La Carlotto è come la San Pablo del celebre film, l’unica nave da guerra italiana che non vide mai l’Italia e servì in tre/quattro marine.

Nel 1910, su richiesta del Ministro degli esteri (a sua volta contattato dall’ambasciatore italiano a Pechino), la Regia Marina decise la costruzione di due cannoniere fluviali da destinarsi alla stazione in Cina, per proteggere le comunità italiane lungo i fiumi cinesi ed in particolare l’alto Fiume Azzurro ed il Pai-ho, dove commercianti ed imprenditori italiani avevano costruito stabilimenti tessili e gestivano attività commerciali, oltre che, soprattutto sullo Fiume Azzurro, l’attività di importazione del corallo, che veniva lavorato in Italia e quindi nuovamente esportato in Estremo Oriente (ciò ad opera soprattutto di ditte artigianali napoletane). Navi di maggiori dimensioni, infatti, non potevano spingersi oltre Wusung (nella foce del Fiume Azzurro) e Hankow se non a fatica (e inoltre, per questioni economiche, la Regia Marina non poteva più permettersi di inviare continuamente navi da guerra in Estremo Oriente come stazionarie: per anni la protezione delle comunità italiane fu di competenza francese). Tra il marzo 1911 ed il novembre 1913 fu costruita in Italia la cannoniera Sebastiano Caboto, del dislocamento di un migliaio di tonnellate, poi giunta a Shanghai nell’aprile 1914 dopo un viaggio di quattro mesi.

Per la seconda cannoniera (progettata nel 1913), che avrebbe dovuto essere di dimensioni più contenute della Caboto (247 tonnellate di dislocamento standard), in modo da poter risalire i fiumi con maggior facilità e sicurezza, superando rapide, scogli e bassifondali laddove la Caboto avesse avuto problemi si decise di affidare la costruzione ad un cantiere cinese. Per la costruzione venne scelto il cantiere navale Shanghai Docks and Engineering Company (per altra fonte Dode Engineering) di Shanghai. Una volta scelto il cantiere (il contratto fu stipulato nel 1913), la nuova nave, che avrebbe dovuto chiamarsi Ermanno Carlotto, in memoria di un sottotenente di vascello caduto durante la Ribellione dei Boxer e decorato con la Medaglia d’oro al valor militare, venne subito impostata: la costruzione avvenne secondo le specifiche tecniche ed operative richieste dalla Regia Marina, e fu sorvegliata da un ufficiale del distaccamento della Regia Marina di Tientsin.

L’armamento della cannoniera, che avrebbe potuto raggiungere una velocità di 13,5 nodi, si sarebbe composto di due cannoni da 76/40 mm e di alcune mitragliere (6 FIAT da 6,5 mm e due Colt da 6,5/80 mm. Le due eliche (in grado di raggiungere i 286 giri al minuto) erano collocate in altrettanti tunnel, e così protette in modo da non danneggiarsi nell’eventuale urto contro scogli, mentre la carena sarebbe stata suddivisa in vari compartimenti. All’equipaggio italiano, composto da personale della Regia Marina (che, oltre che dell’armamento della nave, avrebbe avuto a disposizione anche numerosi fucili mod. 1891 e pistole Beretta da 7,65 mm), si sarebbero aggiunti alcuni civili cinesi per compiti di vario genere: pilota fluviale, cuoco ed interprete.

Impostata nel marzo 1914, la nave avrebbe dovuto essere ultimata in dicembre, ma la costruzione andò a rilento, dato che, nell’imminenza dello scoppio di un conflitto mondiale, venne data la priorità ad altre costruzioni. Nel 1915, a seguito dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, la costruzione della Carlotto venne interrotta, essendo la Cina neutrale, e potendo riprendere solo dopo la fine del conflitto, con il varo nel 1918. La cannoniera fu completata nel marzo 1921 e venne immediatamente inviata sul fiume Pai-ho, dov’erano in corso combattimenti tra le truppe di due signori della guerra cinesi, che ponevano a rischio i cittadini di tutte le nazioni occidentali. In tale occasione la Carlotto visitò alcune missioni italiane mai raggiunte da navi nazionali sino ad allora. In seguito la nave percorse più volte l’Alto e il Medio corso del fiume Azzurro. Dopo il ritorno a Shanghai, la nave risalì il Fiume Han, affluente del Fiume Azzurro nei pressi di Hankow, e quindi il Fiume Min, anch’esso affluente del Fiume Azzurro. Nel corso di tali navigazioni gli ufficiali della cannoniera tracciarono per la prima volte delle carte nautiche dettagliate di tali fiumi, riportando informazioni idrografiche, cicli di piena, correnti di piena, bassifondali ed altre informazioni necessarie per navigare sui fiumi.

Particolare rilievo ebbe la risalita, mai sino ad allora tentata con successo, del Fiume Azzurro per oltre 1000 miglia, intrapresa dalla Carlotto nel 1923, al comando del 1° tenente di vascello Alberto Da Zara. L’impresa ebbe grande risonanza, ed il Grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel, Ministro della Marina, elogiò il comandante Da Zara, gli ufficiali e tutto l’equipaggio, specialmente quello di macchina.

L’attività degli uomini della Carlotto (così come della Caboto) riguardava anche i controlli sulla correttezza dei commerci e sulle compagnie di navigazione italo-cinesi: nel caso venissero rilevati degli illeciti, gli ufficiali informavano le autorità del consolato, per far ritirare la bandiera italiana alle navi le cui compagnie armatoriali avevano capitale societario non a maggioranza italiana, ed i cui equipaggi non avevano composizione, sul piano quantitativo e qualitativo (il comandante ed i due terzi dell’equipaggio dovevano essere italiani, anche se altre norme consentivano una minore percentuale), conforme alle norme italiane. Molte di tali navi, infatti, erano di fatto passate sotto il controllo, invece che di comandanti italiani, di padroni marittimi cinesi, che le utilizzavano per il contrabbando di armi, e ciò aveva causato diversi tentativi di fermo ed ispezione di tali piroscafi da parte delle autorità cinesi, ma il fermo non era permesso dagli accordi stipulati con il governo cinese, ed era ritenuto intollerabile per la credibilità ed il prestigio delle compagnie di navigazione italiane e, conseguentemente, dell’Italia. Le cannoniere avevano anche il compito di proteggere le missioni italiane, spesso minacciate da saccheggi da parte di pirati fluviali, sbandati e reparti combattenti di opposte fazioni.

 

 

La Carlotto ed il suo equipaggio

Tra i primi comandanti della Carlotto, negli anni venti, vi fu il tenente di vascello Angelo Iachino. Nel 1924 la nave ricevette la bandiera di combattimento, offerta dalle donne italiane di Shanghai. Nella prima metà degli anni venti la Caboto e la Carlotto, rinforzate, in periodi differenti, dall’esploratore Libia, dall’ariete torpediniere Calabria e dall’incrociatore corazzato San Giorgio, proseguirono nella loro attività di controllo della situazione e protezione degli interessi e delle comunità italiane, in un quadro complicato dalla guerra civile cinese. Nel 1926 fu comandante, per sei mesi, della Carlotto, di stazione nel Fiume Azzurro, il tenente di vascello Adalberto Mariano, che avrebbe di lì a poco partecipato alla sfortunata spedizione artica del dirigibile Italia.

Nel 1927, nel pieno della guerra civile tra i comunisti di Mao Tse-tung e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, diverse nazioni occidentali (Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Italia) ed il Giappone inviarono navi a Nanchino (capitale della Cina nazionalista), che stava per essere attaccata dalle forze comuniste, per evacuare, se necessario, i propri cittadini residenti nella città: l’Italia vi inviò la Carlotto. Nel corso dello stesso anno la nave, mentre scendeva il Fiume Azzurro diretta a Shanghai, venne fatta oggetto di intenso tiro di fucileria, rispondendo al fuoco e disperdendo gli attaccanti. Il 27 giugno 1928, quando truppe comuniste attaccarono Changsha, le cannoniere Palos (statunitense), Teal (britannica) e Kotoga (giapponese) inviarono drappelli da sbarco a terra per aiutare i civili, e la Palos aprì il fuoco, sparando 67 colpi di cannone e 2000 di mitragliera e subendo lievi danni; la Carlotto, insieme alla cannoniera britannica Aphis, aprì anch’essa il fuoco, unendosi alla Palos nello scontro.

Tra la seconda metà degli anni venti e l’inizio degli anni trenta si alternarono in Cina anche il cacciatorpediniere Muggia (che si aggiunse al Libia, che era rimasto anch’esso in Cina: tali unità, insieme alle due cannoniere, formavano la squadra navale italiana in Cina), il trasporto Volta, l’incrociatore pesante Trento ed il cacciatorpediniere Espero. Nel marzo 1925 il Comando Navale Estremo Oriente comprendeva Libia, Caboto, Carlotto e l’incrociatore corazzato San Giorgio. Nel 1932, in seguito alla conquista giapponese della Manciuria ed ai problemi che ne derivarono, venne ricostituita la Divisione Navale dell’Estremo Oriente, comandata dall’ammiraglio Domenico Cavagnari e composta da Trento (nave ammiraglia), Libia, Espero, Caboto e Carlotto. In seguito Trento, Libia ed Espero furono sostituiti dall’esploratore Quarto. Nel 1934 l’ormai anziana ed usurata Caboto venne fatta rientrare in Italia, venendo rimpiazzata, nel 1935, dal posamine Lepanto, utilizzato come cannoniera: dopo la partenza, nel corso dello stesso anno, del Quarto, la Carlotto ed il Lepanto rimasero per due anni le uniche navi italiane in Cina, attive principalmente sul Fiume Azzurro, sullo Huangpu ed a Shanghai. Dal 1937 al 1938, mentre scoppiava la seconda guerra sino-giapponese (il 7 luglio 1937, in seguito all’incidente del ponte di Marco Polo, parte degli equipaggi di Lepanto e Carlotto avevano formato un distaccamento con compiti di difesa degli interessi italiani in Cina, al quale si aggiunse poi il Battaglione San Marco di Tientsin), venne inviato in Estremo Oriente, quale nave comando, l’incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli, sostituito, dal 1938 al 1939, dal Bartolomeo Colleoni.

Il 14 settembre 1937 la Carlotto lasciò Shanghai insieme ai piroscafi Macquaire ed Alexandra (aventi a bordo l’addetto militare in Cina, maggiore Principini, e gli ufficiali di collegamento, il tenente di vascello Carlo Thorel ed il tenente commissario Wladimiro Arlotta) per venire incontro al transatlantico Conte Biancamano, che si era ancorato a 4 miglia dalla foce dell’Huangpu. Il Conte Biancamano, proveniente da Massaua (da dov’era salpato il 27 agosto), trasportava il I Battaglione del 10º Reggimento della Divisione Granatieri di Savoia (una compagnia comando, tre di fucilieri ed una di mitraglieri, per un totale di 24 ufficiali, 46 sottufficiali, 174 graduati e 503 granatieri) con i relativi equipaggiamenti, inviato in Cina a tutela degli interessi italiani a Shanghai, minacciati dalla guerra sino-giapponese. I reparti del battaglione, nonché le relative armi, munizioni e materiali vennero trasbordati sul Macquaire e sull’Alexandra, che nel pomeriggio, insieme alla Carlotto, risalirono l’Huangpu, sulle cui rive infuriavano i combattimenti, raggiungendo Shanghai alle 17.30. Tra settembre e novembre 1937 settembre le compagnie da sbarco di Carlotto e Lepanto, insieme ai granatieri ed agli uomini del Reggimento San Marco, presidiarono le concessioni internazionali per tutelarle dall’occupazione giapponese di Shanghai.

Entro il settembre 1939, nell’imminenza dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, furono fatti rientrare in Italia il Colleoni e tutti i reparti della Regia Aeronautica, della Guardia di Finanza e dei Carabinieri: in Cina rimasero solo Lepanto e Carlotto, di base a Shanghai, ed il presidio di terra del Battaglione San Marco.

 

 

La Seconda Guerra Mondiale e l’armistizio

Dal 10 giugno 1940, data dell’entrata in guerra dell’Italia, all’8 settembre 1943, data dell’armistizio con gli Alleati, la Lepanto e la Carlotto stazionarono pressoché inattive a Shanghai (dove venne internato, dal giugno 1940, anche il transatlantico Conte Verde), senza prendere parte a nessun’azione bellica. A bordo della Carlotto aveva sede l’ufficio del Comando Superiore Navale in Estremo Oriente. Secondo altre fonti, invece, la Carlotto trascorse gran parte del conflitto a Tientsin, trasferendosi a Shanghai solo successivamente.

Nella primavera del 1942 il cannone di poppa, con le relative munizioni, venne rimosso e trasferito sulla Lepanto. La Carlotto fu inoltre ulteriormente alleggerita dallo sbarco o consumo di una cinquantina di tonnellate di acqua e nafta: ciò portò il già ridotto pescaggio della cannoniera a divenire quasi nullo. Nel corso del conflitto, inoltre, la nave coloniale Eritrea, arrivata a Shanghai dopo essersi trasferita in Giappone dall’Eritrea alla caduta di tale possedimento, trasferì 19 ascari del proprio equipaggio alla Carlotto.

Alla data dell’armistizio, l’8 (in Cina il 9) settembre 1943, la Carlotto era ormeggiata alle boe antistanti la Concessione francese di Shanghai, affiancata, lato dritto contro lato dritto, alla Lepanto, che aveva la prua rivolta verso sud (la Carlotto, perciò, l’aveva rivolta verso nord. La banchina distava circa duecento metri dalla cannoniera, mentre la boa d’ormeggio poppiera del Conte Verde era a circa trecento metri di distanza. L’equipaggio della cannoniera ammontava a 34 uomini: il comandante De Leonardis, unico ufficiale imbarcato, 14 sottufficiali italiani ed i 19 ascari trasferiti dall’Eritrea.

Il 9 settembre 1943 (in Italia, per via del fuso orario, era ancora l’8) il capo di stato maggiore della Regia Marina, ammiraglio Raffaele de Courten, ordinò a tutte le navi italiane in Estremo Oriente, mediante un telegramma «PAPA» (Precedenza Assoluta sulle Precedenze Assolute), di raggiungere un porto neutrale o, se ciò non fosse stato possibile, di autoaffondarsi. Dato che le tre navi a Shanghai non potevano raggiungere un porto neutrale, il capitano di vascello Giorgio Galletti, che sostituiva il parigrado Prelli, comandante in capo delle forze navali italiane in Cina, che si trovava al momento in Giappone, ne dispose l’autoaffondamento. Per primo si autoaffondò il Conte Verde, abbattendosi su di un fianco, e subito dopo, tra le 7 e le 7.30, anche la Lepanto e la Carlotto procedettero all’autoaffondamento. L’affondamento delle tre navi fu salutato dagli equipaggi con il saluto alla voce, ripetuto tre volte.

Gli equipaggi delle navi Italia e i componenti del battaglione San Marco in Cina caddero prigionieri dei giapponesi, alcuni aderirono alla RSI e accettarono di collaborare con le forze giapponesi, gli altri furono inviati in campo di prigionia.

 

 

Il servizio sotto bandiera giapponese e cinese

Il 15 ottobre 1943 la Carlotto venne recuperata dalle forze giapponesi, venendo quindi trasferita al cantiere Mitsubishi Shipbuilding’s Kiangnan Dockyard, sito a Shanghai.

Dopo essere stata riparata dalle forze nipponiche, l’Ermanno Carlotto entrò in servizio per la Marina imperiale giapponese, con il nome di Narumi. Formalmente la nave entrò in servizio a lavori ancora incorso, il 1º novembre 1943, venendo aggregata al Distretto Navale di Sasebo ed assegnata alla Forza Speciale di Base nel Settore del Fiume Azzurro (Flotta del Settore della Cina), sotto il comando del tenente di vascello Yoshida Komao; il 5 novembre la Narumi fu trasferita alla Forza di Vigilanza del Basso fiume Azzurro (sempre nell’ambito della Flotta del Settore della Cina).

Nel corso dei lavori l’armamento fu modificato, sostituendo i due cannoni da 76/40 mm con altrettanti pezzi dello stesso calibro ma di produzione giapponese, e sbarcando, il 6 dicembre, le mitragliere da 7,7/80 mm, che vennero sostituite con una mitragliera binata da 25 mm Type 96, un’altra anch’essa binata 13,2 mm Type 93 e 4 singole 7,7 mm Type 92. La nave imbarcò inoltre venti fucili Tipo 38 Arisaka e cinque pistole Tipo 14 Nambu per il drappello da sbarco, oltre a ricevere attrezzature radio di produzione giapponese. L’equipaggio risultò ammontare a 57 uomini.

I lavori di riparazione terminarono il 12 dicembre 1943, Il 31 dicembre, ultimati tutti i lavori, la nave lasciò Shanghai per Anking, dove arrivò il 3 gennaio 1944, iniziando a pattugliare il fiume nella zona di Anking ed Hankow.

Il 24 febbraio, dopo le 17.50, la città ed il porto di Kiukiang furono attaccati da nove bombardieri North American B-25 Mitchell, in un’incursione della durata di 65 minuti: la Narumi e la Seta (un’altra cannoniera nipponica), ancorate al largo di Kiukiang, risposero al fuoco con le proprie armi contraerei, senza subire danni. A fine febbraio la Narumi iniziò pattugliamenti regolari tra Kiukiang ed Anking insieme alle cannoniere Seta e Tatara, avendo base a Kiukiang.

Il 3 giugno 1944, a partire dall’1.05, il porto di Anking fu attaccato da numerosi bombardieri B-25 Mitchell e Consolidated B-24 Liberator, che sganciarono le proprie bombe da una quota di 2000 metri: la Narumi e la Tatara, all’ancora nei pressi della città, non furono colpite ed aprirono al fuoco contro i velivoli statunitensi.

Il 18 giugno la Narumi, la Tatara ed altre due cannoniere, la Suma e l’Atami, furono attaccate da tre bombardieri B-25 Mitchell scortati da dodici caccia Lockheed P-38 Lightning: la Narumi non fu colpita. Il 21 luglio, a seguito di un’avaria alle caldaie, il comandante della Narumi richiese che la nave fosse inviata nel cantiere di Kiangnan per le riparazioni: il 1º agosto la nave giunse a Shanghai, dove venne sottoposta a lavori di riparazione delle caldaie, protrattisi sino al 25 agosto, nei cantieri Mitsubishi Shipbuilding’s Kiangnan Dockyard, imbarcando anche un’ulteriore mitragliera binata Tipo 93 da 13,2 mm, ed aumentando l’equipaggio a 59 uomini.

Lo stesso 25 agosto la cannoniera lasciò Shanghai, dove rientrò in giornata prima di ripartire, il giorno seguente, alla volta di Anking, dove arrivò il 1º settembre, dopo aver sostato a Nanchino il 31 agosto per rifornirsi di carburante. A metà settembre la Narumi pattugliò il Fiume Azzurro tra Anking, Kiukiang e Nanchino, venendo due volte attaccata da B-25, ma uscendo illesa da entrambi gli attacchi.

Nella serata del 5 ottobre la nave ripartì da Anking verso Kiukiang, dove arrivò nella prima mattinata del giorno successivo, ma intorno a mezzogiorno del 7 ottobre fu attaccata da caccia Curtiss P-40 «Warhawk»: dopo le 12.25, due caccia mitragliarono la Narumi da un’altezza di 80 metri, sganciando anche alcune bombe, una delle quali colpì la cannoniera nel serbatoio del carburante di sinistra. Alle 3.50 dell’8 ottobre la nave officina Hayase arrivò sul posto per riparare la Narumi, completando i lavori entro il giorno seguente, nonostante i continui allarmi aere.

Il 2 dicembre la Narumi e la Tatara, ancorate a Kiukiang, furono assalite da sei caccia North American P-51 Mustang, senza subire alcun danno. Due giorni dopo la sola Narumi fu nuovamente attaccata da sei Mustang, ed il giorno seguente (intorno alle undici) subì un nuovo attacco ad opera di cinque Mustang, ma in entrambi i casi non riportò danni. Alle 13.17 del 7 dicembre 1944 due Mustang attaccarono nuovamente il porto di Kiukiang, mitragliando la Narumi e la Tatara, nonché i mercantili Maruko Maru e Rasan Maru, ma anche tale attacco non arrecò nessun danno alle navi.

Il 14 gennaio 1945, intorno a mezzogiorno, la cannoniera lasciò Kiukiang per Hankow insieme alla Seta, ma il giorno successivo, mentre navigava sul Fiume Azzurro nei pressi di Hankow, la Narumi fu coinvolta in un’incursione su Hankow da parte di 18 B-25 Mitchel del 341st Group della 14th Air Force, scortati da 20 P-51 Mustang e P-40 Warhawk: colpita, la Narumi fu gravemente danneggiata. Il giorno seguente, dopo il tramonto, la nave lasciò Kiukiang per Shanghai, sostando ad Anking e Nanchino e giungendo a Shanghai il 22 gennaio; il giorno seguente la cannoniera entrò nel bacino di carenaggio n. 2 dei Mitsubishi Shipbuilding’s Kiangnan Dockyard, restandovi sino al 20 febbraio 1945.

Il 2 aprile, dopo le 10.20, la Narumi venne attaccata a Shanghai da numerosi caccia P-51, uscendo però indenne dall’incursione. Dopo la resa giapponese la cannoniera fu ceduta alla Cina nazionalista. La nave entrò in servizio nel 1946 dopo la consegna quale riparazione di guerra, nella Marina della Cina nazionalista. Le fonti divergono circa la successiva sorte della cannoniera: secondo una versione, essa sarebbe stata ribattezzata Yen Ning ed avrebbe servito sotto la Marina cinese per un periodo imprecisato, e la sua sorte finale non sarebbe nota. Secondo altre fonti la nave, ribattezzata Kiang Kun sarebbe andata perduta nel 1949, nell’ambito della guerra civile tra nazionalisti e comunisti che avrebbe portato Mao Tse-tung al controllo della Cina, oppure, avrebbe servito anche per la Marina della Cina comunista e venendo smantellata nel 1965 o nel 1972-1976.

 

 

Autore Articolo: Gianluca Bertozzi

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: P. Ciro, La marina italiana in Estremo Oriente 1866- 2000; A. Rastelli, Italiani a Shangai: la Regia Marina in Estremo Oriente

 

 

 

 

Gianluca Bertozzi, laureato in Giurisprudenza, è studioso di storia militare