Il 16 agosto del 1942 cadde in un assalto a delle posizioni russe sul fronte del Don, il capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Franco Vellani Dionisi, alla testa di una compagnia della Honved.

Nato a Bologna nel 1905 e diplomato in agraria, Vellani Dionisi era divenuto giornalista e corrispondente di diverse testate fra le quali “Il Popolo d’Italia”, del “Roma” e de “Il Resto del Carlino”. Riformato al servizio militare, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale chiese l’arruolamento e venne schierato sul fronte albanese e in Montenegro, dove ottenne due medaglie di bronzo. In seguito partecipò alla campagna di Russia come giornalista accreditato e addetto alla propaganda presso la Honved, l’armata ungherese. Quel giorno d’agosto, caduti tutti gli ufficiali magiari della sua compagnia, ne assunse il comando.

Dall’ultimo rapporto inviato e pubblicato su Il Roma estrapoliamo: “Ed eccomi qui, fra alcuni autocarri superminetizzati con il fango e le fronde, fra alcune tende brunogialle, all’ombra idillica degli abeti, a riprendere la matita, mentre con inutile insistenza sopra il nostro capo, nel cielo che tenta di rannuvolarsi dopo settimane di serenità assolata, rombano le ondate aritmiche sonore che sono il «segno particolare» dei «Martin» inglesi da bombardamento. Gironzolano indisturbati e senza disturbare nessuno, a grande altezza, alla ricerca di obiettivi su cui, come uccelli indiscreti, lasciar cadere con scarsa precisione le pillole amare della loro cattiva digestione.
Sono al centro di un «kolhoz» del Don, comunità agricola, il non plus ultra dei portati comunisti in materia terriera. Un piccolo angolo che cerca di sorridere fra la sterminata solitudine della steppa, unico panorama dei due ultimi giorni di continua corsa in treno; fra le erbacce e i campi invasi di cespugli compatti alti due metri e i minuscoli orti senza simmetria, sono disseminate le capannucce di fango seccato coperte di foglie palustri, dove, senza nemmeno il conforto di un camino, vivono in identica maniera da millenni questi oggi «evoluti» contadini sovietici…
Con tutte le sue forze disponibili, in massima parte costituite da truppe scelte mongole. Timocenko si è buttato ora a capofitto contro il settore tenuto dagli ungheresi, dove io mi trovo. Teste di ponte vengono gettate e di volta in volta infrante dalla difensiva magiara ; nottetempo i reparti russi di varia entità cercano di varcare il Don per riconquistare la sponda destra, con differenti mezzi, anche i più astrusi e i meno leciti.
Non so se il pubblico, o gli stessi combattenti di altri fronti, possano farsi una idea della guerra come essa si svolge in Russia. Gli spazi, che al pensiero sembrano poter essere compresi in un più e meno ampio tratto di penna militare, sono sconfinati non solo perchè praticamente infiniti, ma perchè manca di qualsiasi soluzione di continuità così che i punti di azione si riducono in realtà a minuscole macchie in un indifferente mare di verde. C’è posto per tutti, e la guerra è talmente rarefatta da non lasciare quasi traccia di sè. I nemici – sembra un assurdo – devono cercarsi col lanternino o colla bacchetta del rabdomante per incontrarsi (e parlo di divisioni, non di pattuglie) e sussiste sempre, e quasi dovunque, la possibilità di disporre di zone immense senza alcun controllo probabile.
Come di questa peculiarità della guerra nelle pianure quasi inabitate della Russia hanno genialmente approfittato le forze dell’Asse per i loro repentini e incontrastabili avvolgimenti, così i sovietici tentano ora di infiltrarsi inopinatamente o quasi, con forze soverchianti, nel territorio a sud di Voronez. Non ci riescono, perchè, pur nell’immensità dei territori, il controllo e il frazionamento delle forze è tale da poter far fronte a ogni tentativo, che in tutti i casi non può sfuggire all’occhio vigile degli aerei: ma l’intenzione sussiste e – ripeto – è manifesta la volontà di Timocenko di penetrare oltre il Don. I mezzi che le forze sovietiche ammassate nelle anse del Don a mezzogiorno di Voronez adottano nel tentativo disperato di riguadagnare il fiume per questa grande operazione, sono i più impensati. Fra gli altri, proprio ieri è stato dato all’osservazione aerea ungherese di scoprirne uno inedito: il Don in questo tratto non è un grandissimo fiume: più stretto del Dnieper a Kiev, per esempio, la sua ampiezza si limita ad alcune centinaia di metri raramente raggiunge il chilometro, ed anche la sua profondità media non è grande. I russi, approfittando probabilmente delle ore notturne e – non si ripete mai abbastanza – dello spazio di cui qui tutti dispongono con abbondanza incredibile (cosa di cui il combattente di montagna non può nemmeno rendersi ragione) hanno gettato ponti sommersi improvvisati su palafitte, a venti o trenta centimetri sotto il livello dell’acqua. Essi dovrebbero permettere a grossi contingenti di truppa l’improvviso guado notturno del fiume a piedi e probabilmente con i materiali, a mezzo di barche; si capisce che le difficoltà sono infinitamente maggiori. Astuzia inutile, però, perchè dall’alto essa è stata scoperta e subito frustata.
Un altro strategemma è stato adottato in questi giorni su questo fronte, ai danni di un reparto di Honvéd : alcuni soldati e ufficiali sovietici vestiti in uniformi ungheresi sono penetrati oltre il Don scortando un forte gruppo di finti « prigionieri » russi armati di pistole mitragliatrici. Hanno potuto così, una volta tanto, di sorpresa giungere a contatto con un battaglione che però ai primi spari si è sbarazzato degli assalitori mascherati voltisi in fuga…”.

Il 16 agosto del 1942, dunque, Franco Vellani Dionisi, passato alla guida dei soldati d’Ungheria combatté sino all’ultimo respiro, morendo in uno degli ultimi combattimenti della giornata.

La motivazione che accompagna la Medaglia d’Oro al Valor Militare che gli fu tributata così recita: “Volontario di guerra reduce del fronte albanese ove aveva già dato numerose prove del suo valore, veniva assegnato quale corrispondente di guerra presso le truppe operanti in Russia. Mentre si trovava nel settore di una divisione, particolarmente impegnata, veniva informato che i reparti in linea avevano subito forti perdite in ufficiali ed offriva al comandante della divisione i propri servizi. Ottenuto il comando di una compagnia di fanteria, per alcuni giorni sosteneva con i suoi soldati dure lotte di fronte a preponderanti forze nemiche. Cadeva colpito dalla pallottola nemica allorché in testa al reparto lo portava al contrattacco. Fulgido esempio di valore italiano”.

Su “Il Resto del Carlino” così vennero ricordati gli ultimi dettagli della sua vita: “Venne fornito di una divisa ungherese per non attirare l’attenzione del nemico. Vellani però non volle il fucile: ‘Basteranno – disse – la pistola automatica e le bombe a mano. Il fucile ingombra’. Colpito, spirò mentre veniva trasportato nelle retrovie. Lo rivestirono della sua divisa, gli misero in tasca una fotografia della moglie, e sul petto una piccola croce che gli avevano trovata indosso. Venne sepolto con gli onori militari in terra russa. Sulla tomba fu posto l’elmetto con il suo nome: e la fossa fu cosparsa di fiori di campo”.

Anche il capo dello stato ungherese, Miklós Horthy, gli concesse la croce di ufficiale al merito con spade, una delle massime onorificenze magiare.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete