“Matilda, Dei gratia si quid est”: così si firmava, solitamente con l’aggiunta di un riferimento alla sua fragile condizione di “foemina”, la Grancontessa Matilde di Canossa, spentasi il 24 luglio del 1115, Signora di un territorio vastissimo spaziante dal Lago di Garda fino alla Tuscia ed all’Umbria, e dal Tirreno all’Adriatico, ereditato dal padre Bonifacio.

Dotata di forza morale ed ingegno straordinari, dimostrò nel corso di tutta la sua vita di possedere un’innata attitudine al comando ed uno spirito libero ed indipendente, doti che le assicurarono l’ammirazione incondizionata dei suoi sudditi. Il castello di Canossa, arroccato sull’Appennino emiliano, per decenni con Matilde divenne il crocevia di importanti incontri politici e diplomatici, tesi a ricomporre il più famoso conflitto mai registrato fra i poteri laico e religioso, al culmine della cosiddetta “lotta per le investiture”.

Proprio lì, in una gelida e nevosa giornata di gennaio del 1077, Matilde fu testimone dell’incontro avuto da suo cugino, lo scomunicato Imperatore Enrico IV che per tre giorni e tre notti dovette attendere in abiti da penitente ed inginocchiato nella neve davanti al portone chiuso della rocca, e Gregorio VII, pontefice al quale lei, animata da una fede profonda e sincera, si sentiva vicina per affinità ideale e spirituale. Alla fine fu proprio lei, con un misto di preghiere e rimbrotti, a convincere Gregorio a perdonare e restituire le insegne regie ad Enrico, in un ritrovato quadro di pace che però fu di breve durata. Appena rientrato in Germania, infatti, Enrico riprese i suoi atteggiamenti di sfida all’autorità pontificia, fino ad essere fulminato da una nuova scomunica. Questa volta però la sua seconda discesa in Italia non si sarebbe conclusa con un’altra umiliazione, bensì con l’assedio di Gregorio in Castel Sant’Angelo e la sua conseguente fuga a Salerno. Reso tronfio dal successo, Enrico volle dare una bella lezione anche alla cugina, spogliandola dei suoi possedimenti, ma dopo una serie di effimeri successi iniziali il suo esercito fu sconfitto sugli stretti sentieri appenninici nei dintorni di Canossa dai soldati della Grancontessa che, come lupi famelici, sbucando dal fitto del bosco e dalle brume mattutine, si avventano sulla preda.

Come in politica, così anche in materia matrimoniale Matilda mostrò tutta la sua indipendenza. In ossequio alla “raison d’état” si sposò due volte, ma due volte si separò. La prima fu con Carlo di Lorena, detto “il Gobbo”, figlio del suo patrigno, presto mollato non solo perché troppo desideroso di impicciarsi nei suoi affari, ma anche perché lei, abituata all’azzurro del cielo italiano, di abitare “lassù”, nella selvaggia e grigia Lorena, proprio non ne voleva sapere. Così, quando Carlo morì per mano di un sicario, in molti sospettarono che la mandante del delitto fosse proprio lei. La seconda col bavaro Guelfo V, detto “il Pingue”, un diciannovenne che, trovandosi nel letto una signora che non solo avrebbe potuto essere sua madre, ma in più lo sovrastava per carisma e preparazione culturale, non riuscì a consumare il matrimonio e per questo fu presto allontanato. Dimenticati dunque mariti e possibili pretendenti, Matilde preferì restarsene sola fino alla fine dei suoi giorni.

In settant’anni di vita e quasi mezzo secolo di regno, la Grancontessa fronteggiò rivolte, costruì chiese e castelli, decise pace e guerre, perse terre e potere che poi però riconquistò, alternando l’uso della forza a quello della diplomazia e della pazienza. Il suo biografo, il monaco Donizone, ce la descrive così: “È fiera più di un uomo, è una figura della Bibbia, è maschia come Giaele”. E pazienza se, in un mondo ed un’epoca dominati dai maschi, molti di loro, per invidia, la considerarono “pazza”.

 

 

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: E. Ferri, La Grancontessa

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore