Episodio marginale della Guerra dei Trent’Anni, la Guerra di Successione di Mantova è restata famosa nella storia d’Italia non per grandi fatti bellici ma per due tragedie: il terribile sacco di Mantova e la peste portata dalle truppe imperiali e descritta dal Manzoni. Ma all’interno di essa si nasconde forse il più vergognoso fatto bellico in cui fu coinvolto quello che era il più florido e orgoglioso stato italiano, la Serenissima Repubblica di Venezia.

Nei primi anni del ‘600 la repubblica era solidamente schierata nel campo anti-asburgico al fine di mantenere la propria indipendenza e, per quel che era possibile, una parvenza di equilibrio nella penisola. Con gli Asburgo d’Austria la repubblica aveva combattuto la breve ma intensa guerra di Gradisca, o degli Uscocchi, nel 1615/17, ed era riuscita a far valere le proprie ragioni anche grazie anche ad una provvidenziale alleanza con le potenze riformate, Inghilterra e Province Unite.

Quando nel 1627 venne a morte senza figli il duca Vincenzo II di Mantova e Monferrato la successione andò ad un suo lontano parente, Carlo Gonzaga, duca di Nevers, appartenente ad un ramo della famiglia che nel secolo precedente si era trasferito oltralpe e completamente francesizzato. Anche se la Francia non era ancora entrata nella guerra contro gli Asburgo (lo farà più tardi, nel 1635) il conflitto tra Francia e Spagna, o meglio, tra Borboni e Asburgo, era già latente in nord Italia: le due potenze si erano scontrate per le questioni della Valtellina e del Monferrato, con la Francia solidamente schierata nel campo protestante e anti-asburgico. Venezia in quel periodo della Francia era alleato fedele, unita dalla comunanza di interessi. Ora gli Asburgo si opposero immediatamente alla successione del Nevers e, in alleanza con il duca di Savoia, si precipitarono ad assediare la piazzaforte monferrina di Casale, vitale per impedire una eventuale minaccia francese al Milanesato. L’assedio di Casale si protrasse stancamente, senza reali progressi, sino a quando il re di Francia decise di scendere in Italia e soccorrere la piazza. Ma a questo punto, era l’estate 1629, l’imperatore Ferdinando II, momentaneamente libero da problemi con le potenze protestanti in Germania, decise di fornire aiuto a Filippo IV, il suo cugino spagnolo, inviando un esercito imperiale in Italia con un obiettivo ben preciso: Mantova.

La strada diretta dall’Austria verso Mantova era bloccata dai territori veneti e gli imperiali, sotto Rambaldo di Collalto, evitarono la munita valle dell’Adige, scendendo per la via della Valtellina nel Milanesato e da qui verso Mantova. In Lombardia le fanterie imperiali lasciarono la peste ricordata dal Manzoni e tosto si portarono all’assedio della capitale del ducato gonzaghesco. La città era difesa da una guarnigione soprattutto francese ma era isolata e l’unica speranza di soccorso stava a questo punto nella repubblica, che sino ad allora si era più che altro mantenuta su una neutralità armata. Tale guarnigione respinse una prima volta gli imperiali in marzo ma di fronte alla mancata ritirata di costoro confidò negli alleati. Caratteristicamente la repubblica ai suoi impegni non si sottrasse, ed in breve armò un esercito con l’obiettivo di soccorrere Mantova, nuovamente stretta d’assedio dagli imperiali. Tale esercito si raccolse presso il borgo fortificato di Valeggio sul Mincio, sul confine tra la repubblica e il ducato mantovano, sotto la guida del Provveditore Generale alle Armi Zaccaria Sagredo e del Provveditore in campo Girolamo Trevisan e si limitò ad una funzione di osservazione, contando sull’affluenza di rinforzi costituiti in parte da cernide e in parte da mercenari reclutati all’estero. Numeri precisi non ne ho trovati ma probabilmente si trattava di alcune migliaia di uomini. Un’avanguardia composta da soldati corsi, considerati truppa scelta, cernide e pochi francesi, guidata dal francese duca di Candale, fu comunque inviata in territorio mantovano verso Goito, occupata dagli imperiali, e si attestò presso il borgo di Villabona, sede di una corte fortificata dei Gonzaga.  A questo punto gli imperiali da Goito intimarono ai veneziani di ritirarsi e di fronte al loro rifiuto, attaccarono. L’attacco ebbe successo: i veneziani abbozzarono una resistenza che venne meno quando gli imperiali li colpirono di infilata con alcuni pezzi d’artiglieria. Pare di soldati corsi ne siano caduti parecchi mentre le cernide si diedero ad una fuga disordinata. Ma il peggio doveva ancora venire. Gli sconfitti di Villabona si diressero di corsa a Valeggio e qui trasmisero in quattro e quattro otto il panico, primo tra tutti al Provveditore Generale alle Armi. Il Sagredo convocò un consiglio di guerra ove la maggior parte dei capitani, primo fra tutti il duca di Candale, suggerirono di resistere: ma fu tutto inutile. Probabilmente preso anch’egli dal panico decise per l’abbandono immediato della piazza, che fu attuato in modo disordinato, con soldati, civili e carriaggi in fuga verso Peschiera e Verona, inseguiti da reparti di cavalleria imperiale. Il nemico si avvicinò incredulo a Valeggio, piazza considerata munitissima, e quando si rese conto di ciò che era successo la occupò senza colpo ferire.

La conseguenza militare della rotta fu che Mantova rimase sola, in preda alla fame, e senza speranza di soccorso. Si difese eroicamente per un altro mese e mezzo e cadde per tradimento nella notte tra il 17 e il 18 luglio. La splendida capitale dei Gonzaga fu lasciata alla mercè delle soldatesche tedesche e conobbe un terribile sacco, con un enorme bilancio in termini di vittime e di distruzioni. La peste fu l’altro corollario di tanta sventura. Il territorio restò occupato dagli imperiali sino all’anno successivo quando, allarmato dallo sbarco svedese in Pomerania, Ferdinando II ritirò le proprie truppe. La guerra ebbe poi termine con il trattato di Cherasco del 6 aprile 1631 con Carlo Gonzaga confermato quale duca di Mantova; il 29 maggio 1631, esattamente un anno dopo il fattaccio, gli imperiali abbandonarono Valeggio.

Ma tremende furono le conseguenze della disfatta internamente alla repubblica. Le truppe venete in breve si sbandarono e persero ogni disciplina, rovesciandosi entro le mura di Peschiera e soprattutto di Verona; i soldati portarono con se la peste che in un anno avrebbe ridotto la popolazione della città scaligera da 55000 a 20000 abitanti. Questi fatti sono dettagliatamente riportati nelle cronache del tempo.

Il governo veneto e l’opinione pubblica furono indignati dal fatto e i responsabili vennero immediatamente inquisiti e sottoposti a giudizio, mentre nuovi comandanti furono inviati a Verona e Peschiera cercando di salvare il salvabile. Ma le relazioni di tali nuovi comandanti sono lettere sconsolate sullo stato delle truppe. Venne inviato a Verona un Inquisitore in campo, nella persona di Francesco Basadonna, ad indagare sulla vicenda mentre Zaccaria Sagredo, Girolamo Trevisan e il responsabile del commissariato, Alvise Mocenigo, furono richiamati a Venezia. Il Senato veneto processò i tre già nel settembre 1630, assolvendo Trevisan e Mocenigo ma ritenendo colpevole il Sagredo, che fu condannato a 10 anni di reclusione da scontarsi in fortezza senza veder la luce e alla successiva interdizione dai pubblici uffici. Riportiamo le motivazioni della sentenza:

Che la sententia hieri presa in questo Conseglio contro Zaccaria Sagredo sia nel maggior Conseglio publicata con le infrascritte colpe, cioè Che Zaccaria Sagredo già Provveditor Generale in Terra Ferma imputato, che trovandosi nel posto de Valezo ben munito et presidiato con militie et altri apprestamenti, la notte di 29 maggio p.p. abbandonando il luoco partisse incaminandosi et retirandosi nella piazza de Peschiera, havendo lasciate in grandissima confusione tutte le militie con ordini disordinati, che causarono le depredationi et spogli a quei fedelissimi suditi con perdita di tutte le monitioni et apprestamenti che vi erano dentro in molta quantità, oltre altri gravissimi danni che ne sono seguiti dapoi, ciò comettendo contro l’obligo della sua carica et contro il servitio della sua patria.

Zaccaria Sagredo aveva peraltro molti amici nel patriziato (suo fratello maggiore era stato il mentore veneziano di Galileo Galilei) e in seguito a dettagli processuali e giudiziari che sono rimasti ignoti non scontò il carcere duro bensì si limitò a ritirarsi a Sebenico sino a quando fu evidentemente riabilitato tanto da essere nominato podestà di Padova nel 1634. Dei suoi figli Niccolò fu eletto nel 1675 105º doge della Repubblica mentre Alvise nel 1678 fu eletto Patriarca di Venezia.

L’onore militare di Venezia si sarebbe brillantemente riscattato meno di vent’anni dopo, quando, praticamente da sola, intraprese contro il turco la lunga Guerra di Candia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Valerio Lucchinetti, laureato in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi di Milano con tesi di storia economica sui mercati granari in Lombardia nel XVIII secolo. Attivo professionalmente nel settore della gestione di portafogli azionari è appassionato di storia, con preferenza per il Medio Evo e l’età moderna sino alla Rivoluzione Francese.

 

Fonte foto: dalla rete

 

Bibliografia: AA.VV., Venezia e l’Europa: soldati, mercanti e riformatori, Verona, 1994; in particolare i saggi di Francesco Vecchiato “Un check-point d’Antico Regime” per la descrizione dei fatti di Villabona e Valeggio e “Valeggio sul Mincio: una macchia nell’onore militare della Serenissima” con copiosa produzione di fonti