Presentiamo al lettore alcuni passi tratti da “L’Italia dei Viceré” di Aurelio Musi dedicati all’analisi della “rivolta di Masaniello” scoppiata a Napoli tra il 1647 ed il 1648.

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[…]La rivolta che interessò il Regno di Napoli si svolse dal luglio 1647 all’aprile dell’anno successivo. Quali furono le fasi, i protagonisti, i modelli politici? Nella prima fase non vi fu aperta ribellione alla Spagna, piuttosto un attacco al blocco di potere, condotto nel segno dell’antifiscalismo. Le case assalite e incendiate dai rivoltosi napoletani appartengono soprattutto a funzionari regi che sono anche nobili di Seggio, grandi finanieri, personaggi che partecipano dell’indotto del sistema fiscale e che si occupano della sua amministrazione e gestione, rappresentanti “popolari” coinvolti nel sistema di potere centrale: una miscela estremamente interessante in cui compaiono gli strumenti visibili della pressione fiscale, ma anche l’odio della plebe verso i “nuovi ricchi”. Ma la rivolta napoletana del luglio 1647 non fu solo un movimento plebeo: il sottoproletariato urbano ne costituì la base di massa. La direzione del moto fu assunta subito da avvocati, piccoli magistrati, memrbi delle istituzioni rappresentative “popolari” di Napoli. Essi posero all’ordine del giorno la questione dell’allargamento delle basi del potere e del controllo politico nella Capitale del Regno. Giulio Genoino, il leader intellettuale del primo tempo della rivolta, chiedeva un maggiore peso del Seggio del Popolo, la parificazione dei voti “popolari” con quelli nobiliari nel Tribunale di San Lorenzo. Nei «Capitoli, Patti, Costituzioni e Privilegi» giurati dal Viceré duca d’Arcos «in nome di Sua Maestà Cattolica a beneficio de’ Napoletani» il 13 luglio 1647, Capitoli redatti dal Genoino e da altri avvocati napoletani, fu esaltato il valore della rete di organismi e istituzioni urbane in cui era rappresentato l’universo composito del “popolo” di Napoli: dagli esercenti professioni liberali senza titolo nobiliare, ai membri delle corporazioni, agli artigiani. La novità di quei Capitoli era rappresentata dalla richiesta di spezzare l’asse Viceré-Eletto del Popolo, di creare un controllo dal basso di questa carica. «L’Eletto del Popolo si facci per sei mesi dalli capi delle Ottine (le 29 circoscrizioni in cui era divisa Napoli) e non piacendo al Popolo detto Eletto, ne possano fare un altro, e di più si debbiano mutare li Capitani di strada, Consultori, Deputati ogni sei mesi; e che li facci il Popolo».
La stessa logica doveva presiedere anche alla nomina del Grassiere, il responsabile dell’annona, dell’approvvigionamento della Capitale, un pilastro del potere politico rbano. La prima fase della rivolta napoletana fu dunque caratterizzata insieme da un forte protagonismo delle istitutizioni rappresentative “popolri” napoletane e dalla rivendicazione di una loro profonda riforma. Nei primi giorni si definì pure l’organizzazione militare, oltre che civile, della rivolta. Alcuni contemporanei furono impressionati dalla disciplina e dalla capacità organizzativa dei rivoltosi. Furono pubblicati bandi affinchè «ciascun capitano di strada armasse e coordinasse in compagnia militare gli uomini della sua Ottina, imponendo con pene rigorose che tutti attendessero alla fidesa del popolo».

[…]Dopo la prima fase, l’assassinio del capopopolo Msaniello, voluto dal Viceré ma entusiasticamente caldeggiato da nobili, ministri, speculatori finanziari, persino esponenti “popolari” danneggiati dal provvedimento di abolizione delle gabelle, la seconda fase della rivoltà cominciò a farne emergere contraddizioni e limiti. A partire dall’agosto 1647 cominciarono a profilarsi tra i rivoltosi linee, obiettivi, forme di lotta antagoniste. Non vi fu coordinamento fra la logica della Capitale con il suo conflitto fra integrati ed esclusi e la lotta antifeudale, la guerra per bande che esplosero nelle campagne. Nella stessa Capitale la nuova élite dirigente del moto esprimeva posizioni tra loro non facilmente conciliabili: a legarle era forse solo la radicalizzazione dello scontro in atto fra integrati ed esclusi nella logica della Capitale. Dopo la deportazione di Giulio Genoino in Sardegna, alla guida del moto rivoluzionario era emersa da un lato una nuova figura di capopopolo, Gennaro Annese, formatosi nei primi scontri militari con gli Spagnoli; d’altro lato si era insediato un triumvirato composto da Francesco Toraldo, nobile “fuori Seggio”, a cui era stato affidato il comando militare, l’avvocato repubblicano Vincenzo D’Andrea, esponente di quella borghesia professionale che cercava una collocazione più idonea nello Stato e un ampliamento delle basi del potere, Francesco Antonio Arpaia, Eletto del Popolo. Nell’ottobre 1647 l’armata di don Giovanni d’Austria imprimeva una svolta decisiva alla dinamica della rivolta: iniziava la vera guerra, lo scontro armato tra il Regno di Napoli e la Spagna. Alla fine dello stesso mese Gennaro Annese, “Generalissimo” del Popolo napoletano, proclamava la “Real Repubblica Napolitana” sotto la protezione della Francia. Questa terza fase della rivolta si chiudeva il 7 aprile 1648 con il ritorno trionfale degli Spagnoli a Napoli….

[…]L’avvocato Vincenzo D’Andrea ricoprì la carica di Provveditore Generale, una specie di ministro dell’economia, durante la “Real Repubblica Napolitana”. Può essere considerato uno dei personaggi più interessanti di quella costellazione, curiosa per la mescolanza di estrazioni sociali e formazioni diverse, che diede vita all’unico esperimento di governo repubblicano della storia del Mezzogiorno prima del 1799. In quella costellazione figurano: avvocati radicali; piccoli e medi funzionari dello Stato; capipopolo; qualche barone erede del vecchio partito angioino; Enrico di Lorena, duca di Guisa, piombato a Napoli con l’illusione di diventare “duce” della Repubblica; il suo entourage. Proprio a Vincenzo D’Andrea e al gruppo che meglio si esprimeva nelle sue posizioni si devono le aperture più spinte verso modelli ed esperienze assai distanti dal sistema politico realizzato dagli Spagnoli… Il programma elaborato dal D’Andrea trovò il suo sbocco nell’editto del 4 novembre 1647, inviato a tutte le maggiori città del Regno… D’Andrea invitava le città e terre del Regno a eleggere loro rappresentanti “popolari” per realizzare una soluzione federativa tra Capitale e provincie. A questo modello politico corrispondeva un modello sociale in cui dovevano assumere funzioni dirigenti due ceti: la nobiltà, a cui era assegnata una funzione civile, la “dignitas” della difesa militare dello Stato; i ceti produttivi cittadini – mercanti, artigiani, ecc. – artefici del benessere economico della Repubblica… L’organismo politico nuovo, proposta dal D’Andrea e da altri intellettuali repubblicani, deputato alla realizzazione del raccordo fra Capitale e province, doveva essere il Senato… In realtà esso fu usato dal duca di Guisa per inserire la nobiltà nella macchina statale e controllare i gruppi “popolari” più radicali…

[…]Alla fine il modello spagnolo risultò vincente sul modello utopistico dei repubblicani napoletani. Circoscrizioni amministrative per scopi fiscali, le dodici province in cui era articolato il Mezzogiorno spagnolo erano anche il luogo di permanente conflittualità tra feudatari e contadini, baroni e comuni, fra amministrazione feudale, statale e comunale. La Spagna e i suoi gruppi dirigenti si preoccuparono di non ingerirsi nei conflitti e nelle controversie, cercando di mantenerli entro limiti fisiologici e compatibili con l’equilibrio politico del Regno.

 

 

 

In copertina è ritratto un particolare dell’opera “Piazza Mercato durante la rivolta di Masaneillo” del pittore Domenico Gargiulo, conservato al Museo di San Martino a Napoli