I regni di Napoli e Sicilia sono al centro del quarto quaderno di Historia Regni, pubblicato da D’Amico Editore nel 2019, contenente cinque saggi che fanno luce su aspetti chiave dell’intreccio tra Italia e Spagna nel Cinquecento. L’attenzione si focalizza sull’alterigia del Duca d’Alba e di papa Paolo IV, col saggio di Josè Ignacio de la Torre Rodriguez, sulla Battaglia di Cerignola, fondamento dell’arte militare moderna, col saggio di Hugo Vazquez Bravo, sugli assetti interni del Regno di Sicilia sotto Carlo V, col saggio di Davide Alessandra, sulla flotta napoletana nei disegni egemonici di Filippo II, col saggio di Maria Sirago, e sull’occupazione del Portogallo col determinante apporto delle milizie italiane, col saggio di Angelo D’Ambra. Sono definiti profili e chiaroscuri. Se n e ricava il senso profondo di un protagonismo di Napoli e Sicilia nella monarchia asburgica su cui la posterità non si è mai adeguatamente soffermata.

La penisola italiana fu, sin dalla fine del XV secolo, il campo di battaglia di due grandi potenze, Francia e Spagna. Il lungo scontro assegnò agli spagnoli un ruolo di dominio non solo in Italia, ma globale. Il Gran Capitano, l’ingegnoso comandante della battaglia di Cerignola, ed il Duca d’Alba, il ferreo vicerè della Guerra del Tronto, assicurarono alla Spagna, in tempi diversi, il controllo del Regno di Napoli, solidi equilibri politici nel resto d’Italia, ma anche l’egemonia nel cuore del Mediterraneo occidentale.

Il lavoro di Hugo Vazquez Bravo ci riporta alla giornata campale di venerdì 28 aprile del 1503, quando in Puglia si decise buona parte del destino del Regno di Napoli. Il Gran Capitano era uscito il giorno prima da Barletta e si era mosso verso Cerignola dove il 28 fu in vista della guarnigione francese. Colpiti dalle artiglierie, i suoi uomini presero posizione su un leggero dislivello per rendere difficile la carica delle fanterie francesi, scavarono un fossato ed eressero delle palizzate. Il Gran Capitano collocò al centro le sue truppe di fanteria e le unità di cavalleria sui fianchi coperte dai fanti tedeschi, perlopiù armati di archibugi. Di fronte a questo schieramento fu piazzata l’artiglieria, anche perchè con il fumo delle detonazioni nascondesse agli occhi nemici il reale dispiegamento spagnolo. Due ore prima del tramonto, prima tuonarono i cannoni francesi, poi avanzarono i gendarmi del Duca di Nemours seguiti dalla fanteria e da una retroguardia costituita dalla cavalleria leggera. Oltrepassata la linea dell’artiglieria spagnola, i francesi si imbatterono in quell’insolito e insidioso posizionamento. Nella sorpresa, si ritrovarono con la cavalleria pesante trafitta dagli archibugi nemici, bersagliati tutti da fanti e incalzati dai picchieri. Attraversare il fossato e superare la palizzata costò loro morti e feriti e generò grande disordine. Usciti allo scoperto, gli uomini delle retrovie spagnole si accanirono su soldati stanchi ed in preda allo scoramento. L’atteggiamento passivo, di attesa, del Gran Capitano, la sua scelta del terreno di battaglia, l’ingegno nel crare ostacoli che impantanassero i movimenti della fanteria nemica ed il sapiente impiego delle armi da fuoco, lo premiarono e sancirono il tramonto dell’onnipotenza della cavalleria pesante francese.

Poche battaglie ancora ed il Regno di Napoli si sarebbe ascritto ai domini dei Re Cattolici di cui la Sicilia era già parte. Sull’isola, i re di Spagna dovettero fronteggiare anche ostilità, lotte intestine, congiure e opposizioni scatenate dalle famiglie nobili, mai sazie di terre e prestigio, che in Sicilia germinarono nelle rivolte antimoncadiane, nella ribellione Squarcialupo e nella congiura dei fratelli Imperatore. La Spagna ne uscì vincitrice erigendo così il primo impero globale della storia moderna. Napoli e Sicilia ne furono a lungo il cuore pulsante.

Governati da viceré e inseriti nel complesso sistema imperiale come parte del cosiddetto “sottosistema Italia”, Napoli e Sicilia assunsero la funzione di baluardo contro l’espansionismo musulmano incarnato dagli assalti turchi e barbareschi, fornendo milizie e flotte, ma pure dotandosi di una fitta rete di città fortificate e torri costiere. La “crociata” di Tunisi, conquistata da Carlo V il 20 luglio del 1535, il fallimento della spedizione di Algeri, la difesa di Malta e poi la grande battaglia di Lepanto videro protagoniste le squadre delle galee napoletane e siciliane, faticosamente costruite, come ricorda Maria Sirago. Il grande e continuo sforzo economico, però, portò sull’orlo del collasso i bilanci dei due regni e fu determinante per garantire a Filippo II anche la corona di Portogallo – ancora una volta scontrandosi con la Francia – e con essa il dominio delle rotte commerciali di mezzo mondo.

La partecipazione italiana alla conquista della corona portoghese alle armi di Filippo II fu davvero rilevante. Ce lo ricorda il saggio di Angelo D’Ambra. Si contarono fanterie dello Stato dei Presidi e dello Stato della Chiesa, un contingente toscano comandato da Prospero Colonna, otto navi di Sicilia comandate da Alfonso di Lieva e soprattutto una flotta napoletana di 150 galee, 80 navi, 2 galeazze, un galeone e legni minori, guidata da Giovanni di Cardona, cui si sommarono 6.000 fanti e 4.000 guastatori napoletani al seguito di Carlo Spinelli e Vincenzo Carafa. Fondamentale nelle operazioni che portarono alla presa di Lisbona, dopo la Battaglia di Alcantara, di questo dispiegamento, solo la Santa Maria Positano di Francesco Castellano seguì il Marchese di Santa Cruz per reprimere i sostenitori del Priore di Crato rintanati sull’Isola Terceira.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra