La Battaglia di Ravenna fu una dei più importanti episodi bellici delle Guerre d’Italia e si svolse domenica 11 aprile 1512 tra i francesi, comandati da Gaston de Foix, e le truppe della Lega Santa, guidate dal viceré di Napoli, Raimondo de Cardona.

Il tentativo di Giulio II di recuperare i territori romagnoli occupati dalla Repubblica di Venezia dopo la morte di Alessandro VI lo spinse a muover guerra al doge Leonardo Loredano costituendo la Lega di Cambray con l’Imperatore Massimiliano d’Asburgo, Ferdinando il Cattolico, Luigi XII, Mantova, Ferrara e i Savoia, tutti contro la Serenissima. Francesco Maria della Rovere, duca d’Urbino e nipote di Giulio II, si mise alla testa dell’esercito cacciando i veneti col grande supporto francese. La vittoria fu sancita nella Battaglia d’Agnadello, piccolo centro in provincia di Cremona dove, il 14 maggio del 1509, l’esercito di Luigi XII batté i veneziani. Niccolò Orsini, Conte di Pitigliano, capitano generale delle milizie, e Bartolomeo d’Alviano, governatore dell’armi, nulla poterono contro i francesi; sul campo si contarono circa 14.000 morti e tra i prigionieri vi fu pure Bartolomeo d’Alviano che rimase agli arresti in Francia per ben quattro anni. Ai francesi spettarono Bergamo, Brescia e Cremona. Quando però Giulio II s’accorse delle subdole ambizioni di Luigi XII al controllo dell’intera Penisola ruppe l’alleanza e provò a ricostruire i rapporti con Venezia coinvolgendola nella Lega Santa con la Spagna.

Il pontefice si mise personalmente alla testa del suo esercito, sfidando le nevi del più rigido inverno, ed andò all’espugnazione di Mirandola, entrando trionfante per la breccia delle mura aperta dai suoi cannoni. Bologna però si ribellò al suo dominio e riuscì a vincerne le armate a Casalecchio. Intanto Gaston de Foix, duca di Nemours, nipote del re di Francia e della regina di Spagna, riuscì a tenere il controllo delle città romagnole frenando gli spagnoli. Il 5 febbraio Gaston de Foix entrò in Bologna, l’8 sbaragliò i veneziani alla torre del Magnanino sull’Adige, il 19 rioccupò Brescia e prese ad inseguire gli spagnoli di Raimondo di Cardona, generale di gran fama e viceré di Napoli, che ripiegavano verso Ravenna, alla difesa della quale c’era il loro fedele Marcantonio Colonna.

Gaston de Foix passò da Bubano, Cotignola e Russi seguendo gli spagnoli che muovevano da Imola, Castelbolognese e Faenza evitando lo scontro aperto. Il Duca di Nemurs allora, per indurli alla battaglia, pensò di tagliare loro la strada verso Ravenna, saccheggiò Russi e piantò il suo accampamento tra il Montone ed il Ronco dinanzi alla città, bombardandola con le artiglierie. Riuscì presto a ad aprirvi una breccia ma il suo assalto fu respinto da Marcantonio Colonna.

Intanto la notizia dell’assedio giunse al Cardona che levò il campo e si avvicinò alla città fermandosi in un luogo detto Mulinacelo, a tre miglia da Ravenna, ordinando ai suoi uomini opere di trinceramento e dispiegamento delle artiglierie. Lungo il ciglio del fossato Pietro Navarro aveva disposto delle carrette sormontate da spiedi e falcioni al fine di neutralizzare la carica della cavalleria francese, secondo l’esperienza guadagnata dai tercios del Gran Capitan che diciotto anni prima avevano conquistato il Regno di Napoli.

Gaston de Foix, nel pericolo di essere stretto in una morsa tra le batterie di Ravenna e quelle dell’esercito spagnolo, volle assaltare il campo nemico. Nella notte gettò un ponte sul Ronco e lo attraversò. Il suo esercito contava 18000 fanti, fra tedeschi, guasconi, italiani e francesi, cui si aggiungevano i duecento cavalieri e le artiglierie del Alfonso d’Este, III Duca di Ferrara. II Cardona disponeva invece di 7000 fanti spagnoli, 3000 archibugieri italiani, 1400 uomini d’arme e 1000 cavalieri. Altre truppe furono inviate da Venezia sicché tutto l’esercito della lega contava intorno ai 15000 combattenti.

Il Duca di Nemurs dispose le sue truppe in semicerchio. L’ala destra, 700 cavalieri con le artiglierie, era guidata dal Duca di Ferrara; al centro c’erano le fanterie agli ordini di Navarro; alla sinistra 5000 italiani comandati da Federico da Bozzolo, sostenuto da altri 3000 cavalieri; la retroguardia era composta da 600 lance comandate da Yves d’Alegre e dal cardinal Sansaverino. Contro aveva Fabrizio Colonna con 800 italiani e 3000 archibugieri alla sinistra, al centro il Cardona, il Cardinale Giovanni de’ Medici ed il Navarro col grosso delle soldatesche spagnole ed italiane, in retroguardia c’era il Marchese di Pescara, Fernando Francesco d’Avalos. Un totale di 20 cannoni e circa 200 grossi archibugi difendevano questo schieramento, fiancheggiate da squadroni di fanterie e gli arcieri comandati da Cristobal de Zamudio.

Nel giorno di Pasqua del 1512 avvenne lo scontro. I francesi avanzarono sul nemico apprestandosi ai fossati ma conoscendo subito la forza delle sue artiglierie. Gli spagnoli stettero per ora fermi con le armi in pugno e, con un nuovo assalto francese, si rinnovò il lavoro dei cannoni. Il Duca di Ferrara, allora, spostò le artiglierie verso sinistra per prendere gli spagnoli al fianco e questi furono costretti a trovare riparo coricandosi nei fossati. Per sfuggire alla carneficina delle artiglierie francesi, la cavalleria di Fabrizio Colonna andò alla carica, ma Yves d’Alegre intervenne prevalendo coi suoi uomini. Il Colonna fu fatto prigioniero ma intanto s’era accesa la mischia e gli spagnoli avevano la peggio. Raimondo di Cardona, scortato dalla cavalleria di Antonio di Leyva, abbandonò il campo; il Cristobal de Zamudio cadde trafitto; furono pure catturati Giovanni de Medici, Pietro Navarro ed il Marchese di Pescara, ma, proprio quando tutto sembrava ormai stabilito, le truppe spagnole accovacciate nel fossato si levarono avanzando compatte, riguadagnarono il terreno perso e riuscendo pure a reggere l’urto della cavalleria francese infliggendole gravissime perdite.

La vittoria francese era evidente ma quel quadro di fanteria restava imbattuto sul campo. Gaston de Foix volle lanciargli contro un secondo assalto di cavalleria e questa scelta gli fu fatale: un colpo di picca lo ferì mortalmente ed il suo corpo fu poi ritrovato con più di cento ferite. Suo cugino Odet de Foix, Conte di Lautrec, che gli stava al fianco, si salvò nonostante il suo corpo subì venti colpi di lancia e pugnale.

Marco Antonio Colonna, intanto, perduta ogni speranza di poter difendere Ravenna dai francesi, si ritirò nella cittadella mentre i ravennati s’affrettarono ad inviare i loro ambasciatori ai vincitori, che tuttavia punirono la città saccheggiandola.

La vittoria arrise ai francesi però le gravissime perdite sofferte gli resero impossibile continuare la campagna e, sconfitti nella Battaglia dell’Ariotta, l’anno seguente, si ritirarono dalla penisola.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete