Si è soliti attribuire ai due soggiorni di Caravaggio a Napoli, nel 1606-07 e nel 1609-1610, la svolta che la pittura del Regno subì in quel secolo. Indubbiamente Michelangelo Merisi realizzò qui alcune delle sue opere di più coinvolgente intensità ed il loro successo diffuse nelle botteghe pittoriche meridionali il gusto per la resa visiva chiaroscurale della condizione umana.

Risentirono dell’impatto caravaggista pittori di formazione tardomanierista come Carlo Sellitto, autore delle “Storie di San Pietro” nella Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, o come Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, firma della “Immacolata Concezione”, della “Crocifissione” e dell’ “Ecce Homo” ora a Capodimonte.

Il naturalismo della pittura di Caravaggio influenzò le composizioni di Filippo Vitale, autore del “Sacrificio di Isacco” anch’esso al Museo di Capodimonte, e del pugliese Paolo Finoglio, attivo alla Certosa di San Martino negli anni venti del Seicento.

E come dimenticare Juseppe de Ribera! Di origine valenciana, ma napoletanissimo per scelta di vita, egli fu forse più seminale del Merisi. Le tonalità calde, la sontuosa larghezza compositiva, la penetrante della realtà umana che traspaiono nei dipinti del Ribera, è il caso de “San Girolamo e l’Angelo del Giudizio” o anche della “Trinitas terrestris e Santi”, ora entrambi a Capodimonte, stupiscono.

Di questo movimento pittorico la femminilità di Artemisia Gentileschi rifulge di marcato vigore narrativo in l’ “Annunciazione” e la “Giuditta”, ancora a Capodimonte. Qui è esposta un’altra importante opera di Caravaggio, la “Flagellazione di Cristo”. Molto suggestiva è in essa l’idea di far ruotare gli aguzzini, che affiorano dall”ombra e di nuovo vi scompaiono, intorno al torso illuminato di Cristo.

Un itinerario pittorico dei caravaggeschi napoletani, ruotando attorno ai luoghi citati, non può che vertere attorno al Pio Monte della Misericordia dove si conserva il dipinto “Le sette opere di misericordia”, una tela in cui, con geniale impeto, Caravaggio presenta le sette opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire i nudi, ospitare i pellegrini, curare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) in un unico corpo, senza interruzione, ed è solo la luce che evidenzia i diversi nuclei devozionali. L’Istituto conserva oltretutto il “San Pietro liberato dal carcere” e l’ “Incredulità di San Tommaso” di Bernardo Cavallino, altro illustre esponente del caravaggismo nel Regno di Napoli, e vi si trova anche la tela “Sant’Agnese” di Massimo Stanzione.

La vicina Pinacoteca dei Girolamini annovera al suo interno diverse opere di Battistello Caracciolo come “Il Battista”, “Cristo portacroce” e il “Martirio di San Bartolomeo”. Stupenda è pure la tela “Nozze di Cana” di Stanzione.

Indubbiamente Giovan Battista Caracciolo, detto Battistello, fu un esponente di spicco di questa corrente. Nacque a Napoli nel 1578. Formatosi in ambiti manieristi, raggiunse la fama con opere commissionate da illustri famiglie del regno. Assimilò poi gli aspetti tipici del caravaggismo concentrandosi sui valori luministici e l’essenzialità della narrazione drammatica.

Si spostò a Roma nel 1614 dove conobbe Orazio Gentileschi e la sua produzione pittorica acquisì ancor più raffinata consapevolezza. Nel 1618 era a Genova a lavorare per Marcantonio Doria, tornò a Roma, dove studiò gli affreschi di Annibale Caracci, e poi fu a Firenze, ancora a confrontarsi col manierismo cinquecentesco.

Tornato finalmente a Napoli, la sua esperienza si condensò in magistrali effetti di luce ed ombra. La maturità artistica si ammira nella “Lavanda ai piedi” del 1622, conservata alla Certosa di San Martino, ma è anche un valido frescante, suoi sono infatti i riquadri con le imprese di Consalvo de Cordoba nella “Sala del Gran Capitano” di Palazzo Reale.

Tele spettacolari sono quelle della Quadreria dei Girolamini ovvero “L’immacolata concezione con San Domenico e San Francesco di Paola” e “Il battesimo di Gesù”; tra i cicli di affreschi da lui eseguiti, degni di nota sono quelli della Cappella Severino nella Chiesa di Santa Maria la Nova e quelli della Cappella Santa Maria nella Chiesa di San Diego all’Ospedaletto, ma proprio al Pio Monte della Misericordia, accanto alle “Sette opere di Misericordia” di Caravaggio, è posto uno dei suoi capolavori.

Parliamo di “San Pietro liberato dal carcere” del 1615. L’opera, desinata alla chiesa dell’istituzione, raffigura l’episodio raccontato negli Atti degli Apostoli in cui Pietro viene liberato dal carcere da un angelo. Il pittore dona alla narrazione biblica il carattere d’una vicenda di vita quotidiana: l’angelo è rappresentato con le ali appena percettibili, San Pietro è un vecchio attonito, i soldati dormono coi visi ebbri ed un altro prigioniero riposa seminudi e coi piedi sporchi. Compaiono i tipici espedienti stilistici del caravaggismo, il drammatico uso della luce ed il realismo dei volti.

Altre opere di artisti influenzati da Caravaggio si contano nella Chiesa di San Gregorio Armeno, che conserva il “San Benedetto” di Francesco Fracanzano, la Chiesa di San Giorgio ai Genovesi, con “Sant’Antonio resuscita un morto” del Battistello, e la Chiesa del Gesù Nuovo con altri dipinti del Ribeira. Anche la Chiesa della Pietà dei Turchini ospita una notevole opera del Battistello, la “Sacra Famiglia”, con un chiaro richiamo a “Le sette opere di misericordia”.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete