La Repubblica di Venezia, colpevole di non essersi opposta con le armi ai francesi ed anzi di essere stata sempre ostile agli Asburgo, non fu restaurata dal Congresso di Vienna. I suoi territori divennero parte di uno stato satellite dell’Impero Asburgico, il Regno Lombardo-Veneto.

Costituito dall’unione di due provincie con due governi dipendenti direttamente da Vienna, uno con sede a Milano, l’altro a Venezia, il Regno Lombardo-Veneto era retto da un viceré residente a Milano, mentre le province erano affidate a “delegazioni provinciali”. Nelle provincie il governo era presieduto da un governatore che si avvaleva di un organo consultivo chiamato “Congregazione centrale”, costituito da cittadini nobili e borghesi che avevano una rendita annua di almeno 4.000 scudi e che venivano scelti in numero di due per provincia, uno nobile, uno non nobile, cui si affiancava il rappresentante della città regia. A livello provinciale il governo si avvaleva delle “Congregazioni provinciali” che erano formate da cittadini, che avevano una rendita annua di almeno 2.000 scudi. Ogni distretto o comune aveva poi un “convocato generale” che deliberava sulla amministrazione straordinaria, mentre per quella ordinaria provvedeva una deputazione che aveva attribuzioni simili a quelle delle attuali giunte municipali.

Nonostante l’esistenza di tali livelli decisionali, il governo austriaco fu sempre fortemente accentratore. Tutto il potere decisionale era saldamente tenuto dalle Cancellerie imperiali di Vienna e questo perché nel Regno Lombardo-Veneto non esisteva, come in Ungheria, un’assemblea in grado di far sentire la propria voce nelle decisioni politiche ed amministrative di Vienna.

L’economia del Lombardo-Veneto era quella che contribuiva maggiormente alle finanze imperiali, su tutti gli abitanti del regno gravava una pressione fiscale indiscriminata, ma del gettito tributario rimaneva nel territorio solo una piccola parte. La linea doganale sul Mincio che intralciava i traffici e favoriva il contrabbando era stata abolita nel 1822, ma rimanevano ancora in vigore i dazi interni, quelli col resto dell’impero e quelli con l’estero, che gravano con imposte per il 60% del valore delle merci.

Al contrario della Lombardia, il Veneto però non era una regione particolarmente avanzata dal punto di vista economico, gran parte dei suoi abitanti era dedita alla coltivazione dei campi mentre le attività industriali erano scarse e di modeste dimensioni, le città erano appena sfiorate dallo sviluppo industriale e molti lavoratori vivevano in un costante stato di precarietà dovuto sia alla disoccupazione che ad impieghi saltuari, infatti a Venezia erano numerosi i cittadini che per sopravvivere si rivolgevano agli enti benefici pubblici. Le campagne venete e i territori friulani appartenevano a pochi possidenti nobili o borghesi e i contadini erano costretti a vivere nella miseria, a sopravvivere con poco, in preda costante a febbri e pellagra.

Per contrastare questo stato di fatto il patriziato e la borghesia veneziana, sin dal 1830, ottennero che Venezia diventasse porto franco e che fossero avviati i lavori della linea ferroviaria Venezia-Milano ma in generale la crescita economica, manifatturiera ed agricola, conosciuta nel Settecento, fu bloccato dalla politica di Vienna che spostò l’asse dello sviluppo produttivo a tutto vantaggio dei lombardi mentre il commercio via mare fu affossato a beneficio di quello del porto di Trieste. A riprova di ciò resta una filastrocca popolare: “Con San Marco comandava se disnava e se senava soto Francia, brava gente se disnava solamente soto casa de Lorena no se disna e no se sena”.

A garanzia dell’ordine politico era posta una spietata polizia formata in maggioranza da elementi “tedeschi”, totalmente fedeli alla causa imperiale. Un’arma di repressione fu anche la legislazione speciale. Nel febbraio del 1848 fu promulgata la norma sul “giudizio statario” consistente in un processo sommario tenuto davanti ad una corte militare che, in tre giorni al massimo, dava assoluzione o condanna a morte senza possibilità di appello. Inizialmente il “giudizio statario” venne usato per i casi di tumulto e rivolta ma nel 48/49 venne esteso anche ai reati minori, quali la diffusione di voci sul corso della guerra, il contrabbando, il cantare inni patriottici o indossare abiti all’italiana.

Gli abitanti del Lombardo-Veneto dovevano poi fornire truppe all’esercito asburgico con un servizio militare che sulla carta durava dieci anni. I coscritti delle classi di leva venivano estratti a sorte, ma per i più ricchi esisteva la possibilità di essere sostituiti dietro pagamento, perciò di solito erano i contadini più poveri che servivano nell’esercito. Nell’imperiale esercito i reggimenti “italiani” erano dislocati nei territori dell’Impero secondo una logica che vedeva il terzo battaglione di ogni reggimento restare nella zona di leva e gli altri due venivano dislocati in funzione delle necessità militari generali, per questo alla vigilia del 1848 alcune unità italiane si trovavano dislocate fuori dai confini del regno altre invece formavano buona parte delle guarnigioni del Lombardo-Veneto. Quando Radetzky impose la legge marziale, nel febbraio del 1848, poteva contare sull’appoggio di oltre 50.000 soldati, 13.000 a Milano, 8.000 a Venezia, 13.000 nel Quadrilatero, gli altri erano dislocati nelle altre città e nei villaggi.

 

 

 

 

 

Autore articolo: Giorgio Miceli

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Fatti di Venezia degli anni 1848-1849, Venezia 1850; C. A. Radaelli, Storia dello Assedio di Venezia negli anni 1848 e 1849; Consiglio regionale del Veneto (a cura di), La rivoluzione a Venezia; P. Del Negro, Venezia città suddita 1796-1866; C. A. Vecchi, 1848-1849 Storia di due anni; L. Daniele (tesi di laurea), Guerra e popolo; A. de la Forge, Histoire de la République de Venise; P. Pieri, Storia militare del Risorgimento

Giorgio Miceli, alpino, tenente d’artiglieria in congedo, collezionista di soldatini e studioso di storia del Friuli