Come riferì l’agente del Granduca di Toscana a Napoli, Vincenzo Vettori, il duca di Osuna, prima di lasciare Napoli, aveva preannunciato che la sua sostituzione avrebbe determinato la ripresa degli attacchi turchi, ed effettivamente così accadde: il 1620 fu un anno nefasto e tragico per Manfredonia che fu attaccata e saccheggiata dai turchi.

Il Cardinale Gaspar de Borja y Velasco, subentrato due mesi prima al viceré Pedro Téllez-Girón, III duca di Osuna, per correggere la dispendiosa politica del suo predecessore tesa a contrastare non solo i turchi ma anche le aspirazioni della Serenissima al possesso degli empori marittimi di Puglia, aveva promosso una politica di distensione e riavvicinamento a Venezia, impartendo l’ordine di intrattenere buoni rapporti coi suoi emissari.

L’attacco fu preceduto, il 16 agosto, dall’entrata nel porto di due galee da cui partì una barca a remi che sbarcò quattro giovani marinai che parteciparono alla messa in Cattedrale per poi passeggiare per strade e piazze. Il giorno dopo, le navi veleggiarono verso Vieste e poi fecero ritorno a Manfredonia dove i quattro marinai annunciarono che l’Armata Veneziana, costituita da cinquanta galee si trovava nel golfo e sarebbe giunta il giorno 16. Questi quattro giovani insomma si fecero da tutti credere veneziani e studiarono l’effettiva capacità di difesa della città, le sue mura, le sue torri, il suo castello, la dislocazione delle porte riferendo ogni dato ad Alì Pascià che li aspettava sulla sua capitana. Scoprirono così che le mura della città erano indifese, le porte fatiscenti, il castello non aveva parapetti di difesa né pezzi di artiglieria a lunga gittata, soprattutto mancava di un adeguato numero di artiglieri.

Il 16 non arrivarono i veneziani. Era domenica ed era la festa di San Rocco. Nelle acque comparvero cinquantacinque galee a vele spiegate. Sbarcarono nel luogo denominato Chianca Masiello, poco distante da Manfredonia, nel territorio di Monte Sant’Angelo. Alcuni cittadini accorsero a vedere quella che pensavano fosse l’armata veneziana. Anche il governatore Antonio Perez ed il castellano Fernando de Velasco, che assistevano a tutto servendosi di cannocchiali, erano convinti che si trattasse di navi della Serenissima. Furono i pastori di Monte Sant’Angelo a notare subito che quelli non erano veneziani, ma turchi. Scapparono allora tentando di nascondersi nei boschi mentre i musulmani si andavano subito disponendo in tre squadroni e altre galee si avvicinavano a Manfredonia.

Nel giro di un’ora, la città fu attaccata. Manfredonia era abitata da circa 2400 abitanti, aveva oltre 850 quintali di polvere da sparo ma il castellano, in ossequio ad un ordine del viceré che vietava ai privati cittadini di armarsi, si astenne dal distribuire munizioni. Fernando de Velasco si limitò ad accogliere quanta più gente possibile nel castello, le monache, poi soprattutto donne e bambini. Chi restò fuori si rinchiuse nelle chiese, altri cercarono scampo nelle cisterne e nelle fosse vuote di grano. Non mancarono coloro i quali si adoperarono come poterono alla difesa ma poterono poco contro seimila turchi che in un’ora si impadronirono della città iniziando razzie e violenze.

Nel pomeriggio i turchi passarono ad attaccare il castello sparando dalle case più alte e dalle galee. Una cinquantina di soldati erano lì rinchiusi a resistere, risposero al fuoco e resistettero per sette ore, poi tre colpi d’artiglieria sparati dalla flotta turca diedero un momentaneo ordine della ritirata.

All’alba i turchi tornano ad attaccare il castello ed ancora la guarnigione fu pronta a respingerli. A guidarla c’era Giovanni Carlo di Nicastro, soldato con una esperienza ventennale nella fanteria spagnola, che, sotto il fuoco nemico, spinse in avanti i cannoni del castello affinché potessero arrecare più danni al nemico, guidò con coraggio gli altri suoi commilitoni ed inviò anche ripetute richieste di soccorso a Francesco Carafa, governatore e capitano della Provincia di Capitanata. Tuttavia le navi impedirono l’avvicinamento di Francesco Carafa proveniente da San Leonardo con 400 cavalieri e 400 fanti. Il governatore, convinto che la città forse ormai perduta dalle fiamme che vedeva levarsi nel cielo, desistette dal portare soccorso.

Senza speranze, i sipontini si arresero sventolando una tela bianca. A trattare furono Antonio di Nicastro e Antonio Stellatello, inviati dal castellano sulla galea reale di Alì Pascià che, dopo un’estenuante trattativa, frenò le efferatezze dei suoi e lasciò la città, portando via 600 cantari di polvere, un’intera stanza di palle, 40 carri di pane, 15 di grano, olio e munizioni, 11 pezzi d’artiglieria.

Sorprendentemente l’armata turca, partita da Durazzo, riuscì ad eludere ogni forma di vigilanza ed a penetrare indisturbata a Manfredonia. Vale la pena sottolineare che gli undici cannoni del castello, pur senza parapetti di difesa per i pochi artiglieri, spararono inutilmente perché erano di corta gittata eppure i turchi erano sempre stati respinti e la fortezza non era stata preso militarmente ma costretta alla resa dall’assenza di ogni speranza di soccorso. La causa di questa tragedia fu insomma da attribuire al malgoverno e alla inefficienza del potere centrale e periferico. La politica di avvicinamento a Venezia voluta dal Gaspar de Borja y Velasco, fu causa di un totale disorientamento delle autorità pugliesi e della disorganizzazione nei piani di difesa che fu fatale a Manfredonia.

Quando le navi turche si allontanarono, Manfredonia ardeva, le strade erano colme di cadaveri, le chiese erano state spogliate degli ori, le immagini sacre distrutte, le campane rubate. Alcuni fuggiaschi, seminudi e assetati, avevano trovato rifugio nel Monastero di San Leonardo. Si contarono circa cinquecento cristiani morti ed altri trecento resi schiavi. Morirono forse settecento turchi uccisi, secondo il Sarnelli, ma informazioni precise mancano. Lo stesso autore riporta notizie di una bambina di otto anni, dimenticata nel dormitorio dalle suore in fuga e condotta schiava ad Istanbul, Giacoma Beccarini, poi divenuta sultana e madre di Osman. Anni dopo, durante un pellegrinaggio alla Mecca, la sua nave fu attaccata dai Cavalieri di Malta e Giacometta e suo figlio furono liberati. Osman poi divenne frate domenicano con il nome di Fra Domenico Ottomano, giungendo a ricoprire la carica di Vicario Generale dei Monasteri di Malta.

Il castellano, Fernando de Velasco, e il governatore di Manfredonia, Antonio Perez, furono arrestati e portati a Napoli ma furono assolti da ogni accusa. Carafa invece, forse in virtù della parentela col Cardinale Decio Carafa, non risultò indagato.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: C. Serricchio, Il sacco turco di Manfredonia del 1620