Donna Maria Enrichetta Capecelatro dei Duchi di Castelpagano nacque a Torino nel 1863 da una nobile famiglia napoletana. Fu scrittrice, poetessa, traduttrice e dama di palazzo, a Napoli, della regina Margherita di Savoia. Dai suoi manoscritti autobiografici, conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli, emerge un’affettuosa e colorata tesimonianza di quella esperienza al seguito della regina.

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 In occasione di un soggiorno che fecero i Sovrani a Napoli nella primavera del 1900 io fui nominata dama di palazzo di Sua Maestà la Regina Margherita. In quelle settimane Napoli diventò brillante: ci fu un gran ricevimento a Corte nel quale io dovetti far le mie prime prove di dama, presentando alla Regina le signore e i gentiluomini che avevano fatto domanda di essere ammessi a Corte. Procuravo di aver sempre qualche particolare notizia su ciascuno a ciocché la Regina avesse qualche cosa da dire a coloro che le erano presentati ed essa, con la sua mirabile prontezza, sapeva subito trovare argomenti adatti al discorso e lasciava tutti incantati dell’accoglienza ricevuta. Ci fu poi l’indomani un grandioso pranzo, nel quale io fui seduta a sinistra del Re ed ebbi con lui una conversazione seguita che mi rivelò ancora di più il suo animo squisitamente gentile. La mattina avevo assistito, al seguito della Regina, una rivista militare nella quale avevo ammirato la bella prestanza del regale cavaliere, l’uomo forse di tutta Italia che stava meglio a cavallo. Ingrassato e non più giovane, aveva però ancora la sua bella figura di soldato e quel suo sguardo fiero che imponeva rispetto. Mio marito e i miei ragazzi Antonio ed Eleonora si erano fermati con la carrozza sulla strada che il corteo reale doveva percorrere al ritorno dalla rivista. Il Re era seguito da un numeroso Stato Maggiore, e l’oro delle divise, il luccichio delle sciabole sotto il magnifico sole di quella primavera napoletana, facevano un bellissimo vedere. “Sa? mi disse il Re, ho riconosciuto il Duca e i suoi figlioli e mi sono fermato un momento perchè i ragazzi vedessero bene il corteo. A quell’età queste cose fanno piacere”. Ringraziai il Re della sua amabile attenzione ed egli seguitò a parlarmi dei miei ragazzi così paternamente che mi commoveva. “Dica a suo figlio, aggiunse poi, che studi, glielo dica da parte mia. E’ tanto necessario studiare, specialmente di questi tempi! Se sabesse quanto mi sono pentito di non aver studiato abbastanza! Quando un ministro mi parla di qualche cosa che io non so, penso sempre: Ah! se avessi studiato di più quando ero giovane!”. La tavola splendidamente addobbata, i personaggi che i sedevano, l’orchestra che suonava, i fiori che facevano di quella sala una serra, tuttociò mi rese indimenticabile quella serata, e anche la ricordo per un noioso incidente che mi occorse. Mentre, dopo il pranzo, facevamo circolo intorno alle Loro Maestà, fosse il caldo o la stanchezza della giornata, che era stata piena di cerimonie (innaugurazione di non so quante cose, ricevimenti, visite ad orfanotrofi) oltre alla rivista della mattina, fatto sta che mi sentii girare il capo e capii che non avrei potuto più reggere in piedi. Di faccia a me c’era una fila di generali, tutti con l’elmo in mano, e si vedevano tutti quei pennacchi bianchi ondeggiare. Io pensai: finchè vedo i pennacchi dei generali sto salda: quando non li vedrò più, chiederò di andar via. Dopo un minuto la linea dei pennacchi mi si confuse davanti agli occhi e dovetti appoggiarmi al braccio della marchesa di Villamarina, la dama d’onore della Regina, dicendo a bassa voce che mi sentivo male. Che mortificazione fu la mia quando vidi che tutto il circolo si scompose, che il Re, la Regina, il principe di Napoli, la principessa Elena, vennero intorno a me e mi obbligarono a sdraiarmi su di un sofà, lì, in mezzo a tutta quell’accolta di persone reali e di autorità! La principessa di Napoli mi offrì la sua boccetta di sali, la marchesa di Villamarina mi portò un bicchier d’acqua, insomma, con mia grande vergogna diventai il punto di mira di tutti. Mi riebbi presto, ma il Re Umberto, ogni volta che mi vedeva in quei giorni di continui festeggiamenti, mi diceva: Si metta a sedere – e io protestavo che non era mia abitudine svenire ad ogni pié sospinto. Sarebbe superfluo ricordare quale fascino emanasse dalla Regina Margherita,  quale luminosità si diffondeva intorno alla sua soave bellezza. Aveva sempre e per tutti una parola gentile e non banale. Sapeva dire a tempo quel che andava detto, parlava senza pedanteria di arte e di letteratura, aiutata dalla sua prodigiosa memoria, ma soprattutto parlava delle cose che potevano interessare le persone con le quali conversava e che se ne andavano sempre incantate dell’udienza reale. Anche se entrava un giovane di diciotto anni si alzava per salutarlo, e aveva poi un garbo speciale per congedare i visitatori che credevano quasi di aver preso loro l’iniziativa del congedo. Mai una parola che potesse far dispiacere a qualcuno, una continua attenzione a non esprimere giudizi che potessero menomamente urtare gli altri, a non fare osservazioni che potessero implicare biasimo alle persone presenti, un’abilità sempre vigile, una benevolenza che non aveva nulla di artificiale. Ricordo che una volta, avendo detto che non le piaceva che gli uomini portassero anelli alle dita guardò subito alla sfuggita, le mani di mio marito per assicurarsi che non aveva nessun anello. Regina sempre, in ogni movenza, in ogni gesto, era però di una squisita delicatezza a non farlo sentire, e ciò anche nelle più piccole cose. Un giorno in cui essa aveva lasciato cadere il fazzoletto, io, naturalmente, mi chinai per raccoglierlo. Essa lo prese e disse subito con un grandioso sorriso: “Io non mi sono chinata perchè i nostri due cappelli si sarebbero incontrati”. Nel grande ricevimento di Corte del quale ho parlato, la vidi per l’ultima volta in tutto il suo fasto reale. Non più giovanissima, lasciava in ombra tutte le più giovani donne. Non avrei mai pensato di doverla rivedere dopo pochi mesi a Roma, in gramaglie, oppressa sotto al peso di un inconsolabile dolore!