Venezia dovette tutto alla navigazione, sia in campo commerciale che in quello militare. Sorta in mezzo alle acque di una laguna, sfidò e vinse i corsari narentani, fastidiosi vicini, ebbe la meglio pure sugli ungheri, che sul principio del X secolo s’erano avventati sulla Penisola, e nel frattempo pittori, architetti, scultori dettero vita a magnifiche chiese e illustri palazzi. La sua singolare bellezza è sicuramente figlia di questi tredici secoli, tempo in cui si resse come repubblica rinunciando alle discordie interne e affidandosi ad un magistrato divenuto poi celebre col nome di doge.

Quando il doge Orseolo II conquistò la Dalmazia e l’Istria, snidando quelle coste dai corsari, la città ottenne la sua completa autonomia e riuscì a farla riconoscere, tanto da Basilio d’Oriente quanto da Ottone III, fiera di una autentica capacità di difesa.

La repubblica s’arricchì prestando le sue galee al trasporto degli eserciti crocesignati ed estese la sua influenza nei porti d’Oriente: sotto il doge Enrico Dandolo, la flotta veneta giunse ad inalberare lo stendardo di San Marco sin sulle mura di Costantinopoli ed il doge stesso, sebbene più che nonagenario, salì per primo sul bastione nemico.

La natura del governo veneziano fu popolare ma sotto il doge Pietro Gradenigo si evolse in senso aristocratico con l’elezione del Consiglio dei Dieci. Così il popolo perse ogni influenza e il governo della repubblica, nel 1297, passò definitivamente in mano patrizie. Il Libro d’Oro, redatto in quell’epoca, registrò l’intera nobiltà e la distribuì in categorie di famiglie aristocratiche assegnando ad ogni grado degli specifici privilegi. Quattro furono gli ordini di distinzione: primo, le famiglie tribunizie; secondo, i nobili o discendenti di nobili che nel 1297 avevano formato il Gran Consiglio; terzo, le famiglie cui fu concessa la nobiltà nelle guerre contro turchi e genovesi; quarto, le famiglie nobili perchè accolte come tali in regni stranieri. Questi ordini si divisero ulteriormente in vari classi.

Quando i greci riconquistarono Costantinopoli nel 1262, sessant’anni dopo l’occupazione veneto-crociata, Venezia era totalmente mutata. Le famiglie del Libro d’Oro, i Contarini, i Morosini, i Badovari, i Michieli, i Gradenighi, i Falieri, i Dandoli, i Tiepoli, i Giustiniani, i Bragadini, i Bembi, i Cornari, esprimevano vocazioni diverse: ingegno nella navigazione come da tradizione, ma anche nelle arti del commercio, nelle scienze, nelle lettere, soprattutto nella politica perchè Venezia, tenuta come “governo giusto”, non di rado fu invocata come arbitra fra contese europee.

Nel XIV secolo, Genova sconfisse le sue flotte e l’estromise dal commercio di Costantinopoli e del Mar Nero. Queste sconfitte quasi portarono Venezia sul punto d’una rivoluzione: il doge Marino Falieri congiurò con molti del popolo contro i patrizi del Gran Consiglio. La trama fu scoperta la notte prima della sommossa progettata ed il Falieri perse la testa. L’aristocrazia veneta fu definitivamente salva perchè riuscì a sconfiggere Genova, ripigliandosi Chioggia, e ad aver pure ragione dei Carraresi, signori di Parma, che avevano dato manforte ai liguri. Venezia usciva dalla crisi con un dominio esteso su Vicenza, Verona, Treviso e Padova, capace ora anche d’immischiarsi negli interessi del Nord Italia, si scopriva più cattiva, subdola, acuta: troppo nota è la misera fine di Carmagnola, capitano di ventura, che, abbandonato Filippo Maria Visconti, duca di Milano, si offrì alla repubblica veneta che poi, per sospetto di tradimento, lo giustiziò il 5 maggio del 1432.

La decadenza sarebbe arrivata con i viaggi di Vasco di Gama e Cristoforo Colombo, quando il Mediterraneo parve un lago. Già Nicolò Zeno aveva scoperto nuove regioni nell’Atlantico, trascianto da una tempesta sino alle Far Oer nel Trecento, ma Venezia non volle mai uscire dal suo lago, tentando di guadagnare su terra quanto le sfuggia in mare. Fece dunque i conti con la Lega di Cambrai, le ostilità del pontefice, quelle dell’imperatore, mentre i musulmani non la smettevano di colpire. Passò il Cinquecento che la dimensione economica della repubblica s’era appassita.

Nel 1630 arrivò un nemico più forte: la peste. Ottantamila abitanti falcidiati solo a Venezia, seicentomila nei suoi territori. Liberatasi il 21 novembre di quell’anno, giorno della Presentazione della Vergine, il senato volle erigere il Tempio di Santa Maria della Salute. Ma i disastri non finirono, i veneti furono cacciati dal Peloponneso, da Negorponte, da Candia, con onore, con sacrificio, ma alla fine persero. Con Francesco Morosini si riconquistò la Morea e Venezia potè dettare al Sultano i termini di una pace vantaggiosa. Troppo presto, si perse di nuovo tutto.

Da troppo tempo le ricchezze dei suoi commerci erano in calo, da troppo tempo altrove guardavano i grandi banchieri, così Venezia non volle più esporre le sue province ai disastri della guerra e tentò di restare in bilico in una prudente neutralità, ora, dopo tanti secoli, incapace di difendersi da sola. La fine arrivò coi napoleonidi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Cappelletti, Storia della repubblica di Venezia; G. Diedo, Storia Della Repubblica Di Venezia; R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia