Nicola di Lorenzo Gabrini (1313- 1354) fu tante cose insieme. Politico ambizioso, spregiudicato e arruffone, ma anche uomo di spettacolo, brillante oratore e abile manipolatore di folle. Fu ingenuo e scaltro, sincero e bugiardo, realista e visionario al tempo stesso. Nella sua irresistibile ascesa, nel giro di un anno o poco più, scelse due volte come location per le sue esibizioni l’area del Laterano: qualche mese prima di impadronirsi del potere e qualche mese dopo averlo preso.
Populista ante litteram, Cola di Rienzo sosteneva di voler assumere il potere non per ambizione personale, ma per restituirlo al popolo. Scommise sulla paura, un carico da novanta, una carta sempre vincente nel gioco della politica. Promise che avrebbe tagliato le unghie alle famiglie baronali che, in feroce lotta tra loro, terrorizzavano con i loro sgherri la città. E ciò anche in vista del tanto sospirato Giubileo del 1350 che il papa aveva esteso, per la prima volta, anche alla Basilica Lateranense. Perché l’evento potesse essere una boccata d’ossigeno per una città ridotta allo stremo, era indispensabile riportarvi ordine e sicurezza.

 

Per legittimare i suoi programmi prima e le sue decisioni politiche poi col sigillo della continuità e della tradizione, Cola sulla carta aveva a disposizione diversi contesti. In primis il Campidoglio, più centrale, prospiciente ai Fori ed evocativo di antiche e più recenti memorie repubblicane e comunali. La Basilica di Santa Maria in Aracoeli poi, che i rampanti francescani avevano da poco ricostruito nelle attuali forme, sarebbe stato un palcoscenico eccezionale. E invece scelse l’area del Laterano anche se periferica e ancora deturpata dal rovinoso incendio del 1308. Siccome Cola conosceva come pochi la storia di Roma, la sua decisione prova quanto fosse stata profonda la trasformazione della città nella coscienza dei romani rispetto all’epoca classica se, ancora a metà Trecento, essi identificavano il centro del potere nel Laterano. Nonostante l’assenza del papa, lì stava la sua Cattedrale, il Palazzo dove viveva prima di trasferirsi in Francia, il Battistero dove si credeva avesse battezzato il primo imperatore cristiano Costantino, nonché Carlo Magno. Lì, e non sul Campidoglio, erano conservati la Lupa, lo Spinario e la statua a cavallo di Marco Aurelo scambiato per Costantino, ossia i simboli dell’antica Roma.

 

Cola tenne il primo show a metà del 1346 o agli inizi del 1347. Studiò ogni dettaglio dell’evento. Fece montare il palcoscenico su cui si sarebbe esibito nel coro, appena dietro l’altare maggiore della Basilica allora priva dell’attuale ingombrante ciborio. Nell’abside retrostante, allora non così lontana, fece murare il frammento della Lex de Imperio Vespasiani, forse da lui stesso rinvenuto nella chiesa. Già nel portico del Patriarchio, la lastra di bronzo pare fosse stata utilizzata da Bonifacio VIII come tavola di altare capovolta perché poteva sottendere un messaggio filo imperiale. L’iscrizione, che riportava brani della legge con cui il senato e il popolo romano trasferivano i propri poteri all’imperatore Vespasiano, suscitava grande impressione per la vetustà e la severa bellezza, ma quasi nessuno la sapeva leggere e interpretare. Cola ne fece perciò tradurre il contenuto in immagini, trasporre i concetti in un grande quadro figurato su tavola o forse su tela. Una novità assoluta. Forse fu il primo politico nella storia a servirsi di cartelloni pubblicitari per fare propaganda elettorale. Quello preparato per il comizio di San Giovanni era il secondo di quattro grandi manifesti che, nei primi mesi del 1347, saranno appesi nei quattro luoghi più frequentati di Roma.

 

Quel giorno, eravamo a metà dell’anno 1346 o agli inizi del 1347, le cose andarono all’incirca in questo modo. La Basilica di San Giovanni aprì le porte alle sei e mezza e, dopo meno di un’ora, era già piena come un uovo come se, dopo quarant’anni, stesse per tornare il papa da Avignone. Stimolati dalla presenza di tanta gente e su suggerimento di Cola, i canonici del Laterano furono più zelanti del solito perché tirarono i loro salmi per le lunghe, fino a l’ora fissata per il comizio. Alle nove però Cola non si fece vedere. Per non farsi rubare la scena, aspettò che gli aristocratici abboccassero all’amo e riempissero i banchi a loro riservati, i più vicini all’altare. Poi, da consumato attore, aspettò ancora. Fece la sua comparsa verso le dieci, prima che la curiosità e la tensione mutassero in stanchezza e malumore. Fu accolto da un moto di sollievo prima, di meraviglia e rispetto subito dopo perché indossava un vestito stravagante e paludato, a metà tra quello dell’imperatore e quello del papa. In testa poi aveva uno strano copricapo, un cappello bianco con più corone d’oro, una delle quali tagliata in due dalla punta di una spada d’argento. Era una stravaganza senza senso, ma la gente pensò che avesse un qualche recondito e importante significato.

 

Nel silenzio più assoluto e con studiata lentezza Cola, serissimo, salì sul podio. Si guardò intorno compiaciuto, si assestò l’abito, allargò le braccia e pronunciò un discorso degno di Demostene e di Cicerone. Prendendo spunto dal quadro che aveva alle spalle, rievocò anzitutto la passata grandezza del popolo romano. Raccontò attraverso quali e quante battaglie fosse diventato padrone dell’Italia e delle Gallie, della Spagna e della Germania. Quanti sacrifici gli fosse costata la conquista della Grecia e dell’Asia, dell’Africa e dell’Egitto. Di come si fosse spinto fino ai confini del mondo per fermarsi dove non ne valeva più la pena, in un luogo dove c’erano solo leoni. Spiegò poi come un giorno avesse conferito i suoi poteri all’imperatore volontariamente e senza costrizioni, non si capì se con obbligo di rendiconto o no. Ebbene tutto questo era illustrato nel quadro alle sue spalle. E chi non credeva al quadro poteva vederlo inciso sulla lastra di bronzo oscura e illeggibile, ma della cui verità non si poteva dubitare.

 

L’uditorio rimase disorientato, stordito. Le parole di Cola, infatti, configuravano un mondo capovolto. Il potere non scendeva dall’alto in basso come pensavano tutti; ma andava da sotto a sopra. Era sbagliato il mosaico del Triclinio Leonino, come pure la Teoria dei due Soli e quella del Sole e della Luna. Sbagliavano i libri e anche i professori delle università. Persino Paolo da Tarso, nella sua immensa sapienza, nella Lettera ai Romani aveva preso un abbaglio. A comandare non erano stati sempre stati il papa, l’imperatore e gli aristocratici da soli, insieme o alternativamente; a comandare una volta era il popolo e le cose andavano pure meglio.

 

Quello che oggi appare ovvio quel giorno era difficile anche da immaginare, poteva dare le stesse vertigini di quando si appurò che la terra, contro ogni evidenza, era tonda e girava intorno al sole. Era un messaggio meno radicale di quello fatto duecento anni prima da Arnaldo da Brescia, ma comunque troppo avanzato e dunque non fu inteso; forse nemmeno da Cola che di sicuro non lo portò fino in fondo. Commercianti, artigiani e locandieri, notai e piccoli proprietari terrieri d’altra parte erano accorsi al comizio con richieste più concrete o solo per curiosità. Non si aspettavano una lezione sull’origine e sull’esercizio del potere, quanto sapere del Giubileo che avrebbe inciso sulle loro tasche più di tante chiacchiere. Comunque, sentirsi dire che erano loro gli eredi del popolo romano li riempì di orgoglio. Quando poi Cola passò a descriverne lo stato di miseria in cui versavano, si sentirono punti sul vivo e defraudati della grandezza che era stata loro appena riconosciuta. Le reazioni furono le più diverse. Alcuni s’intristirono al punto che, per la commozione, non riuscirono trattenere lacrime e singhiozzi. Altri si limitarono a rumoreggiare. Altri ancora, per l’indignazione e la rabbia, presero ad agitare minacciosamente i pugni all’indirizzo dei responsabili, cioè dei nobili seduti nei primi banchi, che da parte loro finsero di cadere dalle nuvole. Tra essi l’ottantenne Stefano Colonna, fratello del più famoso Sciarra che aveva schiaffeggiato il papa ad Anagni, e il figlio Giovanni.

 

Cola sentì di avere tutti in pugno. Da grande oratore continuò a blandire l’uditorio, a frustarlo a piacimento toccando tutte le corde e i registri della retorica. Alla fine indicò sia al popolo disorientato sia alla nobiltà una via d’uscita nella sua persona e nella sua politica. Fu portato in trionfo. La via al potere assoluto era spianata. Aveva trentatré anni.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Mario Cipollone
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: M. Cipollone, San Giovanni in Laterano: tutta un’altra storia di Mario Cipollone, mmc edizioni – Roma