L’Abbazia cistercense di Santa Maria della Sambucina, immersa nel verde della Sila, sopra il paese di Luzzi, in provincia di Cosenza, fu eretta, su una già esistente dei benedettini (Santa Maria Requisita Nucis), per volontà di San Bernardo di Chiaravalle che inviò i suoi discepoli nella valle del Crati.


La Sambucina all’interno del Regno di Sicilia ha rappresentato il fulcro da dove si estese tutto il monachesimo latino e arrivò con le sue filiazioni, partendo dalla valle del Crati, in Sicilia, Basilicata e Puglia.

Casa madre dell’Ordine Cistercense nel Regno di Sicilia, fondò diverse filiazioni, divulgò l’architettura ogivale e, con i suoi “magister”, profuse tutte le conoscenze dell’ordine nel campo dell’architettura costruendo chiese, monasteri e acquedotti. Anche l’Imperatore Federico II adoperò le maestranze cistercensi per costruire i suoi manieri/fortificazioni. A tal proposito si vede ancora oggi l’uso di volte a crociera e archi ogivali nelle fortificazioni dello “Stupor mundi”.

Nel corso dei secoli la fama del cenobio dilagò dappertutto e dalla cronistoria si evince che ebbero ospitalità fra le sue mura regnanti, santi, principi, dotti, giuristi, artisti, vescovi, ecc. ecc.

“Dai Chartulari Sambucinesi si evince che durante il governo dell’Abate Sigismondo era stato scelto come “Portiere” della Sambucina un “maturo” pellegrino calabrese, venuto a trovar pace colà dopo aver per lungo tempo menata una vita di penitente in Terra Santa: Gioacchino da Celico”. In queste poche righe si evince il ruolo che ebbe Gioacchino da Fiore in Sambucina; egli viene definito “maturo” poiché già si fece notare in questo cenobio “per le sue virtù dello spirito e del cuore con il dono dell’intelligenza delle scritture” e pertanto l’Abate di Sambucina gli diede un importante incarico, cioè quello di “portinaio” che nell’ordine cistercense è molto ambito e viene per importanza dopo quello di Abate e Priore.

Grazie all’impegno di Gioacchino da Fiore e di Raniero da Ponza, nel 1193 fu eletto Abate di Sambucina Luca Campano quale persona pura di costumi, studioso e per la sua dedizione all’architettura. Lo stesso trascrisse molte opere di Gioacchino da Fiore quando quest’ultimo era a Casamari e con il quale rimase sempre molto legato.

Madonna con il Bambino, affresco di inizio XVI sec. situato sulla parte sinistra dell’altare maggiore della Sambucina.

Luca Campano diede una svolta allo sviluppo dell’Abbazia della Sambucina e negli anni in cui vi fu Abate fondò tantissime altre abbazie, ricostruì la Sambucina dopo il terremoto del 1184 e tante altre chiese danneggiate nella valle del Crati. Nel 1202, visto il suo particolare zelo nel predicare la II Crociata, divenne Arcivescovo di Cosenza. I regnanti dell’epoca diedero molti terreni e privilegi alla Sambucina e i monaci si adoperarono nell’applicare la regola di San Bernardo bonificando campi paludosi, sviluppando un grandissimo “scriptorium” con la copiatura di numerosi codici con bellissime miniature. Inoltre tramite le grangie gestivano con i conversi tutti questi territori. Nel periodo di massimo splendore del monastero all’interno di esso si raccolsero circa trecento monaci oltre ai conversi ed ebbe una libreria ricchissima; infatti come casa madre dell’ordine doveva provvedere ai bisogni religiosi e culturali di cui necessitavano le sue filiazioni.

L’ultimo degli abati regolari fu Nicola Bugliotta che insieme ai Principi Ruggero Sanseverino e Goffredo Filraonis costruirono nel 1409 un’importante opera di ingegneria idraulica: un acquedotto che dalla montagna di Nucis portava l’acqua “bona” al castello dei Principi Sanseverino ed all’Abbazia; circa sette chilometri di tubature di argilla e tanti pozzetti di acqua che ancora sono visibili, ma abbandonati,  e sono stati funzionanti fino al 1894.

Nel XV secolo anche la Sambucina conobbe il periodo delle Commende con tutti i suoi danni e che depredò di tutti i suoi beni questo importante cenobio. Ad ultimare il lavoro compiuto dagli abati commendatari fu la frana del 1569 che distrusse quasi totalmente il monastero. Solo nel XVII secolo grazie all’impegno di alcuni abati, tra cui Cesare Calepino e Vittorio Federico, fu ricostruito il chiostro nella parte posteriore dell’abside della chiesa (lato est); le tre navate originarie divennero una sola e la loro lunghezza da cinque campate fu ridotta ad una sola.

L’Ordine Cistercense continuò ad aver vita in Sambucina fino al 18 febbraio 1780 quando per volere di Ferdinando IV venne soppresso e i beni incamerati dal demanio per essere poi rivenduti a privati. Da quella data l’Ordine Cistercense si spense definitivamente in tutto il Meridione d’Italia.

Di questa antica Abbazia, oggi, resta ben poco ma rimangono le memorie storiche della visita dell’Imperatore Carlo V e di Cesare Firrao dei Principi di Luzzi, poeta e studioso luzzese, che qui ha le sue spoglie.

Autore articolo e foto: Flaviano Garritano

Flaviano Garritano, studioso di monachesimo cistercense, ha collaborato con “Calabria Ora”, “Il Veltro di Sambucina”, “Il Pungolo”, “Calabria. Noi nel Mondo”.