Questa lettera al “signor R. Lambruschini”, datata “Meleto, 9 giugno 1840”, fu pubblicata sul Giornale Agrario Toscano e ci regala una preziosa descrizione del paesaggio e dell’economia della Maremma a metà Ottocento.

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Il paese che si estende da Meleto al Castagno, cioè fino alla sommità di quella catena di monti che separano la Val d’ Elsa dalla Val d’ Era, e sui quali Gambassi e Montaione son fabbricati, ci era ben conosciuto, perchè l’anno precedente lo aveamo percorso dirigendoci a traverso le valli d’Evola e d’ Orlo, fino al secondo dei nominati castelli, e di là, visitato il Poggio all’Allione, ci eravamo diretti sopra San Gimignano a Colle, per ritornare a casa lungo il corso dell’ Elsa per Poggibonsi, Certaldo e Castelfiorentino. Così non offrendo la via fino al Castagno cosa alcuna di nuovo per noi, la percorremmo in gran parte in legno, acquistando tempo ed economizzando le forze nostre sul cominciare d’un esercizio, che comunque non ci fosse nuovo, pure non era il nostro abituale. Visitammo intanto la bella casa e i ridenti boschetti che il cavalier Ferdinando de’ marchesi Incontri ha fatto sorgere, con ogni cura, sopra una collina della sua fattoria di Pillo, dando a quel poggio il nome di sua famiglia, ed ove si compiace di vivere occupato delle sue terre, sulle quali esperimenta a confronto la cultura a sua mano e l’afflitto ai contadini del quale sembra finora contento, nè se ne dolgono a quel che pare fin qui gli antichi suoi mezzaioli. Ci colpì la vegetazione che manifestavasi intorno a Gambassi, conseguenza senz’altro del molto letame che vi producono le bestie da trasporto, che vi sono adoperate allo sgombero dai boschi delle legna e più del carbone e (in da qui cominciammo a vedere come le industrie tutte si leghino tra loro e si ricambino nei buoni ufficj, che la terra ingrata per sè medesima non alimenterebbe quella popolazione, se dessa con mezzi estranei all’agricoltura non impinguasse quel suolo.

E Gambassi ed i suoi contorni son l’ultimo sorriso della Val d’ Elsa; chè ben presto l’aspetto dei luoghi si fa tristo, rare le abitazioni dell’uomo, e questo si mostra scoraggiato dal peso d’una fatica mal ricompensata e dal tedio d’una solitudine squallida e desolante. Vedi profonde buche piuttosto che valli, ove il silenzio non è rotto che dalla scure, ove il fumo di qualche carbonaia attesta solo una industria, ove le capre sono l’unico vivente che appaia, ed ove finalmente l’esistenza dell’uomo si manifesta con questi tre agenti di distruzione. Sui ripiani del colle una povera agricoltura attesta la povertà dell’agricoltore, che alla mancanza di capitali tenta inutilmente supplire con disperato lavoro. Arnesi rurali dovunque insufficienti, qui nulli, perchè quì appunto i profondi lavori sarebbero indispensabili; scarso e gramo bestiame qui dove il bestiame dovrebbe esser la base d’ogni util sistema; ma i ricoveri mancano, le acque scarseggiano, dei prati nessuno si cura, e solo voglion grano da una terra senza letami e senza lavoro, e taluno pretende vino da un campo ove la vite apparisce come un ananasso in Siberia.

Ma già la fisionomia del paese si muta, e l’apparire di qualche albero annoso di non mediocre dimensione, annunzia pel primo un cambiamento nella natura del suolo; ed un miglioramento nelle abitazioni denota che l’uomo vive qui vita men dura e sconsolata. Ed ecco a pochi passi compariscono l’osteria del Castagno, e poi la villa già Vernaccia oggi Capponi, e intorno a quella accurate coltivazioni, frutto di capitali vistosi, di cui gli agiati padroni dotarono quei loro possessi, non spinti a ciò fare dal calcolo del tornaconto, ma invitativi solo da un ordine ben diverso d’idee, e dalla forza d’ un sistema economico agrario, che questo non è il momento di esaminare. Qui decisamente ponemmo piede a terra, e dato fondo alle nostre provvisioni da bocca, indossammo le nostre valigie, inviammo un saluto ai nostri cari a Meleto, e fissati gli occhia Volterra, colà ci volgemmo per la più corta. E breve realmente è quel tragitto della vallata, ma faticoso per la rapida china che conduce al letto dell’Era, e per l’erto cammino che guida dalla valle profonda all’alta cima ove è situata Volterra. Per via ci arrestammo alle acque sulfuree di Mummialla, ove da grandissime distanze concorre in estate il bestiame a mondarsi da sozzi morbi cutanei; e le gessaie, che da per tutto incontransi e sono interessante articolo di commercio col resto della Toscana, fissarono la nostra attenzione cosi sotto il rapporto geologico che da quello agrario, interessando il notare l’influenza del gesso sulla vegetazione di varie piante. A misura però che ci accostavamo al fiume vedevasi divenire argillosa la superficie del suolo, e qualche frana o taglio naturale del terreno mostravaci il gesso ricoperto da strati alternativi di tufo e d’argilla, e negli uni c negli altri non mancavano le fioriture saline che sogliono accompagnare il gesso, e le acque correnti ci parvero tutte salate non solo, ma di cattiva natura perchè ricche di solfato di calce.

Il letto dell’Era ci offrì de’ bei saggi d’ofiolite staccati da monti di tutt’altra natura di quelli che avevamo veduto finora. Dal fiume ci venne fatto di volgere uno sguardo al paese percorso dopo il Castagno e ci fu forza di maravigliarci della nudità di quelle argille e di quei tufi, ove nessuna cultura, o solo una squallida coltivazione apparisce, mentre la superficie del poggio che ci stava in faccia, e sulla quale è la via di Volterra, vedasi fitta d’abitatori e di piante presentare un aspetto ridente. Ed era manifesto essere identica la natura del suolo, anzi gli stessi strati continuarsi dalle due parti del fiume, talchè bisognava ricercar le cause del diverso stato agrario delle opposte pendici in tutt’altro che nella natura del terreno. E ci parve che la principale dovesse consistere nell’esposizione dei luoghi che qui dovea produrre effetti inversi a quelli che soglionsi generalmente osservare. Poiché qui l’esposizione meridionale dee produrre un’irresistibile arsura, e la boreale, mentre nel verno non cagiona alle piante un freddo intenso di troppo, offre‘ in estate qualche refrigerio, togliendo loro qualche ora di sole e facendo che men visi concentrino sopra i suoi raggi. Forse anche altre cause influiscono su questo; ma l’indicata non vi è estranea sicuramente, e ce ne confermammo quando arrivati a Volterra, trovammo nuovamente la desolazione sulle opposte pendenze del monte. E quì ciascuno riandava col pensiero analoghe situazioni e rammentava analoghi effetti, talchè ne concludevamo opportunamente che talora le esposizioni meridionali son men propizie alla coltivazione d’altre, che in teoria generale si direbbero non felici, e così cavavamo una buona lezione pratica da questa semplicissima osservazione.

Ma intanto eravamo a Volterra, e l’interesse che ci ispirava quella famosa città ci costringeva a visitare le reliquie di sua grandezza antica, testimoni della civiltà moderna per le cure che intorno a loro si spendono per conservarle.

Io non mi tratterrò punto sulla parte archeologica del nostro viaggio, perché comunque fosse per me curioso il vedere qual’ impressione facessero sull’animo de’ giovani, monumenti e memorie così rispettabili, pure il ridirle qui sarebbe privo d’ogni interesse, nè potrei certo colle nostre povere osservazioni aggiunger nulla a ciò che è notissimo per gli studi d’ illustratori profondi.

Ma bisognava pur vedere Volterra moderna, e cercarla nelle sue industrie, nelle sue risorse, nei suoi stabilimenti. E con questo fine visitammo la Casa di Forza, ove molti miglioramenti sono stati introdotti, dai quali è da credere che sarà molto per guadagnare il morale dei detenuti, e massimamente dal sistema cellulare adottato, al quale non dubitiamo che saranno associate tutte ‘quelle pratiche già sperimentate utili altrove, e che tendendo a modificare le prave abitudini, rifacendo, per così dire, l’educazione degl’individui, e aprendo loro il cuore ai dolci sentimenti di religione e all’amor del lavoro, riconquistano alla società tanti individui tralignanti e smarriti. Ma perché per l’effetto di tali istituzioni benefiche sia veramente assicurato e positivo, bisogna che la società sia giusta verso il vizioso corretto, dimentichi i suoi trascorsi ‘e lo accolga tra i suoi membri offrendogli pane; o almeno bisogna che siavi un luogo di prova, ove l’ individuo purgato dalle sue colpe, si ricompri coi suoi meriti l’estimazione, frattanto che si procura uno stato: diversamente ‘ogni speranza é vana, ogni tentativo è inutile e il pregiudizio sociale strugge l’opera della sociale virtù. E a quest’effetto sono lodevolissime le colonie agrarie, e Volterra l’offrirebbe opportunità grandissima per farne anche fra noi l’esperienza. Il commercio e le manifatture dell’alabastro erano piuttosto in auge in occasione della nostra visita; e dai molti riscontri che ci procurammo, fu dolce per me il confermarmi nella teoria semplicissima dalla quale deriva il gran principio della libertà del commercio, perché é manifesto, a chi pure non vuol chiudersi gli occhi per non vedere, che a questo solo sistema è dovuta la conservazione di quell’ industria, la quale sarebbe morta o quest’ora, se fosse continuato il vincolo dell’estrazione del genere greggio.

I nuovi ordinamenti sul trasporto del sale, le nuove strade aperte al suo transito per la pianura, formavano soggetto di lamento in quei giorni, perché Volterra perdeva una risorsa, che pel forzato giro di cose, durato finora e durato anche troppo, aveva ricavato dal transito e dal deposito di quel genere. Ma è questo un savissimo provvedimento, che oltre all’aver per base la giustizia e la buona regola d’economia, avrà poi per conseguenza di volgere l’industria dei Volterrani a cosa più produttiva e per essi più vantaggiosa. Perché di semplici vetturali, molti si faranno agricoltori; e qui non manca certo campo larghissimo all’industria loro d’esercitarsi, poiché gli circonda un territorio vastissimo incolto, ove per altro il loro sudore potrebbe essere largamente ricompensato, purché sappiano esercitarvi quell’arte che alle circostanze locali è opportuna, e non pretendano di far più d’un passo alla volta. Dalla nessuna (o peggio che nesssuna) direzione delle acque piovane nascono le continue depredazioni di quella collina, e quindi ne consegue la sterilità della superficie; ed è facile accorgersi che ovunque l’acqua o non ristagna o non rode, la terra si veste spontanea; e se sia dalla cura dell’uomo aiutata a produrre, subito si fa lieta di bella vegetazione, e la natura insegna quello che ai luoghi massimamente conviene, col crescervi spontanea meravigliosamente la sulla. Quindi la lupinella vi prospera egregiamente ed offre modo di far letami; e coi foraggi assicurati, un agricoltore che sappia il suo mestiere, non è mai povero. E se i Volterrani volgeranno le loro braccia, comunque scarse, all’agricoltura, se le consacreranno pochi capitali alla volta, se non pretenderanno follemente che la spesa compri gli anni nelle faccende agrarie, sussidiati da buoni strumenti, vedranno mutare aspetto a quelle immense solitudini, che rattristano i loro sguardi, e dalla terra colla sussistenza cresciuta, sorgerà nuova e vigorosa quella popolazione che le ingiurie della sorte e le calamità dei tempi, le rapirono crudelmente.

Finalmente occorreva dividerci da Volterra, e data un’occhiata alle profonde balze di San Giusto, dalle quali non provammo l’impressione che ci aspettavamo e che crediam tuttora e facilmente frenabili, purché si conceda loro di buona voglia quello che nissuna forza umana potrà loro sottrarre oramai, ci volgemmo per scorciatoie verso l’interessante Montecatini di Val di Cecina.

Interessante, io dico, per la miniera di rame che vi si escava col più felice successo, e intorno alla quale mi giova dir due parole, benché il Giornale Agrario ne parlasse già fino dal suo sesto volume. Ma l’esito dell’intrapresa superò tutte le speranze che allora potevano concepirsi, e il più ricco prodotto desiderabile premia adesso gli sforzi perseveranti, e i lavori assidui ed intelligenti dei coraggiosi intraprenditori.

La via e la campagna ad essa adiacente non offre interesse attuale; solo invita a considerare cosa furono un tempo quei luoghi e cosa potranno tornare, quando un’industria felice, vi riconduca l’agiatezza e il commercio. E di già si hanno segni di questo risorgimento dall’accresciuta popolazione, dai non rari miglioramenti campestri, e più di tutto dall’aumento e miglioria che nelle abitazioni si scorge, non che dalla molto mutata condizione degli abitanti, che insiem col paese tutto poco fa squallidi e vagabondi vedevansi, ed ora son fatti floridi ed operosi, e più che dello stretto necessario provvisti.

Lode e sincero plauso a coloro che di una fortunata speculazione non abusano; che al proprio interesse provvedono lasciando, a chi suda per loro un guadagno che lo fa vivere non solo, ma che permettenn avanzo, avanzo che una Cassa di Risparmio conserva e moltiplica, e che una buona Scuola feconderebbe coll’istruzione desiderabile.

La miniera del rame offre una vena ricchissima, siccome sin da principio mostrava; ma i nuclei che allora‘ rallegravano non sì di frequente gli scavatori, si fecero men rari, crebbero di mole, e poi finalmente si cangiarono in filone, dietro all’ondamento ben riconosciuto del quale s’ insiste. Frattanto si fanno de’ bei lavori per assicurare la durata della miniera, chè il tornaconto è qui, come altrove, causa di’ belle imprese; tornaconto che si verifica nel modo il più evidente e lusinghiero, da che si trovò larghissimo profitto nella vendita ‘del minerale sul mercato di Londra, lo che dispensa l’impresa dal convertir la vena in metallo, ogni volta che per circostanze locali, a ciò non troppo favorevoli, creda utile di rinunziare alla fusione e affinamento.

Né si potrebbe trovar miniera più di quella adattata per dare a dei giovani l’idea di questa sorte d’industria. Di facile accesso, sicura, in un terreno per caratteri geologici interessante, bene amministrata e con rara intelligenza diretta, e soprattutto affidata alle cure d’un ingegnere, che si è fatto toscano di patria e di modi, e che sa gentilmente prestarsi alle domande, appagandole col ridur popolare la scienza che egli possiede. Cosi vinto il primo ribrezzo alla bocca della miniera, lo scendere e il trattenersi nei suoi ravvolgimenti profondi non fu per noi penoso in alcun modo, ma parve anzi a tutti un piacevole trattenimento.

Sodisfatta così la nostra curiosità, e penetrati di riconoscenza per la gentilezza ricevuta a Montecatini, indirizzammo i nostri passi verso le Moje, profittando delle scorciatoie, che i pratici del paese ci andavano di mano in mano insegnando, e che preferivamo volentieri alla via maestra, perché non solo più brevi ma spesso più acconce a far meglio giudicare della vera condizione di un paese. Le strade rotabili formano spesso intorno a loro una condizione economica, affatto diversa da quella del resto della provincia, la quale profitta è vero dell’utile che da quella deriva, ma ne profitta come una folla può godere d’un fuoco unico in tempo d’ inverno: i contigui si scaldano, arriva un po’ di calore ai vicini, ai lontani non giunge che la luce e frattanto sembra il freddo più acuto. Però chi traversa i paesi in posta e scrive le sue osservazioni, non fa, in generale, che dei romanzi. Un piccolo stato, doveva esser traversato da un personaggio illustre; tutte le case che dalla strada postale si scorgevano, furono imbiancate, in tutti i borghi si fece una fiera, un mercato; ed il paese, a giudicarne da quel tratto e in quel giorno, parve un luogo incantato, il soggiorno dell’opulenza e della felicità.

Ma noi ci trovammo invece in mezzo al deserto; e lasciati i contorni di Montecatini, ove le coltivazioni antiche tanto durarono, malgrado i tempi calamitosi, da raggiunger questi così diversi per quel paese, s’ incontrano rari poderi, pochi branchi di pecore che scorrono immense piagge per trovar da vivere, e finalmente si cade sulla via provinciale che conduce alle Moje, molto prima che viste, annunziate dai fumi e dai vapori che se ne sollevano.

Ben pochi sono forse i Toscani che non conoscano quella Reale manifattura, ove si fabbrica quasi tutto il sale che serve al consumo del granducato, e che è certo il più bello che si consumi in Italia. Ma forse non tutti sanno come dessa sia stata un oggetto speciale di cure in questi ultimi tempi, dalle quali rilevantissimi miglioramenti son derivati a quella salinazione. Cosi noi visitammo con interesse grandissimo quella officina; ed i giovani che mi accompagnavano, poterono acquistarvi non poche idee chiare e complete intorno all’ economia del combustibile procurata da ben intesi fornelli, ed alla teoria della produzione e dispersione del vapore, combinata con tutta la salubrità per gli operai. Vedevano poi con interesse sommo i saggi di sal gemma estratti dalle viscere della terra nella perforazione dei pozzi, e chiedevano senza ottenere risposta sodisfacente, perché non si tentasse l’estrazione in grande di quel minerale, piuttosto che ottenerlo tutto disciolto dalle acque, per quindi separarlo di nuovo con tanta spesa. E visitando i diversi pozzi e i condotti dell’acqua salsa, l’occhio trascorreva a contemplare le immense piagge deserte del Volterrano da un lato , e le interminabili macchie appartenenti 0 soggette alle Moje dall’altro, e si considerava come le prime fossero di tanto in tanto rallegrate da qualche prateria di lupinella , che addita il mezzo di trar partito da quelle estensioni, e le seconde attestassero, che ove il sal gemma si escavasse, e quindi, per una gran parte almeno, non occorresse seguire altrimenti il sistema attuale, potrebbero sciogliersi i vincoli ora imposti alle legna , e quindi l’economia boschereccia risentirsi degli effetti benefici di un libero traffico.

Ma intanto noi traversavamo i poggi e giungevamo alle Moje vecchie, le quali attestano delle ristrettezze della fabbricazione del sale in Toscana sotto la dinastia Medicea, quando cioè se ne otteneva gran copia dalle acque marine spontaneamente evapora-intesi, nelle saline dell’Elba. Osservammo cammin facendo, come quasi tutte le sorgenti di quei contorni siano salse più o meno, e quindi salsi si riscontrino tutti i ruscelli coi quali indarno si tenta spenger la sete, che in quei luoghi più si beve e più cresce; e finalmente lungo la Cecina giungemmo al bel ponte sospeso che la cavalca, e del quale già rese conto il Giornale Agrario.

Quest’opera che surse per le cure d’un privato, che la fortuna volle far toscano a dispetto dell’origine e del nome, e del quale, avrò luogo di parlarvi nella futura mia lettera, è felicemente eseguita, ed è la prima che di tal mole e di quel genere si vedesse tra noi. Procurò senza dubbio un gran vantaggio alla provincia; e comunque in genere, dove abbondano la calce e la pietra, non siavi grande economia nel sostituir loro il legno ed il ferro, pure in questo caso, attesa la natura del fiume sul quale il ponte dovea stabilirsi, concederei volentieri che siasi utilmente fatta eccezione alla regola generale. Qui si apre la nuova strada, che per lunghi ma inevitabili e comodi ravvolgimenti conduce alle’ Pomarance, ove il bisogno di riposo ci rendeva impazienti di giungere, ed ove ci aspettava una gentile ospitalità. Lasciatemi ora posar la penna, e voi riposate gli occhi, se pur avete avuta la pazienza d’adoperarli meco fin quì, che io chiamato ad altre faccende non tornerò subito a ripigliare il presente carteggio.

Credetemi intanto, ec.

  1. Ridolfi

 

 

 

In copertina: Maremma di Giovanni Fattori. Fonte foto: dalla rete