Lo splendore del Rinascimento non si manifestò solo nella fioritura delle arti, ma anche nella raffinatezza dei costumi, persino dell’arte culinaria, come scrive Adelaide Cirillo Mastrocinque in Storia delle arti decorative e del loro artigianato nell’arredamento e nel costume.

***

Non si sapeva quale spettacolo fosse più straordinario se quello delle vivande o quello del meraviglioso vasellame che le conteneva e della servitù splendidamente vestita che le porgeva. Valletti, scalchi e coppieri andavano e venivano dalle cucine alle sale da pranzo, giravano intorno ai tavoli portando i cibi e mescendo i vini, e, quando già i convitati erano immersi in un piacevole stato di leggera ebbrezza e di grave sazietà, arrivavano i musici a rallegrarli con i loro canti, o i buffoni a divertirli con lazzi e capriole.

Alle mense degli alti prelati e degli uomini di grande casato erano addetti giovani gentiluomini, che non trovavano mortificante l’ufficio di trinciare polli su taglieri d’argento, o di studiare l’ingegnosa sistemazione dei tovaglioli e degli ornamenti.

Le cucine erano diventate dei movimentati regni dove i cuochi dominavano incontrastati, sfaccendando fra pile di piatti e di pentole, fra camini, focolari e mensole, dove si allineavano le colorite bocce dei liquidi e delle spezie.

Nei giorni di convito vi si ammonticchiava l’ecatombe dei polli sgozzati, della cacciagione, dei pesci finissimi, e la magnifica messe delle verdure e della frutta scelte e profumate.

Circondato da una corte di sguatteri, che spennavano, pulivano e risciacquavano, il cuoco si abbandonava al suo estro artistico. I fagiani, i pavoni, le aquile, le pernici, cotti a puntino e ripieni di ogni ben di Dio, riprendevano le penne come fossero vivi e si presentavano a tavola tutti infiocchettati e fiorati; storioni, sogliole, anguille, cefali comparivano annegati in salse colorate, spolverati di spezie, ornai di erbe profumate; una leggera polvere d’oro copriva le già preziose ostriche, mentre le olive, i capperi, le alici salate e le uova di pesce disegnavano stelle e ghirigori tra i pasticci e le insalate.

Da ogni regione si facevano venire le specialità: le carni insaccate dalla Lombardia, i pesci dall’Adriatico, i formaggi da Parma e Piacenza, dall’Umbria la caccia e i suini, da Genova e Napoli le paste; e si innaffiavano con la prelibata malvasia di Cipro, il moscato dolce delle isole greche, le vernacce lombarde, i saporiti vini del Piemonte.

Nelle belle fruttiere di ceramiche di vetro s’innalzavano collinette di uva passa, nocciole, mandorle, susine, e il convito si chiudeva con delle vere opere d’arte in pasticceria.

L’arte del pasticciere era diventata difficile e complicata, e qui il cuoco diventava veramente un artista. Lo zucchero, il marzapane, le creme e le glassature si piegavano in mille forme e i dolci arrivavano in tavola sotto aspetti ingannevoli e bizzarri.

Si ricorda una famosa colazione offerta dai Veneziani a Enrico III, re di Francia e di Polonia, nella quale il sovrano, divertito e sorpreso, si accorse che il pane, i piatti, i coltelli, i tovaglioli, le statuette ornamentali, i vasi e i fiori, tutto, insomma, era di zucchero, sapientemente lavorato dagli impagabili cuochi della Serenissima. Nell’insieme essi avevano creato, nella dolce e commestibile materia, 1260 pezzi di stoviglieria e 3000 statuette.

Difficilmente si riuscirà ad immaginare uno spettacolo così sfarzoso quanto quello di una mensa cinquecentesca.

Sulle meravigliose tovaglie ricamate troneggiavano i trionfi dorati, le fontanelle zampillanti dove guizzavano i pesci iridati, i bronzi allegorici, i preziosi vasi cesellati. Nelle coppe di rame damaschinato stavano a gelare le bibite e tutto luccicava sul candore dei lini: le saliere d’oro e d’argento, le posate d’argento dorato, gli stuzzicadenti d’oro.

A sera, dai grandi doppieri e dai candelabri, guizzava la luce delle candele, illuminando le facce lustre e arrubinate dei banchettanti, i loro vestiti di sera e il loro straordinari gioielli

Fonte foto: dalla rete