Grande fu l’importanza della Battaglia di Kosovo Polje per la storia dei Balcani e dell’Europa.

Non dovrebbe essere un mistero per nessuno che i Balcani, nei secoli, sono spesso risultati la polveriera d’Europa, e questo per la loro particolare collocazione geografica, a metà strada fra un Nord-Ovest a prevalenza cristiano-cattolica ed un Sud-Est prima ortodosso e poi, durante i secoli della dominazione ottomana, in maggioranza musulmano. Così, quel crogiuolo di popoli, lingue, culture e religioni diverse ha fornito in numerose occasioni terreno fertile per scontri epocali e battaglie cruente.

E’ invece meno noto che l’innesco di due delle principali tragedie che hanno funestato il nostro continente nel corso del XX secolo è stato acceso nei Balcani proprio nello stesso giorno, cioè il 28 giugno, ricorrenza di San Vito. In quella giornata del 1914, infatti, il nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip a Sarajevo uccise in un attentato l’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico, e sua moglie Sofia, così ponendo le basi di quella che sarebbe stata la Prima Guerra mondiale. Sempre il 28 giugno ma del 1989 (soltanto trent’anni fa!) Slobodan Milosevic si consacrò a guida del nazionalismo serbo con un infuocato discorso pronunziato a Kosovo Poljie, che avrebbe dato inizio ad un altro tragico capitolo della storia europea: la guerra nella ex-Jugoslavia.

La scelta della data e, nell’ultimo caso, del luogo dell’avvenimento non fu affatto causale, perché proprio nella Piana dei Merli (questo è il significato di “Kosovo Poljie”) il 28 giugno del 1389 si combatté una battaglia gravida di importanti conseguenze storiche, che vide coinvolte, da una parte, la coalizione fra la Serbia del Principe Lazar Hrebeljanoivic e la Bosnia di Vlatko Vucotic, e dall’altra l’esercito ottomano guidato dal Sultano Murad I. In quella tragica occasione i serbo-bosniaci furono sbaragliati da forze nettamente preponderanti per numero ed i loro capi, insieme con i migliori cavalieri, vennero tutti uccisi in battaglia o decapitati subito dopo. Paradossalmente però, quella data è rimasta incisa nella memoria collettiva serba, fornendo materia per numerose poesie e canti popolari, come la più importante della loro storia, perché ha segnato il risveglio e l’affermazione dell’identità nazionale, e questo anche perché la sera stessa della battaglia Murad I venne accoltellato a morte nella sua tenda da un nobile servo, Milos Obilic, che gli aveva chiesto udienza con la scusa di volergli raccontare certi segreti di stato.

Anche a seguito di quest’atto di coraggio, che costò ovviamente la vita all’attentatore, i serbi si guadagnarono il rispetto dei loro avversari che ne fecero non degli schiavi, ma piuttosto degli alleati, seppure in forma di vassalli e tributari. A perdere la vita quel giorno, oltre agli sconfitti, fu dunque anche il vincitore dello scontro, Murad I, un sovrano molto importante per la storia ottomana non solo perché fu il primo ad assumere il titolo di “sultano” (termine di origine siriaca che significa “autocrate, principe”), ma anche perché pose le basi di un impero che avrebbe dominato tanta parte d’Europa ed Asia Minore nei secoli a venire, conquistando in primis quel che restava dell’Impero Romano d’Oriente. Fu lui infatti, fra l’altro, ad istituire il corpo dei giannizzeri (da “yeni ceri”, espressione turca che significa “nuova milizia”), un corpo di fanteria d’élite sul quale il sultano aveva potere di vita o di morte, reclutato con la pratica del “devshirme” (“la raccolta”), una forma di tributo per le terre cristiane di nuova conquista che imponeva ad ogni comunità di donare al sovrano un certo numero di giovinetti (di solito uno su dieci) allo scopo di farne degli schiavi convertiti, dai quali attingere per formare le truppe scelte ed i quadri dirigenziali dell’impero.

La vittoria alla Piana dei Merli aprì dunque agli ottomani le porte dell’Europa, con la duplice conseguenza che la loro capitale fu trasferita da Bursa, in Asia Minore, ad Edirne (l’antica Adrianopoli romana) e che l’impero, fino ad allora essenzialmente turco e musulmano, divenne cosmopolita e multi religioso, arrivando a comprendere slavi, albanesi e greci, cattolici, ortodossi ed islamici. Così, quell’angolo di Turchia europea che oggi a qualcuno può sembrare un errore della storia o della geografia in realtà “era lì” già dal Trecento e costituiva la testa di ponte conquistata dagli ottomani col chiaro proposito di costruire un impero che unisse l’Asia e l’Europa, spostandone addirittura il centro di gravità in direzione di quest’ultima.

 

Autore articolo: Anselmo Pagani
Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore