Giovanna d’Angiò è da secoli al centro di ricostruzioni storiche dal carattere diffamatorio. Ogni storia erotica che la vede protagonista non ha fondamenti che non siano le calunnie dei suoi numerosi oppositori, per lo più voltagabbana. Quel che è certo è che Giovanna I fu l’emblema dell’amor cortese e della vita di corte del suo secolo.

Ne è esempio l’episodio che la vuole oggetto delle attenzioni cavalleresche di Galeazzo di Mantova, ovvero Galeazzo Cattaneo, capitano di ventura dei Gonzaga, e specie di Don Chisciotte ante litteram.

Parliamo di una vicenda poco documentata che, a distanza di un secolo, si legge nel libro “Duello”, di Paride del Pozzo. L’illustre giurista della corte aragonese di Napoli, scrisse: “…Et la Regina Ioanna prima uso una memorabile larghezza che celebrando in Caieta una dignissima festa dove conuito missere Galeazzo de Mantua alhora cavaliero de grande affare havendo con lei ballato ala fine del quale ballo missere Galeazzo ingenochiandose disse che per la humanita per sua maiesta ad epso monstrata pomesse per voto andare tanto per lo mondo combattendo se la vita gli basta insino ad tanto che doi cavalieri in battaglia superasse, liquali prometteva in remuneratione de tanta benignita domestichezza ala presata maiesta presentargli, il quale in Inghilterra, & in Borgogna combattendo virilissimamente dedoi cavalieri rimasi vincitore, & sicomo havea per voto promesso alla Regina li presento, li quali da quella forono con grandissimo honore, & favore receputi, & dopo gli sumpuosi doni de vestiti, & de cavalli con copia de dinari accompagnati honorevolmente ne li loro paesi liberi licentio”.

Probabilmente, anzi certamente, non è questa l’originaria fonte della vicenda. Quale essa sia lo ignoriamo, ma tutto dovette profondamente trasformarsi nel corso dei secoli cosìicché il Poliorama pittoresco, in pieno Ottocento, collocò la vicenda non a Gaeta, ma ad Avignone, nel contesto di un concorso poetico, e la condì di particolari inerenti il suo rapporto con Andrea d’Ungheria addirittura legandolo all’assassinio di Aversa, facendone di Giovanna la sicura mandante: “…In una gita alla sua città di Avignone, non ancora venduta al Papa per 80,000 fiorini, ella convocò tutti i poeti della Provenza e de’vicini paesi. Le più belle e nobili dame delle limitrofe Baronie furon elette a giudicare , e la stessa regina volle presedere alla festa, che fu piena di strani avvenimenti. Uno di essi fu cagionato da Galeazzo di Mantova , assai compito cavaliere, e de’ più graziosi ballerini d’Italia. Giovanna che amava le doti di leggiadria , e che tntte le possedeva , avea voluto una sera nel suo palazzo di A versa ballare con Galeazzo. Il quale mosso dall’onore che gli si faceva , e da’vezzi della regina , ne restò durante il ballo maravigliato. Di che, gittatosele a’piedi, lo scongiurò volesse accettarlo per cavaliere e concedergli andare per tutti i paesi del mondo a sostenere con le armi , Giovanna Regina di Napoli esser la più bella, la più nobile , la più ornata e spiritosa principessa dell’ universo. Questo entusiasmo era stato accolto dalla regina benignamente; anzi aveva conceduta la mano al bacio del cavaliere. Gli avea poi dato un guanto suo , e un nastro annodato per custodirlo da ogni pericolo. Galeazzo fuor di se per la gioia si mise tosto per la Francia, la Borgogna , l’Inghilterra, la Spagna, l’Alemagna, la Ungheria e per altre regioni ancora , invocando sempre la donna de’suoi pensieri, e per ogni dove spargendo quello che pochi ebber vero in tutto. E Giovanna avea dovuto obliar Galeazzo, quando il vide alla corte d’amore di Avignone ritornare con due cavalieri, i quali con un ginocchio piegato dinanzi a lei, si confessarono vinti dal suo difensore Parve compiaciuta la regina di’ un voto con tanta lealtà e valore adempiuto, ed accettò i prigionieri; a’quali poi disse: “Signori, come vedete siete in mia potestà per avere mal ragionato di me. Per le leggi del combattimento , posso mettervi in quella più vile e sommessa condizione , che mi aggrada; ma io avviso, che dal mio volto estimiate non albergare in me la crudeltà, perche* io a quel modo disponga di voi. Io dunque fo uso della mia dolcezza e umanità, e sin da questo punto vi dò la libertà di fare quanto vi sarà di piacere. Ricevuto Galeazzo di Mantova, la corte diamore fu dicharata aperta, e sessanta dame si assisero a lati di Giovanna, la quale vestita magnificamente di velluto cremisino ricamato in oro, come in una cerimonia di stato, si avea messa la corona in testa. Al re Andrea suo marito, che senza i consigli del Francescano Roberto, sarebbe stato quasi sotto la tutela di lei, ella permise che sedesse di sotto alle donne. Andrea principe timido, e disfavorito dalla natura, andò in fatti a porsi con imbarazzo apparente in un seggio sottoposto a quello della sposa. E poichè volle cingere la corona, Giovanna gliela strappò dicendo: «Mio bel signore, sopra tutto è qui che io regno sola, e senza il vostro consenso». È noto come Giovanna di Napoli, e Andrea di Ungheria fossero stati fidanzati sin dall’infanzia, e senza mutuo consentire; che è quanto formò la sorgente del mali, onde per mezzo secolo fu aggravanto il loro Regno. Molti trovatori gettarono tosto il guanto poetico, e i giudici dispensarono ai vincitori le corone. Anche i cavalieri della corte della Regina ebber parte all’aringo, e la stessa Giovanna non isdegnò scendere all’aIl Duca di Taranto, ( che per sua sventura assai presto dimenticò il giudizio di Giovanna, che l’amore si estingue nelle nozze)cinse della corona la fronte della Regina; e questa in segno di gratitudine gli concedette un dolce bacio. S’incominciò a parlare di cavalieri e trovatori d’altri tempi. Le dame si misero a cucire e la Regina a tessere accanto a Filippa Catanese, che da lavandaia era diventata nutrice di Giovanna, e poi Gran Siniscalca del Regno di Napoli. Pareva che a voce sommessa proverbiassero con mille sarcasmi la rudezza e difformità di Andrea, il quale a fin di troncar subito un colloquio di cui era egli il paziente, si alzò tosto, e appressando alla Regina con aria d’imbarazzo, che indarno tentava di dominare, la richiedea, d’un tuono forzatamente grazioso, a chi destinasse quel cordone d’oro che le sue bianche e belle mani intessevano.
» A voi, mio gentil signore, rispose la Regina, con piglio che ben dimostrava l’aspettazione e il desiderio di una seconda dimanda o rena contro la Signora di Marchebruse, celebre poetessa di quei tempi. Due controversie si agitarono, tanto più difficili a sciogliere, in quanto che era presente lo sposo della Regina. E sono: « Può esister vero amore tra persone unite in matrimonio ? »
«Rotto per qualsivoglia ragione il nodo coniugale, è da tenersi reo l’amore tra gli sposi separati ? »
Fu lunga la tenzone. La difendeva i doveri del matrimonio, e Giovanna la contraria causa aringava con tanta forza, che Andrea fu tre volte in punto di sgombrare. Le controversie furon decise a favor della Regina, e una coronale fu decretata. Togliendola con le proprie mani ella, veggente lo sposo, presentola a un cavaliere galante, il quale sin da buon tratto le era in grazia, con queste parole: « Da voi solo voglio ricever» E perchè, mia Regina e vera Signora, ripigliò Andrea, a me questo amabile e largo dono, che la vostra passata austerità non mi aveva lasciato sperare? »
« Eh mio signore e padrone, mal vi apponete, rispose tosto Giovanna, con un sorriso ironico, che non escludeva il giudizio della mente,… il fo per appiccarvi. »
Ed il vero diceva la Regina Giovanna di Napoli. Questa confessione sincera che le sfuggiva, a modo di bel motto, chiudeva tragicamente la corte d’amore da lei tenuta ad Avignone. Quanti erano intenditori dell’animo di Giovanna, e particolarmente della grande Siniscalca, sua complice ordinaria, videro una vicina catastrofe in quella risposta, che alla prima pareva futile e di poco conto, e ritiravansi dalla festa tristi e costernati. Solo il Duca di Taranto tra i cavalieri che eran presenti, trasali di speranza. Già pareagli cinger quel diadema, che tosto cadendogli dal capo, dovea nuotare nel suo sangue. In quanto ad Andrea, egli non intese la forza di quella frase, se non nella sera, in cui quattro assassini stimolati da gesti e dalla voce della granSiniscalca, e della stessa Regina, strozzaromlo nei giardini di Aversa, e l’appiccarono a una finestra del palazzo col fatale cordone d’oro, di cui con tanta atrocità gli si era indicato lo scopo”.

Dunque ricapitolando. Nel corso di una festa nel suo palazzo di Avignone, non ancora venduta al Papa (ma per altri la storia è ambientata a Gaeta), la regina Giovanna convocò tutti i poeti della Provenza in una competizione in versi di cui elesse giudici le dame del suo seguito.
Fu in questa occasione che Galeazzo di Mantova, già noto per la sua bravura nel ballo per un giro che la regina gli concesse ad Aversa, fu scelto da Giovanna come suo cavaliere all’aprirsi delle danze.
Galeazzo, stupito ed onorato da quella scelta, non appena il ballo terminò, si inginocchiò davanti alla regina e, in un impeto cavalleresco che ricorda l’amore donchisciottesco, fece voto ai suoi piedi di vagare per il mondo alla ricerca sfidando i cavalieri che avessero negato la bellezza e la gentilezza della regina, fino a che non ne avrebbe sconfitti due e donati a lei come regalo affinché ne disponesse come voleva.
Giovanna, divertita, gli concesse il baciamano, gli diede un guanto da usare nell’atto di sfida ed un nastro annodato, segno del voto fatto. Galeazzo, entusiasta e fedele all’impegno, cercò duelli in Francia, Borgogna, Inghilterra, Spagna, Germania ed Ungheria. Ci volle un anno affinché tornasse a Napoli con due prigionieri.
Fu ricevuto dalla regina con grandi onori, presentò i suoi prigionieri chinato in ginocchio e Giovanna si complimentò con lui. La regina si volse poi ai due cavalieri prigionieri concedendo loro la libertà, del denaro per ritornare in patria ed il dono di grosse catene d’oro.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Immagine di copertina tratta dal “Compendio delle vite dei re di Napoli” di Pompeo Sarnelli