La Fiera Mercantile di Salerno fu la più importante del Meridione.

Con il termine “fiera”, che deriva dal greco ἐμπόριον e dal latino emporium, si intende storicamente un importante luogo di vendita di prodotti d’oltremare situato per lo più in scali portuali o aree dell’entroterra, istituite con privilegium mercaturae imperiale, al fine di permettere lo scarico, deposito e vendita di merci.

Sin dalle origini della loro istituzione le fiere nell’Europa cristiana hanno rappresentato un fattore di accelerazione degli scambi, di comunicazione tra agenti di compagnie mercantili, di diffusione di merci, prodotti e oggetti di ogni genere, materie prime, monete, ma, soprattutto, veicolo di culture, tradizioni, espressioni linguistiche, consuetudini commerciali, know how artigianali e primizie. In breve tempo la fiera si trasforma in “attrattore” e “catalizzatore” di persone e capitali nonché “valore aggiunto” per il Prodotto Interno Lordo locale tanto da spingere il Princeps a promuovere l’istituzione di “fiere franche”, ossia contraddistinte da ampi privilegi, esenzioni e franchigie, in cui l’area mercatale si trasformava in “zona extradoganale” e mitigato il gravame fiscale su manifesti di bordo e magazzini doganali o fòndaci.

Con l’avvento degli Svevi ed, in particolare, con il regno di Federico II venne stabilita una precisa calendarizzazione delle fiere per dare modo ai mercanti di frequentarle tutte. Oltre ai regnicoli vi partecipavano numerosi attori del mondo degli affari internazionali di allora come Fiorentini, Genovesi, Catalani, Fiamminghi, Veneziani, Marsigliesi, Anseatici e Arabi.

A Salerno, nel 1259, nacque la Fiera di San Matteo fortemente voluta da Giovanni Da Procida come strumento di sviluppo dell’economia locale. Lo sgravio delle imposizioni fiscali fu istituzionalizzato da Manfredi di Svevia in accordo con la Chiesa salernitana che gestiva ed amministrava l’evento fieristico in quanto collegato con la celebrazione della festività dedicata all’apostolo Matteo.

Re Manfredi aveva stabilito che la fiera si svolgesse “infra mensem septembris sub titulo Beati Matthei Apostoli patrocinio … octo diebus ante per totum diem festum ipsius Apostoli”. Con successivo decreto di Carlo II D’Angiò del 21 agosto 1303, sarà prorogata da otto a dieci giorni e si caratterizzerà come il più importante evento fieristico del Regno di Napoli fino alla soppressione voluta da Murat nel 1812.

Salerno era già importante polo commerciale dall’XI secolo e per il Da Procida occorreva creare un mercato internazionale nel Meridione che, nonostante la posizione geografica favorevole e la rinomanza dei prodotti ancora mancava.

Nel capoluogo del Principato Citra era tradizionale usanza religiosa celebrare con un’intera settimana di festeggiamenti il santo patrono della città, in occasione della quale una folla numerosissima di contadini, di lavoratori, di marinai, veniva in devoto pellegrinaggio a visitare le spoglie dell’Apostolo. Naturalmente questo pellegrinaggio aveva fin dalle sue origini richiamato mercanti e artigiani, che abilmente sfruttavano l’adunarsi di tanta folla in un periodo determinato e in un determinato luogo per smerciare con più facilità le loro mercanzie.

Centro di scambi e di baratto di prodotti locali od importati la fiera attirava mercanti provenienti dai porti mediterranei (Vicino Oriente, Egitto, Mauritania, Grecia e Marsiglia) che giungevano a Salerno in nave. Una volta ampliato il molo e sfruttato il pescaggio approdavano galee per il carico e scarico delle merci e l’asse commerciale, da secoli prerogativa di Amalfi, si era gradatamente spostato verso l’Opulenta Salernum.

La gestione era affidata ad un Maestro di Fiera e il mercato si svolgeva al di fuori delle mura cittadine. Connotata dai caratteri di “franca” e “internazionale” la Fiera di Salerno aveva bisogno di uno scalo marittimo adeguato e Giovanni Da Procida sostenne con grande lungimiranza l’ampliamento del preesistente approdo longobardo nel 1260 a testimonianza del quale vi è una lapide che ancora oggi si trova nella Cattedrale Primaziale.

Lo scalo divenne non solo attracco di bastimenti da trasporto di mercanzie, di pellegrini per San Matteo e di malati o feriti di guerra alla rinomata Scuola Medica Salernitana ma anche imbarco per il traffico marittimo diretto ai maggiori empori mediterranei o per i pellegrinaggi in Terrasanta.

Nel periodo in cui si afferma la Via della Seta che attraverso Samarcanda governava gli scambi tra la Cina, la Persia ed i Paesi del Mediterraneo orientale da semplice scalo di transito (oggi diremmo “transhipment”), Salerno si evolse in porto da carico e scarico per il traffico di linea da Genova e Pisa verso il Levante, grazie a veri e propri trattati commerciali stipulati dagli imperiali.

Con la caduta degli Svevi e il nuovo ruolo di “hub” portuale assegnato a Napoli da Angioini e Aragonesi si determinò però un oblio secolare per lo scalo salernitano fino all’Unita’ d’Italia. Ma questa è un’altra storia…


Autore articolo: Alfonso Mignone

In copertina Veduta di Salerno nel Cinquecento e Lapide fondativa del porto. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Valdo D’Arienzo, Mercanti in Fiera; Andrea Sinno, La Fiera di Salerno

Alfonso Mignone è avvocato salernitano esperto in diritto della navigazione e dei trasporti. È autore di Nuovi Studi sulla Tabula de Amalpha (2016) e La Riforma portuale di Federico II (2017).