A volte il destino tesse delle contorte trame che vanno al di là dell’immaginazione umana, è il caso del dramma del peschereccio Santo Spiridione. Attraverso il casuale ritrovamento di un reperto storico ho riportato alla luce questo tragico avvenimento, accaduto nel 1930 al confine fra le acque pugliesi e quelle greche, già trattato da due giornalisti e scrittori di quella zona (Cfr. V. D’ Acquaviva, “La marineria molese nel ‘900” e V. A. Loprieno, “Il mare di lato”) e da me condiviso con gli appassionati della letteratura avventurosa corsara della fine del 1800 e della prima metà del 1900, nel mio secondo libro dedicato all’argomento: “I Ventimiglia. Conti. Corsari. Eroi”.

Stavo approfondendo la tematica dei Ventimiglia in letteratura (“Il Corsaro Nero” di Emilio Salgari, il suo ciclo ufficiale dei Corsari delle Antille e tutti i falsi apocrifi salgariani dedicati a questa famiglia scritti nei decenni dai cosiddetti negri, come venivano italicamente definiti all’epoca i Ghost writers odierni) quando, all’interno del volume “I filibustieri del Gran Golfo” di Emilio Fancelli, ho rinvenuto un biglietto, usato presumibilmente come segnalibro. L’opera l’acquistai su una piattaforma on line da una libreria antiquaria pugliese della provincia di Taranto, per quanto concerne invece il biglietto, si tratta di un volantino ciclostilato del periodo, un invito a una manifestazione indetta dalla Democrazia Cristiana a Mola di Bari, e precisamente alla benedizione del vessillo della sua sede; il volantino recita anche: “La Democrazia Cristiana, che è Partito di Popolo e di Lavoratori, invita il popolo molese ad intervenire numeroso al grande comizio celebrativo. Lavoratori! La Democrazia Cristiana è il vostro Partito. Alla luce della verità e della giustizia la Democrazia Cristiana tutela i vostri interessi e propugna l’attuazione delle più ardite conquiste sociali…”. Già il recupero del prosopopeico foglietto rappresenta una curiosità inaspettata, ma ciò che seguì a quel ritrovamento è la parte più interessante del discorso.

Nel retro del volantino vi è appuntato a penna un nome: Andrea Caputo. Con le possibilità contemporanee di ricerca telematica e informatizzata, decido di indagare, circoscrivendo l’ambito territoriale geografico alla provincia di Bari e scandagliando tutte le possibilità sul cognome. Trovo finalmente delle corrispondenze, anche se è quasi impossibile (ho scritto “quasi”, non è detto che un giorno io non riesca ad arrivare alla risoluzione definitiva del caso recandomi in loco) dimostrare un legame fra i personaggi che ho messo in relazione. Andrea Caputo era comunque il nome del nipote di Vitangelo Caputo, uomo di mare pugliese, coinvolto in un tragico fatto di cronaca nera rimasto impunito, uno di quegli avvenimenti talmente assurdi che nemmeno Salgari, padre dell’avventura letteraria contemporanea, avrebbe potuto inventare. Anzi, no. Perché Emilio Salgari, quando scriveva, si rifaceva a fatti storici e a personaggi realmente esistiti, prendendo spunto dalla realtà per tramutarla in narrazione letteraria attraverso la sua inarrivabile capacità di rielaborazione.

Vitangelo Caputo era uno dei due capi barca dei pescherecci S. Spiridione e Nuova SS. Addolorata di Mola di Bari coinvolti in un tragico avvenimento il giorno 9 gennaio 1930. Le due barche fecero infatti quel giorno un’abbondante pesca in acque territoriali greche, salutata con grande soddisfazione dagli equipaggi; la Grecia all’epoca viveva la sua Seconda Repubblica, veniva da un lungo e doloroso periodo di sanguinose repressioni dittatoriali – presto sarebbe ricaduta nelle maglie assai strette del governo dei generali – e aveva risentito, forse più di molti altri paesi europei, della crisi economica mondiale dovuta alla Grande Depressione del 1929.

Ebbene, vedette di militari greci in borghese fermarono i due pescherecci pugliesi intimando loro di restituire il maltolto, poiché il pescato era greco e tale doveva restare, quasi che i pesci avessero il passaporto. Al sequestro seguirono insulti, minacce, offese d’ogni genere e accuse penali alle quali i pescatori pugliesi reagirono in modo impulsivo e violento, provocando la reazione armata dei militari: gli italiani, 16 in tutto, vennero uccisi dai proiettili ellenici, e furono dispersi in mare unitamente alle loro imbarcazioni. Solo il corpo di un pescatore di nome Giacomo venne ritrovato sulle spiagge greche dopo qualche tempo, come macabra riprova della loro effettiva dipartita. Di Caputo e dei suoi pescatori resta, a Mola, una lapide commemorativa in marmo, come quella che si tributa agli eroi e ai martiri.

Ecco, la Storia (quella con la “S” maiuscola), difficilmente si nutre di piccoli avvenimenti come questo; per loro è stata teorizzata la “microstoria”, ovvero la raccolta di resoconti locali, la cronaca di episodi minori, quelli che non trovano spazio nei manuali scolastici, ma che rappresentano il nutrimento del quale si ciba la memoria, uno strumento di conoscenza ancorché di conservazione delle tradizioni di un paese.

L’accaduto al Santo Spiridione non ha certo fermato negli anni l’attività marina e marinaresca di una comunità che al mare è legata in modo indissolubile da che si è insediata in quella zona. È tuttavia molto importante ricordarne il sacrificio, perché il mare può essere un amico che ti aiuta, può essere un genitore che ti nutre oppure un nemico che ti uccide, che ti tradisce; e forse non è un caso che tutto questo sia accaduto grazie al ritrovamento casuale di un segnalibro, magari non casuale come sembra, generato da una probabile omonimia e tessuto da quel gran filibustiere della penna che era Emilio Fancelli, e orchestrato dal nume tutelare Emilio, che di queste commistioni fra realtà e fantasia era davvero un mago.

 

 

Autore articolo: Davide Barella
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: D. Barella, I Ventimiglia. Conti. Corsari. Eroi

Davide Barella, insegnante, si occupa di teatro sociale (scuole, carceri, disabilità) e di promozione della lettura e della letteratura per ragazzi. E’ autore di saggi e articoli sui Ventimiglia, sui cavalieri corsari e su Emilio Salgari.