Figlia di Nereo e di Doride, era una delle cinquanta ninfe del mare e il suo nome greco, Galatea, vuol dire “colei che ha la pelle bianco-latte”, come la spuma del mare.

Il mito la mette sempre in relazione a Polifemo, anche se esistono due differenti versioni.

Nel racconto più noto, è amata dal ciclope dal corpo mostruoso, ma ama però il bel pastore Aci, figlio di Pan e della ninfa Simetide.

Un giorno, il ciclope, preso dalla frenesia di vedere la sua amata, si mise a cercarla nei boschi attorno l’Etna. Polifemo scorse Galatea che riposava in riva al mare sul petto dell’amato. La ninfa, impaurita, si tuffò sott’acqua, nel mare lì vicino ed Aci si diede alla fuga. Polifemo, ingelosito ed accecato dalla rabbia, gli lanciò contro una rocca che schiacciò il pastore.

Come racconta Ovidio nelle Metamorfosi, alla vista del suo amore morto, Galatea scoppiò in un pianto senza fine che destò la compassione degli dei i quali vollero attenuare il tormento della ninfa trasformando Aci in un bellissimo fiume che scende dall’Etna e sfocia nel tratto di spiaggia dove i due solevano incontrarsi.

Nell’opera di Ovidio si legge: «Aci era figlio di Fauno e di una ninfa del Simeto: delizia grande di suo padre e di sua madre, sì, ma ancora più grande delizia mia; e infatti a lui solo mi ero legata. Bello, aveva compiuto sedici anni e un’incerta peluria gli ombreggiava le tenere guance. Io per Aci, per me spasimava il Ciclope, a non fnire. E se tu mi chiedessi cosa prevalesse in me, l’odio per il Ciclope o l’amore per Aci, non saprei dirlo: erano due cose pari… Ed ecco che quell’essere feroce ci sorprese, me ed Aci, ignari, che mai ce lo saremo aspettati, e urlò: “Vi ho colto, e questo, state certi, sarà l’ultimo vostro convegno d’amore!”. E la voce che si mise fu così potente come doveva averla un Ciclope infuriato. A quel clamore l’Etna rabbrividì. Io atterrita mi tuffo in acqua, nel mare lì vicino. Il nipote del Simeto, voltate le spalle, si era dato alla fuga dicendo: “Aiutami, Galatea, ti prego, aiutatemi, genitori miei, e ammettetemi, visto che muoio, nel vostro regno!”. Il Ciclope lo insegue e staccato un pezzo di monte glielo scaglia, e benchè soltanto uno spigolo del masso colpisca Aci, pur quello spigolo schiaccia Aci compltamente… Da sotto il masso filtrava un sangue rosso cupo: in capo a breve tempo, il rosso comincia a impallidire e diventa prima color di fiume intorbidato dalla pioggia, e a poco a poco si depura ancora. Po il macigno si fende e tra le crepe spuntano delle canne fresche ed alte, e la bocca apertasi nella roccia risuona di acqua che spiccia. Fatto prodigioso, all’improvviso si erse, fino a metà ventre, un giovane con due corna tutte nuove inghirlandante di canne, un giovane che, se si toglie che era più grande e aveva il volto tutto celestino, era Aci tale e quale. Ma anche con queste differenze, era Aci davvero, trasformato in dio fluviale; come fiume conservò il nome che aveva prima”».

In onore di Aci, nove centri della orientale riportano il suo nome: Aci Castello, Acitrezza, Acireale, Aci Bonaccorsi, Aci Sant’Antonio, Aci Catena, Aci San Filippo, Aci Platani, Aci Santa Lucia. Sono i luoghi dove Polifemo avrebbe buttato nove parti del corpo di Aci.

Altro mito vuole però Galatea ricambiare l’amore del ciclope. Così i due avrebbero anche avuto dei figli: Gala, Celto e Illirio, eponimi dei Galati, dei Celti e degli Illiri. Questo mito sembra in realtà quasi scritto ad arte, uno strumento di propaganda politica. Si diffuse infatti quando Dioniso, tiranno di Siracusa, conquistò l’Isola d’Elba e spinse le sue navi anche nell’Adriatico. Il racconto servì allora a dimostrare la discendenza siciliana delle genti d’Europa, legittimando l’espansionismo siracusano.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina L’Amore di Aci e Galatea, di Charles Guillemot. Fonte foto: dalla rete