Lì dove sorge il faro ottocentesco di San Cataldo, i resti di un antico porto romano si elevano su di un’ampia insenatura sabbiosa.
Una ipotesi recente colloca la fondazione del molo di San Cataldo all’età augustea, tuttavia la maggior parte degli studi ribadiscono la tradizionale ipotesi che vede il porto risalente all’età adrianea. L’Imperatore Adriano, nella prima metà del II secolo d. C., avrebbe fatto costruire questo molo in muratura per chiudere uno specchio d’acqua e garantire l’attracco delle navi.

Lungo la costa adriatica l’antica Lupiae era dunque dotata di un sicuro attracco per le imbarcazioni, un ottimo sito per il carico e lo scarico delle merci. La struttura si sviluppa a forma di elle con un primo tratto lungo circa settanta metri ed un secondo, di poco più piccolo, che oggi si distende sul fondale. Questi due paramenti in opus quadratum composti da blocchi di pietra calcarenitica locale, che inglobano un ristretto nucleo in opus caementicium.

“Un porto artificiale per le navi, opera dell’Imperatore Adriano”, come scrisse Pausania, dunque, in strategica posizione, all’estrema propagine italica dell’Impero, volto ad Oriente, per dominare le rotte dei fecondi traffici maritimi del basso Adriatico.

Su parte del molo sono diversi i tagli relativi ad una fase moderna che ha visto sorgere casematte della Seconda Guerra Mondiale, camminamenti ed edifici ora rimossi. Uno stato di abbandono protratto nei secoli ci consegna comunque dettagli rilevanti come due blocchi provvisti di fori circolari verticali probabilmente funzionali al sostegno di pali lignei di argani necessari ad agevolare le operazioni di carico e scarico. Qui confluivano pure le strade che si diramavano dalla città romana verso il mare, in parte ancora visibili.

Le testimonianze di vita nell’area portuale proseguono sino al Medioevo. Per tutta l’età normanna e angioina il porto fu attivo, sebbene non più prospero come nel passato romano. Nelle fonti documentarie e nei portolani medievali, il porto è indicato come uno dei sicuri punti d’approdo della costa leccese. Un Liber peregrinationis narra lo sbarco qui, nel 1395, di un gruppo di pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Nel corso del Quattrocento, una torre, voluta da Maria d’Enghien, Contessa di Lecce, fungeva da dogana. Nel Cinquecento si registrava ancora una considerevole attività commerciale, nonostante la scarsa sicurezza della baia continuamente soggetta ad insabbiamenti e battuta costantemente da poderosi venti dei quadranti meridionali. Nel XVII secolo il molo di San Cataldo fu protagonista di continue operazioni di imbarco d’olio e, sicuramente in questo periodo l’approdo conobbe la sua massima attività grazie agli scambi commerciali tra Lecce e la Repubblica di Venezia, poi venuta mento l’esigenza del commercio navale, fu abbandonato e recuperato solo a metà dell’Ottocento, dopo l’Unità.

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra