Nel bel mezzo della campagna salentina, sorge l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate, mirabile esempio di architettura medievale poi consegnata al mondo delle masserie pugliesi.

La Chiesa di Santa Maria rappresenta il fulcro del complesso. La facciata mostra un pregevole portale in carparo e pietra locale, riccamente decorato da motivi a rami e foglie stilizzati, tipicamente bizantini. Vi sono figura del Nuovo Testamento nell’archivolto del protiro e raffigurazioni zoomorfe sulle colonne laterali.

 

Nell’interno, a tre navate, si trovano un solido ciborio tardoduecentesco sull’altare maggiore dedicato a Sant’Irene, l’altare laterale è dedicato a Sant’Oronzo. Colpisce soprattutto il ciclo d’affreschi, pienamente inserito nella cultura figurativa di Bisanzio. Vi si distinguono raffigurazioni della Madonna del Popolo, di Santo Stefano Protomartire ed altre figure non identificate. Anche nei sottarchi l’iconografia sacra spicca per colori e formule figurative: santi monaci eremiti accompagnati da iscrizioni e cartigli, sovrastati da mezzi busti di profeti entro clipei attorniano la decorazione dell’area absidale che mostra l’Ascensione di Cristo. Sono tutte figure orientali, San Macario l’Egiziano, Santo Efrem il Siro, Eutimio il Grande, Sant’Antonio Abate, Teodosio il Cenobiarca

Una sala dell’abitazione del massaro conserva gli affreschi staccati dalle pareti: una Koimesis, ovvero la Dormitio Virginis, con la Vergine circondata dagli apostoli e dai vescovi officianti il funerale: Timoteo, Ieroteo e Dionigi l’Aeropagita; il Trittico con l’Annunciazione, San Giorgio e il drago e Sant’Eustachio e il cervo.

 

Due antichi frantoi ipogei, detti “trappiti”, testimoniano la fervente attività produttiva della masseria. Scavati nella roccia sotto la Casa monastica, dove si trovava il frantoio, e sotto la Casa del massaro, ancora oggi mostrano i segni delle macine di pietra che venivano fatte ruotare da un mulo, i pozzi di raccolta dell’olio, le pile e i torchi.

La masseria, ricavata dagli ambienti conventuali, mostra il volto successivo del complesso. Nelle sale della Casa del Massaro appaiono gli strumenti per la lavorazione delle olive, del grano, del tabacco, i macchinari, i forni, un mulino per cereali, i frantoi, alcuni di origine basiliana, altri ottocenteschi. È stato pure rinvenuto uno stampo di eulogie pasquali, destinato al pane benedetto distribuito ai fedeli a Pasqua, databile al XII secolo, con un testo greco che recita: “Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la sua morte e donando la vita a quanti erano nei sepolcri”. Molto interessante è il fatto che la macchina molitoria era azionata da forza animale. In effetti, la mancanza di corsi d’acqua nelle campagne di Terra d’Otranto portò alla diffusione di mulini a trazione animale, differenti da quelli idraulici presenti in Capitanata e in Terra di Bari.

 

Non si possiedono notizie certe sul periodo di costruzione del complesso. Documenti ci riportano al 1113 e ce ne parlano come di una residenza di monaci basiliani qui insediati da Boemondo d’Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo, ma probabilmente l’edificio è più antico. L’idea è suggerita dalle eleganti forme romaniche della chiesa, dal suo suggestivo chiostro, ma soprattutto dall’impronta bizantina degli affreschi dell’interno, più tardi accostati a cicli pittorici rinascimentali.

La leggenda vuole che l’Abbazia venne fondata in seguito ad un’apparizione mariana a cui assistette Tancredi d’Atavilla, Conte di Lecce, dopo aver inseguito una cerbiatta in una grotta. Secondo la tradizione i monaci basiliani abitarono Cerrata istituendovi una biblioteca ed uno scriptorium.

Passato nel 1521 sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli, il complesso si era già arricchito della Casa Monastica e più tardi vide sorgere anche la Casa del Massaro. Fu una razzia dei barbareschi, nel 1711, a far precipitare l’intero sito in uno stato di abbandono e degrado. In quell’anno i corsari musulmani catturarono anche 44 abitanti del posto. La responsabilità dell’accaduto fu imputata a Gaetano Fiore, incaricato della sorveglianza costiera, punito col carcere “per non avere esercitato bene il suo impiego ed assistito alla marina”.

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

Bibliografia: F. D’Angelo, Archeologia Medievale, XXXII, 2005; S. Bono, Lumi e corsari: Europa e Maghreb nel Settecento