Su di lui regna il mistero eppure Juan Dó è uno dei maestri della pittura napoletana del Seicento.

Esponente di quell’intenso scambio culturale tra Napoli e Valencia che legò i due regni sin dal Trecento, Juan Dó nacqua a Játiva nel 1604; a Valencia fece apprendistato per cinque anni alla bottega di Jerónimo Rodríguez de Espinosa, padre del più noto Jerónimo Jacinto Espinosa, poi fu ammesso al Collegio dei Pittori dove risulta registrato come “Juan Dose”.

Si trasferì a Napoli nel 1626 anno in cui risulta contrarre matrimonio con Grazia, sorella del pittore Giovan Francesco “Pacecco” De Rosa, entrambi figli acquisiti del pittore Filippo Vitale. Ebbe come testimoni i pittori Giovanni Battista Caracciolo e Giuseppe de Ribera, detto “Spagnoletto”.

Proprio nella bottega di quest’ultimo entrò prima come allievo poi come maestro a pieno titolo.

Bernardo de’ Dominici (Vite dei Pittori, Scultori, ed Architetti Napolitani, Napoli 1742) lo presenta come grande copista del Ribera: “Fu tanto vivace imitatore del Ribera suo maestro che le copie eran prese per originali ed alcune storie redevansi di mano dello Spagnoletto, massimamente alcune mezze figure di filosofi e di S. Girolamo, che nel maneggio del colore e nel girar dell’impasto erano tutt’uno. In molte case si osserva lo stesso abbaglio, credendo le sue pitture per opere del Ribera”. Ciò è vero al punto tale che i suoi dipini sono a lungo apparsi come opere dello “Spagnoletto”.

La critica gha ascritto a lui un pugno di opere dalla datazione problematica che custodiscono, in diversa misura, le stesse caratteristiche; in assenza di dati certi, molte attribuzioni restano però completamente irrisolte e solo di recente, per esempio, gli è stato accordato “L’Adorazione dei pastori” realizzato per la Chiesa della Pietà dei Turchini ed ora nel Museo di Capodimonte.

In questo dipinto traspare tutto il suo estro, l’interesse per figure di animali forse dovuto ad un’esperienza pittorica a Roma presso il pittore Tommaso Salini, le tinte sono scure, i protagonisti pastori ruvidi ma dalla nobile forza comunicativa. Emerge fortemente anche nell’uso dei colori, grassi e granulari, un eco dei neoveneti, soprattutto nella preziosa veste del vecchio genitore che rimanda a Tiziano o a Paolo Veronese. Il servitore ricorda invece uno deti tanti personaggi del Ribera, scelti dal pittore direttamente dai marciapiedi di Napoli come faceva anche Caravaggio. Ne scaturisce un naturalismo immobile, di irresistibile fascino arcaizzante. Gli è stata attribuita una crudezza nel tocco descrittivo che ha il sapore della denuncia sociale per le disumane condizioni di vita dei popolani, dai visi arsi dal  vento e dal sole, vestiti con brandelli di panni ed a piedi nudi e sporchi, incarnazione dei disagi della plebe napoletana nel Siglo de Oro, in basso sotto gli angeli tinti di luce dorata.

Nelle scarne notizie che si hanno sulla sua vita, si suppone sia morto, con l’intera sa sua famiglia, nella terribile peste del 1656 e, nonostante questa vasta incertezza di dati,  resta uno dei protagonisti del caravaggismo napoletano.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete