Il saggio La Sicilia degli Austrias Mayores presente nel Quarto Quaderno di Historia Regni prende in esame vicende e protagonisti della Sicilia del Cinquecento, i fatti più significativi che riguardarono l’isola nel XVI secolo. E’ un arco temporale lungo, un secolo durante il quale molti eventi hanno caratterizzato la vita siciliana; si pensi alle rivolte anti-spagnole avvenute tra il 1516 e il 1523, ovvero la rivolta contro il viceré Moncada, la rivolta di Giovan Luca Squarcialupo e la congiura dei fratelli Imperatore, avente quest’ultima il fine di consegnare la Sicilia alla Francia; si pensi però pure alla crisi economico finanziaria ed ai conseguenti fallimenti dei banchi pubblici nonché al continuo braccio di ferro tra potere regio e baronaggio.

Durante il XVI secolo la Sicilia dovette fronteggiare le incessanti pressioni turche, le lotte intestine tra le famiglie nobili, mai sazie di terre e di prestigio, e l’ostilità di siciliani contrari alla presenza iberica in terra sicula. I disordini che portarono alla caduta del Moncada, tra moti separatisti e congiure, si protrassero per anni e portarono, in seguito alla restaurazione dell’autorità regia, alla condanna di molti nobili. Figure illustri coadiuvarono Carlo V e Filippo II nella particolare amministrazione dell’isola e nella sua difesa, si pensi ad esempio ad Andrea Doria, popolarissimo capitano della flotta imperiale, ed a Francesco Ferdinando d’Avalos, uomo di fiducia di Filippo II e suo rappresentante al Concilio di Trento, già viceré di Milano.

Il Cinquecento fu dunque un secolo turbolento, movimentato, anche segnato da grandi battaglie: si ricordano quelle di Carlo V contro gli infedeli e, tra tutte, per ciò che riguarda la Sicilia, le felici imprese de La Goletta e Tunisi, alle quali l’imperatore in persona prese parte.

Nel 1535 Carlo si servì di tali vittorie da un punto di vista politico. Approfittò dei successi per mostrarsi da vicino ai sudditi compiendo un viaggio cerimoniale che rimase un evento straordinario per la Sicilia tutta. Sbarcato a Trapani, l’imperatore iniziò la sua marcia trionfale attraverso i paesi e le città dell’isola in direzione di Messina, da qui sarebbe poi salpato per risalire la penisola italiana, osannato ovunque per la sua grandezza.

Sotto Filippo II venne combattuta la celebre battaglia di Lepanto e la Sicilia, oltre ad offrire la sua strategica posizione nel cuore del Mediterraneo, cruciale per lo svolgersi dei fatti, fu partecipe con le sue galee ed un vigoroso vettovagliamento. Nelle acque di Messina, il 24 agosto si celebrò il primo consiglio di guerra. Don Juan convocò a bordo della Real: Sebastiano Venier e Agostino Barbarigo in rappresentanza di Venezia, Marcantonio Colonna e il suo luogotenente Pompeo Colonna, e Don Luis de Requesens. Per completare l’armata si attesero le 60 galere di Candia e le altre galere pontifice. La flotta cristiana contò 209 galere e 6 galeazze oltre alle navi da trasporto e quelle minori. L’apporto militare siciliano fu di 10 galere. Il Caetani ne scrisse così: “è la più bella armata che mai sia stata a’ tempi de’ cristiani, e molto meraviglio di parecchi che ancor disputano se si deve andare a combattere o no, anzi mantengono il no: ma questi sono genovesi interessati”.

Dall’industria del grano, della canna da zucchero, la viticoltura, la seta grezza o trattata, le tonnare, le saline e le miniere per giungere fino alle innumerevoli commesse concesse agli artisti più in voga del periodo come Mabuse, Caravaggio e Gagini, Palermo fu palcoscenico di una fioritura di arti, mestieri e commerci internazionali che portarono a un notevole incremento demografico. Territorio ricco di prodotti agricoli e minerari, strategicamente rilevante per i commerci e le operazioni militari nel Mediterraneo, eccellente baluardo contro le avanzate turche da Oriente, la Sicilia fu però un regno difficile da amministrare. Nel testo non mancano annotazioni sulle figure dei viceré designati dai due sovrani. Ugo Moncada, Ettore Pignatelli, Ferrante Gonzaga, Marcantonio Colonna e molti altri che nel bene o nel male hanno lasciato sull’isola una traccia indelebile del loro passaggio perché il XVI fu soprattutto il secolo delle riforme, sia politiche che giudiziarie. Carlo V, infatti, nel 1536 istituì la figura del consultore, per coadiuvare il viceré nell’esame di molteplici problemi legati all’amministrazione del governo e della giustizia, mentre il figlio, Filippo II, si occupò di riformare il Tribunale del Concistoro.

Un secolo, il XVI, pieno di contraddizioni, di eventi sanguinosi e violenti ma che mostrò una Sicilia al centro del Mediterraneo e del mondo.

 

 

 

Autore articolo: Davide Alessandra

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Davide Alessandra, laureando in giurisprudenza e studente di archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Palermo.