Bragadin conosceva quale sorte era già toccata a Nicosia dopo la resa: tutti sterminati e donne e bambini inviati al mercato degli schiavi a Costantinopoli, nonostante questo accettò e raggiunse Lalah Kara Mustafa Pascià.

L’assedio della città di Famagosta da parte dei turchi fu la battaglia decisiva che permise loro di prendere possesso dell’intera isola di Cipro. Durò dieci mesi e la Repubblica di Venezia non riuscì a fornire soccorso alla guarnigione.

I soldati erano ormai logorati dalla fame e dagli stenti, accettarono dunque la proposta di resa concessa loro dai musulmani con onorevoli condizioni, descritte e firmate dai due comandanti in una pergamena bollata d’oro, il 2 agosto del 1571. La resa avrebbe salvato tutti i superstiti e tributato loro l’onore delle armi. Tre giorni dopo, Marcantonio Bragadin si recò all’accampamento dei turchi per la consegna delle chiavi della città.

Ciò che accadde fu orribile. Bragadin si presentò al nemico in una toga purpurea come senatore della Repubblica di San Marco, scortato da quaranta archibugieri. Pensava d’esser rispettato come diplomatico ed invece i turchi l’accerchiarono, lo minacciarono, lo sbeffeggiarono, sequestrarono il suo paggio, Antonio Quirini, e lo destinarono all’harem di Lalah Kara, poi trucidarono gli archibugieri a colpi di scimitarra.

Bragadin, terrorizzato, fu disarcionato e subì il taglio del naso e delle orecchie. Così mutilato fu costretto ad inginocchiarsi davanti al comandante turco. Fu poi chiuso in una gabbia ed esposto per giorni al sole, nudo, col viso deturpato e completamente sporco di sangue, mentre la sua guarnigione veniva ridotta in schiavitù ed i turchi si lanciavano a saccheggiare ciò che rimaneva della città, violentando donne ed uccidendole con i loro bambini.

L’esecuzione si tenne tredici giorni più tardi. Bragadin fu frustato, fece il giro della città trascinando sacchi di pietre, infine fu incatenato ad una colonna e scuoiato vivo.

Lalah Kara Mustafa Pascià ordinò che la sua pelle fosse riempita di paglia e rivestita poi della toga. Il corpo di Bragadin fu dunque issato sul pennone dell’ammiraglia e condotto a Costantinopoli.

Nel 1580, la pelle del veneziano fu trafugata dall’arsenale di Costantinopoli e portata in patria. Girolamo Polidori da Verona ne scrisse così al Senato: “Io, Hieronimo Polidoro da Verona, fatto schiavo in servizio della Serenissima… e non scordando nella mia schiavitù la divotione mia, né atterrendomi a nessun pericolo, sono stato quello felicissimo martire, il quale, a richiesta dell’illustrissimo Tiepolo allora Bailo in Costantinopoli, levai da una cassa dell’arsenale la pelle del clarissimo Bragadin, e di quella sotto i panni vestitomi, la portai salva ed intera all’illustrissimo Bailo, con questo atto di virtù e ardimento significando con certezza di morte la infinita divozione che porto alla Serenità vostra. Quello che mi sia successo dopo è orribile ad ascoltare… accusato di questo lecito furto ai ministri turcheschi ho patito innumerevoli… fieri tormenti, imperoché per mólti giorni fui torturato alla corda con li piedi in su, bastonato sul ventre e sulla schiena… battuto sulla natura che si guastò, ed io divenni eunuco… Dopo i tali tormenti tutto guasto e rovinato e in mendicità… mi sono finalmente condotto ai piedi della Serenità vostra, la quale supplico…”. A Venezia la pelle di Bragadin fu conservata prima nella Chiesa di San Gregorio e poi in quella dei Santi Giovanni e Paolo dove si trova ancora oggi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete