto ma la figlia gli sottrasse l’anello durante la violenza e di giorno potè indivudare chi fosse lo stupratore. Erano giorni in cui sulla città si era abbattuta la peste e l’oracolo asserì che per placarla occorreva un sacrificio umano. Ciane quindi afferrò per i capelli il padre e lo uccise con un pugnale, per poi suicidarsi essa stessa. Proserpina commossa raccolse le lacrime della giovane Ciane e creò l’omonima fonte.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina Il ratto di Proserpina, di Nicolas Mignard. Fonte foto: dalla rete