Ringraziamo Giorgio Martinic, presidente dell’Associazione degli Italiani di Croazia, per l’intervista che ci ha gentilmente concesso raccontandoci un pò della vita e della situazione delle comunità italiane in Croazia.

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Qual è lo stato delle comunità italiane sulla costa croata? Consistenza, città con maggiore concentrazione d’italiani, loro senso d’appartenenza ed integrazione coi croati.

La situazione della minoranza italiana in Croazia si presenta assai difficile. Gli Italiani dell’Adriatico Orientale rischiano l’estinzione. C’erano 19.636 italiani in Croazia nel 2001 e dieci anni dopo, nel 2011, erano 17808, il 9,3% in meno. Temo che al prossimo censimento il numero diminuirà ancora.

Gli italiani vivono soprattutto in Istria, quasi 75% degli italo-croati sono concentrati lì. La grande città con maggiore concentrazione di italiani è Fiume dove abitano 3.500 italiani. L’unico comune che conta più italiani che croati è Grisignana. Verteneglio, Buie e Valle sono le piccole città con maggiore concentrazione d’italiani, gli italiani sono più di un quinto. Tutte queste località sono in Istria.

In Dalmazia di italiani ne sono rimasti pochissimi e contano meno del 10% degli italiani nell’Adriatico orientale. Il nucleo maggiore in Dalmazia si trova a Zara, ma la situazione di queste comunità non è ottima. Per tutte valga il caso di Spalato dove la comunità degli italiani assomma una ventina di persone, tutte anziane, e quindi è destinata a scomparire tra non molti anni.

Oggi esiste il pericolo di un mancato ricambio che viene accentuato dall’impossibilità di aggregazione italiani delle nuove generazioni anche perché, dopo l’entrata nell’Ue, molti giovani, anche italo-croati hanno lasciato la Croazia per cercare lavoro.

Per quel che riguarda l’integrazione, gli italiani di Croazia sono ben integrati, anzi troppo. Ci sono persone di chiara discendenza italiana, di nome e cognome italiano, che si dichiarano croati. Questo ci dice che il senso d’appartenenza alla madrepatria è debole. Si sente la lingua croata troppo spesso nelle nostre comunità, soprattutto i giovani italiani tra di loro parlano croato, purtroppo.

E’ ancora oggi in atto un processo di croatizzazione degli italiani? In che modalità?

Certo, ma è difficile spiegare come si manifesta l’antagonismo verso gli italiani oggi. Arriva dal lontano passato ed è profondamente radicato.

In linea di massima le giovani e medie generazioni, spesso cresciute in famiglie miste, tendono a conformarsi ed assimilarsi alla maggioranza. I più maturi, in molte piccole comunità, esprimono un rifiuto di organizzarsi ed uscire allo scoperto, sostanzialmente dovuto alla paura di essere indicati a dito, di essere accusati di fascismo e di irredentismo. Si agita continuamente lo spauracchio dell’irredentismo, in un’epoca in cui l’ingresso della Croazia nell’Unione europea dovrebbe promuovere la fratellanza tra i popoli. La cultura italiana in Dalmazia non ha snazionalizzato i croati, e non li potrà mai snazionalizzare. Al contrario, ha contribuito, in buona parte, alla formazione e alla nascita della coscienza nazionale croata. Pertanto, è veramente incomprensibile il ritorno al passato.

Se oggi esiste il sostegno delle autorità per raduni e incontri italiani questo non dipende dalla buona volontà dei governi, ma dai regolamenti dell’Ue che hanno imposto alcune regole. Peccato, se questi regolamenti fossero esisti cinquant’anni fa, oggi le comunità italiane starebbero molto meglio.

Quale idea ha la comunità italiana in Croazia delle foibe e dell’esodo? Quale è la memoria collettiva su questo tema?

Gli odierni cittadini croati d’origini italiane sono per lo più figli e nipoti di quelli che hanno scelto di rimanere in Jugoslavia per diventare comunisti titini nella Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, per dare un contributo a creare futura “società senza classi”. Figli e nipoti non sono nati comunisti, ma la loro formazione con i genitori filo-comunisti in regime comunista ha condotto molti italo-croati di oggi a condividere spesso idee negazioniste. Figli di titini ancor’oggi non permettono di eliminare il maresciallo Tito dalla toponomastica istriana.

Già in passato, dopo tanti canti titini e bandiera jugoslave sventolanti, appena qualche figlio di italiani titini iniziava a pensare autonomamente e a maturare la coscienza della propria identità, tornava in Italia.  Ogni tanto arrivavano in Italia dei profughi sulle barche, giungevano nei porti italiani e chiamavano le autorità per poter ottenere asilo. Più avanti, negli anni Settanta divenne ancor più facile emigrare.

Le cose filarono così fino alla caduta del Muro di Berlino. Per questo la memoria collettiva delle foibe e dell’esodo praticamente non esiste. Gli infoibati erano nemici, così come gli esuli. Delle foibe non si poteva nemmeno parlare neanche in famiglia e quando è stata concessa la libertà di parola ormai era troppo tardi, molti testimoni erano già morti portando spesso le loro testimonianze nelle tombe senza raccontarle a nessuno.

Ci sono luoghi simbolo dell’identità italiana riconosciuti da tutti? Piazza, monumenti, chiese?

Si, certo. Si dice che le pietre parlano italiano, è vero. Centri storici di quasi tutte le città nell’Adriatico portano un indelebile timbro di venezianità. Le piazze e contrade di Rovigno, Traù, Albona, Parenzo… danno un’impressione particolare, come se fossero città venete. Molti monumenti sono andati distrutti, spesso per ragioni ideologiche del dopoguerra. In ogni caso le comunità italiane si incontrano sempre nei centri storici delle città, mai abbiamo avuto i raduni nei quartieri nuovi.

Gli italiani di Croazia come hanno vissuto le guerre degli anni Novanta nei Balcani?

Bhe è poco noto ma la guerra nelle repubbliche federative in Jugoslavia ha fatto parecchi danni alla già debole comunità italiana. In effetti molti giovani di origini italiane in parte a causa della guerra, della disoccupazione e della situazione generale disperata hanno deciso di lasciare la Croazia alla ricerca di un posto migliore. Alcuni di loro hanno preso le armi per combattere a favore di una Croazia democratica e cattolica. C’è da notare, però, che le operazioni belliche erano lontane dall’Istria. Solo la città martire di Zara ha subito di nuovo parecchi danni e la popolazione è finita assediata per quattro anni, a volte senza acqua e luce.

Esistono, poi, altri minuscoli gruppi di italiani che, a differenza di quelli insediati sulla costa, hanno pesantemente patito le conseguenze del conflitto che ha sconvolto l’ex Jugoslavia. In Slavonia, nella zona di Pakrac, c’è per esempio una comunità di un paio di migliaia di persone che discendono da un gruppo di bellunesi portati laggiù ai tempi di Maria Teresa. Parlano un veneto che neanche i veneti sono quasi in grado di capire e vivono a Pakrac, Lipik e Campo del Capitano, paesino, quest’ultimo, che non ha nemmeno mai avuto un nome croato. Durante la guerra, il fronte passava da queste parti e molti italiani hanno difeso col sangue le loro case. Giuseppe Josip Straga, con soprannome di guerra Bepi, è un comandante delle forze croate molto noto ed è oggi presidente dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Guerra di Lipik.