Il muro finanziere di Napoli

Il muro finanziere di Napoli

Il muro finanziere costituisce l’ultimo esempio di cinta muraria della città di Napoli: una barriera doganale che permise un più efficace controllo per la tassazione delle merci e ridisegnò la capitale.

Tramontato il “decennio francese”, ed il blocco economico antibritannico che l’aveva accompagnato, la ripresa della vita politico-economica di Napoli non fu affatto scontata. Subito i moti del 1821 e quanto comportarono, avrebbero amplificato oltretutto le difficoltà politiche e finanziarie del regno.

La corte napoletana era chiamata ad assumere un intervento risoluto per rimettere in sesto l’intera struttura economica del Paese e fu così che prese forma la rigorosa strategia protezionistica del ministro de’ Medici.

Essa, avallata da Ferdinando I, introdusse nuove tariffe doganali con forti dazi sulle importazioni e lo sgravio delle merci in uscita al fine di limitare drasticamente gli acquisti dall’estero e di stimolare la produzione nazionale. Napoli, con la sua enorme domanda di beni manifatturieri, divenne il cuore di un sistema di sviluppo che avrebbe presto conosciuto un potenziamento delle strutture manifatturiere, della flotta mercantile e della produzione agricola.

Attorno alla capitale sarebbe nata una cinta estesa lungo venti chilometri, dal ponte della Maddalena sino a Posillipo, segnata da strade, corsi d’acqua e barrire lungo le quali si sarebbe scandita la riscossione del dazio di consumo; tale muro finanziere, progettato da Stefano Gasse ed ultimato sotto Francesco I, doveva frenare il contrabbando e favorire il commercio marittimo e terrestre all’ombra di diciannove barriere daziarie.

Contemporaneamente a corte si procedette a destinare nuovi fondi per gli impianti di manifatture e per il potenziamento del porto che costantemente faceva i conti con l’insabbiamento, la risacca e la cattiva esposizione ai venti. Negli anni di Ferdinando II, poi, fu il re in prima persona a progettare l’ampliamento del tessuto urbano con la creazione di nuove arterie di comunicazione, la sistemazione dell’esistente maglia viaria, la realizzazione di infrastrutture e la regolamentazione dell’attività edilizia privata.

Andò in tal senso la nascita del Consiglio Edilizio di Napoli nel 1839 cui veniva affidato il compito di definire una pianta urbanistica di Napoli per poi programmare nuove piazze, mercati, strade e la risoluzione di numerosi complicazioni come il problema dei canali di scolo dei fabbricati.

Ferdinando II stesso redasse ottantanove appuntazioni per lo abbellimento di Napoli che dettarono i principi della crescita nei settori case, strade interne, strade suburbane, piazze, mercati, macelli, edifici pubblici e polizia urbana. Per risolvere il problema delle congestionate aree centrali, il sovrano auspicava una immediata dilatazione dell’abitato ad oriente e ad occidente: nel centro della città urgeva demolire fabbriche cadenti, cavalcavia e pennate per allineare le strade ed aprire nuovi collegamenti (per esempio tra via Forcella e la Duchesca, via di Porto e la Marinella, via Foria e San Giovanni a Carbonara), bisognava soprattutto riqualificare piazze ed arterie, rifare banchine ed edifici fatiscenti, abbattere gran parte delle antiche porte della città per allargare le strade ad esse afferenti; ad oriente bisognava ampliare la strada fuori Porta Nolana, congiungere l’Arenaccia col ponte della Maddalena ed eseguire la strada che andava da Porta Capuana al ponte di Casanova; ad occidente bisognava riqualificare la Riviera di Chiaia e Santa Lucia e collegare con un nastro viario il Chiatamone a Mergellina, costruire un quartiere per marinai a Bagnoli, rendere l’area flegrea accessibile anche dal Vomero e costruire un nuovo corso dedicato alla regina madre Maria Teresa, che andava da Mergellina a Capodimonte e al quadrivio di San Giovanniello.

In tutta evidenza era rifiutato lo sviluppo a macchia d’olio, si preferiva la pianificazione minuziosa della costruzione di mercati, fabbriche e macelli, della destinazione degli spazi esterni al centro abitato e dell’insediamento residenziale. Il monarca pensò la città come organismo aperto e dinamico, ma ben poco dei suoi piani si realizzò: furono costruiti i mercati a Foria e alla Marina, si eseguirono i collegamenti tra via Foria e via Carbonara, l’apertura di via Pessina, la ristrutturazione della salita di Fosse del Grano, si iniziò il potenziamento del porto franco di Nisida, mentre l’abbellimento di via Toledo e la costruzione della strada da via Foria alla Marina furono le sole opere portate a termine dopo l’Unità.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina l’opera di Thomas Jones, “Case a Napoli”. Fonte foto: dalla rete

Biografia:

– A. Buccaro,  Istituzioni e trasformazioni urbane nella Napoli dell’Ottocento, Napoli 1985;

– A. Buccaro, Le “Appuntazioni” del 1839: lo sviluppo post-unitario e la legge del 1904, in AA.VV., Lo Stato e il Mezzogiorno a ottanta anni dalla legge speciale per Napoli, Napoli 1986, pp. 139-150;

– G. Quattromani, Del Consiglio Edilizio, in AA.VV., Annali civili del Regno delle Due Sicilie, Napoli 1842, pp. 10-11;

– G. Pignatelli, Napoli: tra il disfar delle mura e l’innalzamento del muro finanziere, Impruneta (FI), 2006.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *