Alfonso il Magnanimo introdusse una importante novità nell’assetto istituzionale del Regno di Napoli: il Parlamento.

Sicuramente si ispirò alle assemblee iberiche, ma il Parlamento napoletano non ebbe un peso politico paragonabile a quello delle Corts aragonesi e catalane.

In effetti, durante il regno di Alfonso le convocazioni furono solo otto in diciassette anni e non ebbero periodicità regolare (gennaio 1441, gennaio-marzo 1443, marzo 1448, gennaio-febbraio 1449, agosto 1450, dicembre 1453, aprile 1455, ottobre 1456), né omogenea composizione (i sindaci delle città demaniali vi apparvero solo a partire dal 1449).

Con Ferrante addirittura i parlamenti si riunirono più raramente: nel luglio 1458, settembre 1474 ,6 febbraio 1481, novembre 1481, aprile 1483, novembre 1484. La scarsa importanza del Parlamento napoletano rispetto alla Corts ci è dimostrata anche dalla mancanza di documentazione, la maggioranza delle notizie sui parlamenti infatti ci vengono da fonti indirette come corrispondenze e dispacci di ambasciatori italiani e catalani presenti a Napoli cui vanno aggiunti capitoli placitati del 1450 e 1456. L’unico verbale pervenutoci è quello del 1443, ma i rappresentanti di Napoli, i sindaci, al pari di quelli delle altre città demaniali, non vi erano neppure presenti.

Dei parlamenti napoletani in età aragonese non abbiamo dunque veri e propri ‘atti’, cioè raccolte organiche a carattere cancelleresco, ma verbalizzazioni degli eventi e delle decisioni con effetti giuridici vincolanti nelle due uniche forme documentarie atte a preservare memoria e a garantire autenticità: contratto notarile e privilegio regio.

La decisione di Alfonso di convocare un parlamento alla fine della conquista non va invece sottovalutata, così come è significativo che Ferrante convocasse il parlamento il giorno stesso della morte del padre. Tuttavia parliamo di scelte, non di obblighi: né Alfonso e né Ferrante giurarono, nella sede parlamentare, di rispettare consuetudini ed usi del regno, come avveniva nelle assemblee iberiche, né le richieste presentate dai baroni e placitate dal sovrano (capitula et gratiae) erano, dal punto di vista giuridico, leges pactionatae. Mancò al Parlamento napoletano in età aragonese il pactismo che caratterizzava i modelli iberici.

Se a quanto osservato aggiungiamo che i sindaci delle città demaniali non furono convocati ai parlamenti del 1441, 1443, 1447, e che invece essi furono i primi a giurare fedeltà a Ferrante (e nel 1504 addirittura il sindaco napoletano giurò a nome dell’intero regno nelle mani di Consalvo di Cordoba) se ne ricava che per almeno sessanta anni la nuova istituzione funzionò secondo modalità, tempi, procedure che restarono fluide. Erano anche possibili parlamenti limitati ad una sola provincia, come quello convocato da Ferrante a Cosenza il 22 settembre 1459, per interventi in materia di giustizia.

Il Parlamento di Napoli fu soprattutto un luogo di celebrazione del potere regio; non ebbe lo stesso ruolo e potere delle assemblee aragonesi di Spagna, né di quelle di Sicilia e Sardegna, perché non si basò sul principio giuridico sinallagmatico delle leges pactionatae, ma su quello della concessione graziosa che nasceva dall’interazione tra Corona e poteri locali e proprio nel Parlamento trovò per la prima volta il suo carattere collettivo.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Copertina: Blasone di Alfonso d’Aragona tratto dalla Divina Commedia Aragonese. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Senatore, Parlamento e Luogotenenza Generale. Il Regno di Napoli nella Corona d’Aragona