Annessa la Repubblica di Genova al Piemonte, il corsaro napoleonico Francesco Sivori entrò col grado di tenente di vascello provvisorio nella marina sabauda che si predisponeva al riordino dell’ammiraglio Des Geneys. Questi non tardò ad impiegare l’esperto Sivori contro le incursioni barbaresche lungo la Riviera di Levante, ma prima c’era da prendersi l’isola di Capraia.

Capraia era stata evacuata quando Napoleone fu relegato prigioniero all’Elba. La restaurazione non aveva però spento le mire dei francesi che, sebbene ora governati da Luigi XVIII, l’avevano rioccupata. Non c’erano però dubbi che l’isola appartenesse a Torino in quanto territorio già appartenuto alla Repubblica di Genova e per questo riconosciuto, col Trattato di Vienna, sotto l’egida dei Savoia.

Quando Bonaparte fuggì dall’Elba, le truppe del re di Francia lasciarono Capraia e solo un piccolo contingente di corsi vi restarono in presidio. L’ammiraglio De Geneys si risolse dunque di occuparla e dispose che sul brick Maria Teresa e sul pinco Vergine della Misericordia prendesse imbarco una compagnia d’artiglieria di Marina. Il piccolo convoglio fu scortato dalle mezze galee Beatrice e Liguria, e dal bovo Veloce, comandato proprio da Francesco Sivori. Questi stessi uomini avrebbero poi dovuto costituire la guarnigione sabauda lì di stanza.

Il 4 ottobre Sivori inviò a Capraia il sottotenente Angioi per ricavare notizie. Di ritorno l’Angioi riferì che c’erano tre fregate barbaresche nelle acque e che il comandante francese non aveva alcuna intenzione di cedere l’isola. Nella notte del 6, il naviglio sabaudo salpò da Livorno, ritirandosi a La Spezia. Le operazioni ritardarono d’un mese perché la squadra tunisina sembrava muoversi di concerto coi francesi e, ben armata come era, avrebbe certamente sopraffatto la flotta della nascente marina sarda. Il 7 novembre, Sivori, dopo aver ricevuto notizia che il comandante francese della guarnigione del forte di Capraia aveva abbandonato l’isola, risalpò senza più indugi. Alle tre del pomeriggio dello stesso giorno, le navi, a quattro miglia da Capraia, videro inalberare sul forte la bandiera francese, operazione seguita da un colpo di cannone. Sebbene abbandonata dal comandante, vi erano dei soldati corsi intenzionati a resistere. La resa fu intimata dal Sivori nel pomeriggio, ma dovette parlamentare e trascorse un’intera notte senza arrivare a conclusioni. Fu così che Sivori dette l’ordine alle mezze galee di attaccare dal lato del mare con un fitto bombardamento, mentre le truppe d’artiglieria furono chiamate all’assalto dal lato terra.

I corsi risposero con alcuni colpi di cannone ma la loro fu una effimera opposizione. La bandiera del Regno di Sardegna fu subito inalberata sul forte e l’isola di Capraia fu liberata. La condotta di Francesco Sivori fu molto apprezzata dal governo che provvide a promuoverlo primo luogotenente di vascello col grado onorifico di capitano in seconda.

Tornato da questa campagna, Sivori operò fra l’isola di Taulara e quella dell’Asinara per sgomberare quelle acque dai barbareschi. L’aspetto più cruento della presenza dei corsari non era dovuto alle sole razzie ma al sequestro di donne e bambini ridotti poi in schiavitù nei mercati del Nord Africa. I barbareschi contavano tre fregate, tre corvette e sei navi minori. Sivori disponeva solo delle mezze galee Beatrice e Liguria, tuttavia riuscì a garantire una vigilanza continua che tenne lontani i musulmani. Il successo spinse le autorità di Cagliari a richiedere la sua presenza in difesa delle loro spiagge e dell’isola di Sant’Antioco, divenuta ora ritrovo dei corsari. Era chiaro che i mezzi di cui disponeva Sivori erano insufficienti, ma dal 10 novembre del 1815, giorno in cui lasciò Capraia, sino al 10 ottobre del 1816, seguitò a combattere i barbareschi e, visto il felice esito del suo lavoro, fu promosso a capitano in seconda di vascello.

Nel frattempo il De Geneys stava ingrandendo la flotta sarda e, col supporto della marina britannica, era riuscito a strappare una momentanea tregua ai Bay di Algeri, Tunisi e Tripoli. Sivori così passò al Comando Generale della Regia Marina che era a Genova e qui, il 14 febbraio del 1819, fu promosso capitano di fregata. Con questo nuovo grado assunse il comando della corvetta Tritone e scortò la fregata Commercio sino a Lisbona per condurvi il Marchese Grimaldi, futuro plenipotenziario sardo a Rio de Janeiro. Di ritorno fu ancora impegnato nella difesa delle coste del Regno per poi passare all’Arsenale di Genova in qualità di vicedirettore.

Proprio all’Arsenale, nel 1821 scoppiò un grave incendio, forse doloso. Il clima era teso, i moti rivoluzionari scuotevano l’Italia intera. I danni furono limitati, ma ben presto la rivolta genovese del 23 marzo, cui parteciparono marinai ed artiglieri di marina, portò all’assalto della Darsena e alla depredazione del brick Zeffiro. Sivori, con pochi fidati, riuscì a ristabilire l’ordine nel porto ed a recuperare gran parte del materiale sottratto. La rivolta fu così sedata e l’Arsenale riprese a lavorare. Sul finire dell’anno uno spaventoso temporale fece rompere gli ormeggi alle navi in porto e alcune di esse andarono perdute. Sivori riuscì ad impedire che la fregata Maria Teresa si fracassasse sulla Darsena e, l’anno seguente, proprio a bordo della Maria Teresa, andò in Marocco per siglare un accordo tra i due paesi.

Di lì a poco fu protagonista dell’impresa di Tripoli. Quando Carlo Felice seppe di questo grandioso successo, accordò a Sivori 1500 lire di pensione annua mentre la Camera di Commercio di Genova gli concesse una spada d’onore in oro. Completò la sua carriera a bordo della fregata Commercio raggiungendo Smirne, Tenedos, Salonicco, Syra, il Pireo. Al ritorno gli fu concesso il grado di contrammiraglio per merito di guerra e fu pure nominato Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia. Si spense il 22 luglio del 1830.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Gonni, Francesco Sivori