Nel giro di diciotto anni, tra il 1532 ed il 1553, Napoli fu al centro di una grande ristrutturazione che la rese una delle roccaforti dell’impero spagnolo nel Mediterraneo. Le grandi fortificazioni portuali furono tutte restaurate e ampliate, nacquero i cosiddetti Quartieri Spagnoli, destinati all’alloggiamento delle guarnigioni di stanza nella città, vennero edificati il Castello di Baia e numerose torri costiere, circa trecento, da Sorrento a Gaeta, da Salerno a Sapri, in Puglia, su tutta la costa adriatica, a difesa del territorio contro le incursioni dei corsari ottomani. Sono tutte imponenti opere pensate, progettate e realizzate in soli venti anni, opere che, ancor oggi, con i mezzi moderni, sarebbe difficile portare a termine in tempi brevi. Ci voleva un’inflessibile e determinata personalità, un vicerè con pugno di ferro e rigore come Pedro de Toledo.

Una delle più note vie di Napoli porta il suo nome. Pedro de Toledo ricostruì pure Pozzuoli, dopo il cataclisma determinato dall’eruzione del Monte Nuovo, fece erigeree la Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e l’Ospedale prospiciente l’odierna Via San Giacomo, e poi restaurò le carceri ed il Monastero della Consolazione sull’odierna Via Imbriani. Venne allargata la cinta muraria della città, costruite nuove porte ed edificato il più antico teatro moderno della città: il Teatro dei Fiorentini. Ristrutturò Castel Capuano e vi concentrò tutti i tribunali, giudiziari ed amministrativi, allo stesso modo guidò il rimaneggiamento dell’antica fortezza angioina di Castel Sant’Elmo affidando i lavori al valenciano Pedro Luisi Escrivà che realizzò una struttura rivoluzionaria per questi tempo, una fortezza stellata con enormi cortine murarie in cui si aprivano le gole delle cannoniere. Al viceré si deve pure la prima pavimentazione delle vie napoletane, ma non furo solo l’abbellimento di Napoli, l’urbanistica della capitale e le fortificazioni difensive a preoccuparlo.

Pedro de Toledo combattè la piaga dei falsari e dei tosatori che diffondevano monete contraffatte o scarse di peso e colpì ripetutamente lo strapotere dei signori feudali. Vietò ai baroni di limitare la libertà di commercio dei propri vassalli e liberò il mercato dei prodotti agricoli. Combattè gli abusi nell’esercizio della giustizia, le appropriazioni indebite, le frodi e i sotterfugi, in particolare quelli della Dogana delle pecore di Foggia. In un regno in cui la sicurezza dei cittadini era pressocché inesistente, osteggiò con rigore i capeadores, i ladri ed i furfanti, imponendo in ogni città il corpifuoco ed irrogando la pena di morte. nei suoi diciotto anni di governo, calarono i reati e le violenze e furono impiccati circa 18.000 banditi.

Nel 1536, accolse con grande sfarzo Carlo V, reduce dall’impresa di Tunisi. L’imperatore, lasciata la Sicilia, sbarcò in Calabria e da qui si diresse Napoli e vi trascorse il carnevale in continue feste, giochi, tornei e giostre.

Una delle vicende in cui dette occasione di possedere grandi doti di governo furono i moti del 1547 contro il rinnovato tentativo di introdurre nel regno l’Inquisizione spagnola. La nobiltà tentò di sfruttare il motivo religioso per combattere il viceré che aveva schiacciato il loro strapotere ed i loro abusi fiscali. Dal canto suo Toledo ebbe sempre il sospetto che i nobili fossero collegati ai circoli protestanti che fiorirono a Napoli attorno alla figura dell’antitrinitario Juan de Valdes. Ad una prima prammatica che impose la censura della stampa, seguì la soppressione dell’Accademia Pontiana, l’arresto di diversi eretici, la soppressione dell’accademia dei Sereni, di quella degli Ardenti, di quella degli Incogniti. Toledo ritenne che fossero tutti centri di sovversione politica, ma la rivolta si servì di protagonisti umili: Tommaso Aniello Sorrentino, nel quartiere del Mercato, guidò le prime proteste e finì in galera. Nei giorni seguenti i dimostranti si impadronirono del reggente della Vicaria, Geronimo Fonseca, e lo liberarono solo dopo la scarcerazione del Sorrentino. Non fu una rivoluzione popolare, ma piuttosto una sobillazione suscitata da nobili di Napoli e Salerno, grandi proprietari di immobili, consapevoli che i loro beni sarebbero stati confiscati dall’Inquisizione. In realtà a volere il tribunale fu il pontefice, non Carlo V. Il papa invitò i domenicani di Santa Caterina a Formiello a costituire un tribunale regnicolo. I responsabili dei tumulti furono uccisi senza alcun processo, ammontarono a circa duemila morti secondo certe stime. L’inquisizone non fu installata a Napoli, ma il viceré aveva schiacciato la riottosa nobiltà.

A settanta anni, con un fisico provato, raccolse l’incarico di comando delle milizie spagnole nella Guerra di Siena. L’inverno gelido gli fu fatale, una febbre gli fece chiudere gli occhi per sempre, tra le braccia di Eleonora, la premurosa figlia che aveva dato in moglie a Cosimo de Medici. Fu sepolto nel Duomo di Firenze, dove tuttora riposa, lontno dal monumentale sacello costruito da Giovanni da Nola, rimasto vuoto nella Chiesa di San Giacomo.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Giannone, Dell’istoria civile del regno di Napoli