Nel 1764, la Repubblica di Venezia avviò delle intense trattative col Bey di Tripoli perché le navi corsare rappresentavano un enorme pericolo. I legni della Repubblica non si arrischiavano da soli in mare, necessitavano di scorta sebbene Venezia pagasse esosi tributi per poter esercitare liberamente il commercio nel Mediterraneo. Le trattative furono portate avanti da Prospero Valmarana, nobile veneto, e dal ministro tripolino Chagi Abduraman Agà. Quest’ultimo raggiunse Venezia nel 1765 per la stipulazione del trattato.

Il patto consistette di 23 capitoli di cui il più importante era proprio l’ultimo. In esso si legge: “Si è stabilito che le navi sciabecchi o altri bastimenti di qualunque sorta armati in corso della reggenza di Tripoli, per impedire ogni e qualunque inconveniente, non possono entrare nel porto di Venezia sotto qualunque titolo o pretesto dovendo servire di limite il Capo Santa Maria da una parte, e dall’altra Cimara: e li corsari tripolini dovranno eseguire in conformità, e astenersi dalla menoma contravvenzione”. Negli articoli precedenti si era pure convenuto sul fatto che le navi corsare dovevano restare lontane trenta miglia dalle isole della Repubblica e che non potevano entrare nei loro porti se non nel caso di burrasca.

Dopo la conclusione dei lavori, il capitano Bulich salpò da Venezia con due navi e le fregate Speranza e Costanza riportando a Tripoli il ministro Chagi Abduraman Agà. Sebbene tutto sembrava giunto ad una felice conclusione, Venezia fu accorda. Bulich ed il capo cadetto ingegnere Alvise Milanovich, non mancarono, prima di riprendere il viaggio, di compiere rilievi delle fortificazioni e annotamenti sul presidio e l’armamento di Tripoli. Milanovich tracciò pure la pianta della città e rilevò i fondi della rada. Prima di ritornare a Venezia ottennero anche la liberazione di 54 cristiani ridotti in schiavitù, ricoverati poi presso l’Ordine della Santissima Trinità o del Riscatto degli Schiavi.

I capitoli convenuti, come i veneziani sospettavano, furono infranti rapidamente e ripetutamente da Tripoli. Nel giro di poche settimane, infatti, si contarono: un legno corsaro entrato nel golfo di Venezia e approdato a Ragusa; la cattura di un legno maltese da parte di una galeotta tripolina; l’inseguimento attuato da corsari tripolini di un fregadone austriaco, liberato a Tirana dai veneti; il tentativo di predare un legno pugliese da parte della galeotta di Akmet Rais colta sul fatto dai veneti e tradotta nel porto di Zara. Ma ciò che fu più grave fu l’assalto a Curzola.

Tutto ciò portò Venezia sul piede di guerra. Il senato, con Antonio Cappello, Savio alla Mercanzia, tentò di ottenere spiegazioni ed armò navi fuori dalle acque segnate nel trattato, tenendo prigioniero Akmet Rais. L’ambasciatore di Tripoli condannò in apparenza l’operato dei suoi connazionali, ma protestò per le misure adottate dai veneziani. Alla fine le navi venete rientrarono ma fu mantenuto l’ordine di inseguimento dei corsari. Akmet Rais no fu liberato tentò però di fuggire facendo recidere i cavi che tenevano ferma la sua galeotta e tentando di sbarcare a Zara col suo equipaggio. In tale azione fece sparare due colpi di cannone uccidendo un sergente veneto e ordinando una scarica di moschetti a cui le milizie venete risposero uccidendo Akmet Rais e sedici dei suoi corsari. Nel frattempo i tripolini avevano continuato senza sosta le loro azioni corsare: nel gennaio del 1766 avevano predato a Navarrino la nave veneta Libertà, diretta a Smirne, facendone schiavo l’equipaggio; altre navi venete erano state predate a Modone ed a Milo. Come se non bastasse quando il Bey seppe che era stato ammazzato Akmet Rais minacciò ritorsioni e nuovi assalti.

Questo portò Venezia a servirsi della documentazione fornita da Bulich e Milanovich per preparare una spedizione militare a Tripoli. Il Senato preparò subito sei tartane nelle Bocche di Cattaro, ciascuna con a bordo settanta uomini e 16 cannoni, poi fece intimare al Bey di fermare i suoi corsari pena l’invio dell’armata veneta nei suoi domini. In tale circostanza Giacomo Nani fu nominato comandante delle fregate, San Michiel, Tolleranza, Vigilanza e San Vincenzo. Pure i mercanti privati vennero in sussidio del Senato armando a proprie spese una nave da guerra. Le quattro fregate furono poi affiancate da due corvette cariche di mortai.

La decisione di Venezia di far comparire la squadra navale dinanzi a Tripoli cominciò subito ad impensierire il Bey che sperò di stornare il pericolo dando tutta la responsabilità di quanto accaduto ad Abduraman Agà, ma era tardi per questi giochetti.

Il 4 agosto del 1766 le navi veneziane erano nel porto di Tripoli in ordine di battaglia. Lo sgomento colse il Bey che s’affrettò a parlamentare ed a cedere su ogni richiesta dei veneziani. Fu restituito l’intero equipaggio del Libertà, oggetti e mercanzie predate, furono pure risarciti i danni patiti dal commercio Venezia e puniti i comandanti corsari. Venne quindi concluso un formale e definitivo trattato di pace che confermò le vecchie capitolazioni.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Autore foto: Davide Alessandra

Bibliografia: G. Polver, Corsari tripolini nell’Adriatico