Posta al termine della rete viaria medievale verso la Terra Santa, la Chiesa di San Giovanni al Sepolcro di Brindisi è la testimonianza di quanto i rapporti con l’Oriente, durante le crociate, influenzassero anche l’architettura europea. L’edificio brindisino, infatti, ha un profondo valore simbolico. Costruita su una domus patrizia di età imperiale, questa chiesa ha una particolare struttura a pianta circolare che richiama con forza il modello dell’Anastasis di Gerusalemme, la Basilica del Santo Sepolcro voluta dall’Imperatore Costantino nel 326 d.C., perché qui sua madre, Santa Elena, scoprì le reliquie della Croce. Se questa ha un diametro di trentasei metri, quella brindisina è ridotta della metà, diciotto metri, e costituisce uno dei maggiori casi architettonici di riproposizione e memoria dei modelli gerosolimitani.

Il Santo Sepolcro di Gerusalemme, luogo così ambito eppure lontano e difficile da raggiungere, venne dunque riprodotto a Brindisi, riproposto in una città centro dei traffici e dei pellegrinaggi. Chi non poteva recarsi in Terra Santa vi si avvicinava qui, in questa sorta di santuario sostitutivo, chi invece stava per intraprendere il viaggio, a Brindisi trovava una sorta di anticipazione, un luogo di spiritualità, preghiera e meditazione, propedeutico alla grande meta.

La chiesa fu edificata dai Canonici Regolari del Santo Sepolcro tra il 1112 e il 1128, anno a cui risale il più antico documento che cita l’edificio, una bolla con cui papa Onorio II confermava tutti i possedimenti dell’Ordine e tra questi anche “in civitate Brundusina, ecclesiam Sancti Sepulchri…”. La spessa parete esterna e l’anello interno di otto colonne collegate da arcate tracciano due circonferenze che definiscono planimetricamente una rotonda con un deambulatorio anulare interno. La rotonda è intersecata ad oriente da una parete rettilinea che tracciava una cella absidata di fronte alla quale si apre l’ingresso principale.

Perduta l’originaria copertura, questo santuario, costruito ad imitationem del Santo Sepolcro, mostra un linguaggio iconografico non ancora completamente decodificato e tracce templari su cui molto si è divagato.

Le pareti affrescate presentano decorazioni tardive rispetto al periodo di edificazione del monumento, probabilmente trecentesche. In questi spazi, intercalati da altre otto colonne, doveva esserci una enorme teoria di santi dai colori vivi ma di queste immagini poche sono visibili ed alcune risultano scarsamente identificabili. C’è una Madonna col Bambino, un’immagine di Sant’Anna, un San Nicola, San Giorgio e il drago, un vescovo, San Giacomo, l’Arcangelo, la Flagellazione ed il compianto sul Cristo morto ma ciò che più affascina è un piccolo e misterioso simbolo, il Nodo di Salomone, che, a quanto pare, rientra fra quelli più diffusi della tradizione templare. La leggenda lo associa al saggio re Salomone come raffigurazione di un legame fra l’uomo e la dimensione del divino, ma il suo significato resta solo una ipotesi.

In origine l’accesso alla chiesa era consentito da tre portali. Sopravvivono un portale minore, lungo l’asse principale dell’edificio, ed uno attualmente murato, che si apriva verso un giardino, ma quello principale è meraviglioso ingresso con baldacchino, retto da leoni stilofori, risale al tardo XII secolo. Delle colonne del portale, i due capitelli mostrano, quello di destra, due rapaci che s’avventano su di una figura, e, quello a sinistra, otto figure che si tengono per mano, quattro in tunica e testa coronata e quattro in perizoma.

Il portale presenta poi un gigantesco Albero della Vita che si dirama da una coppa e da elefanti, si sviluppa con figure pagane, draghi e grifoni, delle divinità gentili – forse Cibele e una Nereide – ed Ercole che spalanca le fauci di un leone, e si chiude nell’architrave decorato con motivi floreali. In tutto ciò si è ipotizzato un rimando alla leggenda del Graal. La cosa che è certa è che tutto ciò dona maggiore fascino alla struttura.

I Canonici Regolari del Santo Sepolcro mantennero il possesso della struttura, verosimilmente, sino alla soppressione del 1489 e conseguente trasferimento dei beni all’Ordine di Malta che ebbero concreta realizzazione, in Italia, solo circa il 1560.

 

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: D. Spinelli, S. Giovanni al Sepolcro di Brindisi; R. Salvarani, La fortuna del Santo Sepolcro nel Medioevo: spazio, liturgia, architettura