La calata di Carlo VIII in Italia del 1494, la cosidetta Guerra del gesso perché l’unico sforzo fatto dai francesi sarebbe stato il segnare col gesso gli immobili requisiti ad uso alloggiamento delle truppe, è sbrigativamente ricordata esclusivamente per il Pier Capponi e il suo celeberrimo “Se voi suonerete le vostre trombe noi suoneremo le nostre campane” e per la Battaglia di Fornovo e relative polemiche. Tuttavia essa presentò aspetti ben più complessi e di cui non si parla ma che mostrano una penisola molto meno indifesa di quanto si pensi. Ci soffermiamo sulla Battaglia di Rapallo.

Nel 1494, il re di Francia discese in Italia su invito (e fu un grosso errore) del duca milanese Ludovico il Moro per rivendicare il Regno di Napoli.

Per cercare di bloccarne l’avanzata, la flotta napoletano/aragonese al comando di Giulio Orsini si spinse nelle acque della Liguria occupando Rapallo dove venne affrontata da dalla flotta franco genovese comandata da Luigi d’Orleans. La battaglia fu combattuta il 5 settembre 1494.

In quel giorno la città di Rapallo venne attaccata dalla flotta navale aragonese che sbarcò con 4.000 soldati comandati da Giulio Orsini, Obietto Fieschi e Fregosino Campofregoso (questi due erano nobili genovesi fuoriusciti ostili a Ludovico il Moro) per sollevare la popolazione rapallese contro Genova che era dedita alla signoria sforzesca. Tre giorni dopo (8 settembre) in città giunsero inoltre circa 2.500 soldati svizzeri che diedero vita ad uno scontro armato presso il ponte sulle saline alla fine del quale gli aragonesi vennero respinti: tra le violenze generali e i saccheggi, si assistette all’uccisione di cinquanta malati ricoverati all’ospedale di Sant’Antonio (attuale sede del municipio) da parte degli elvetici cosicché francesi, pur vittoriosi, avevano avuto quindi modo di suscitare le ire dei rapallesi e con loro dei genovesi stessi che cominciarono a covare desideri di vendetta.

Dopo questa battaglia la flotta francese stabilì una base a Rapallo, fondamentale per assicurare gli approvvigionamenti all’esercito di Carlo VIII e soprattutto il trasporto delle pesantissime artiglierie che permisero di spingersi facilmente fino a Napoli.

Resisi conto, nel giro di pochi mesi, di aver fatto un pessimo affare, i principi italiani decisero di coalizzarsi, il Moro incluso, ma disponevano, tra tutti, di un esercito inadeguato quanto a dimensioni e a organizzazione. L’esercito del sovrano transalpino era assai meglio organizzato e, soprattutto, assai meglio armato, rispetto alle compagnie di ventura e alle milizie messe in campo da Venezia, Milano, Napoli e dal Papa. L’asso nella manica dei francesi e dei vari contingenti mercenari al loro servizio era rappresentato, infatti, dal parco d’artiglieria citato sopra addirittura avveniristico per quei tempi. Per fortuna le Marine italiane, costantemente impegnate in duri pattugliamenti nel corso della propria lotta plurisecolare contro i pirati barbareschi, erano di ben altra pasta. L’inferiorità sul campo degli italiani, secondo la lucida analisi della situazione fatta sul finire del 1494 da Gianfrancesco Gonzaga, comandante supremo degli italiani, sarebbe stata compensata dal netto vantaggio di cui questi godevano sul mare.

Dopo il passaggio di Ludovico il Moro alla coalizione antifrancese, le appena otto galere armate dalla marina francese si trovavano di fronte almeno sessanta analoghe unità allineate dalle marine Italiane che per quanto in buona parte non potessero essere distratte dai normali pattugliamenti anticorsari assicuravano una netta superiorità in mare cosa che aveva un’importanza ben superiore a quella che viene descritta descrivendo le cosiddette guerre d’Italia.

I cannoni francesi, ancorché temuti, erano pesantissimi e assai difficili da spostare. Proprio per questo motivo erano affluiti in Italia via mare, al pari del munizionamento e dei relativi materiali, evitando il tecnicamente pressoché impossibile passaggio delle Alpi. La conquista, inutilmente sanguinosa, di Rapallo aveva avuto appunto lo scopo di risparmiare quella prima tratta del viaggio mettendo il parco d’artiglieria in condizione di essere agevolmente spostato, una volta a terra, in direzione della Toscana o, se del caso, della Lombardia o del Piemonte. La superiorità della squadra combinata franco-genovese aveva a sua volta permesso di annichilire, alla distanza, la nei secoli sempre troppo piccola flotta di galere partenopee e la susseguente “Prima battaglia navale di Rapallo” ricordata in precedenza era stata, in realtà, un contro-sbarco, ovverosia un’operazione anfibia non contrastata dal mare.

In conseguenza di questa mutata situazione, la squadra genovese di Francesco Spinola, forte di otto galere, due saettie e una nave oltre a diverse unità minori che trasportavano 600 fanti, attaccò, il 2 maggio 1495, sempre a Rapallo, la flotta francese del Sire de Miolans formata da sette galere in compagnia di due fuste e di due navi (ovvero grandi velieri) adibiti a trasporti. Questa volta si trattò davvero di una battaglia navale in piena regola e che si concluse con la cattura di tutte le navi francesi, la presa della città e la resa dello stesso de Miolans.

I genovesi, non lasciarono a de Miolans il tempo di uscire con calma e di spiegarsi a battaglia preferendo forzare, viceversa, l’accesso al porto all’alba attaccando, subito dopo, la squadra nemica colta di sorpresa. Oltretutto soltanto due delle galere francesi erano armate con l’equipaggio completo mentre le altre erano state private di una frazione della gente per rinforzare il fronte a terra della città ingannate dalla voce sparsa ad arte che l’attacco principale sarebbe venuto dall’interno. A questo disastro seguì, poco dopo, per fare buon peso, la cattura, nelle acque di Sestri Levante, di un convoglio proveniente da Napoli di dodici velieri francesi, rimasto ormai senza la protezione a distanza della propria squadra e finito in bocca ai liguri. Furono così liberate trecento donne e monache rapite in Campania e un grosso bottino tra cui le porte bronzee di Castel Nuovo di Napoli, porte che poco dopo vennero restituite, e che recano ancora, sul retro, i segni della battaglia. Il resto del bottino fu distribuito tra i marinai, i soldati e i comandanti, e in parte venne usato per erigere la Chiesa di Santa Maria Annunziata a Genova.

Carlo VIII, secondo quanto narrato dal Guicciardini, persa la squadra e, per soprammercato, Rapallo, dibatté la situazione con i propri ufficiali. Le idee, per la verità, erano piuttosto confuse. Il sovrano, pensava di intimare agli italiani la restituzione delle navi, degli equipaggi e del disgraziato de Miolans, a pena di rappresaglie. I suoi osservarono, per contro, che l’unica cosa da fare era una rapida ritirata avendo perso la possibilità di essere rifornito via mare e con l’esercito coalizzato che si stava avvicinando.

La successiva ben più nota Battaglia di Fornovo del 6 luglio 1495 tra i francesi e gli italiani appartiene anch’essa alla storia ed è ricordata da entrambe le parti come una vittoria. Tuttavia Carlo VIII ci rimise le artiglierie i carriaggi, il bottino e il tesoro (oltre 300.000 scudi, pari a sei mesi delle rendite annue napoletane dell’epoca). Privi di munizioni, di viveri, di foraggio e, soprattutto, del denaro necessario per pagare i mercenari svizzeri, subito dopo allontanatisi, i francesi proseguirono la ritirata bersagliati dalla cavalleria avversaria tornando, infine, per ottobre, in patria dopo aver perso nella ritirata da Napoli fino alle Alpi, di più del 10% del loro esercito e ogni velleità di rivincita.

 

 

Autore Articolo: Gianluca Bertozzi

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

Gianluca Bertozzi, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia militare