L’armamento dei guerrieri longobardi

L’armamento dei guerrieri longobardi

L’armamento dei Longobardi è il frutto di innesti, nel consueto armamentario germanico fatto di spatha, lancia e scudo, di novità provenienti dall’Oriente e, particolarmente in Italia, dal contatto con la cultura bizantina. Per esempio influssi dell’Impero Romano d’Oriente si scorgono nelle corazze lamellari ma anche negli speroni e nei finimenti di cavallo.

Anche per questo, seguire l’evoluzione dell’armamento longobardo non è semplice. Tuttavia possiamo provare a tracciare alcuni elementi basilari partendo da alcune certezze: molto prima dei Franchi, i Longobardi avevano già assegnato alla loro cavalleria un ruolo di centrale importanza, come i Goti, gli Alani ed i Sarmati del resto, dunque nelle tombe si ritrovano più che armi di fanteria, morsi, finimenti, guarnizioni di sella e speroni; alle tipiche armi della fanteria merovingia, come la scure da getto (la francisca) e l’ango (una sorta di giavellotto), i Longobardi preferivano il sax, introdotto in Occidente dagli Unni, e di qui la grande rilevanza assunta dalla cintura.

In linea di massima possiamo dunque asserire che l’armamento in dotazione della cavalleria prevedeva speroni, sella e staffe, scudo, lancia, spada e sax, mentre per la fanteria c’erano scudo, spada o sax, arco e frecce.

Ricostruzione di costume longobardo, Museo del Sannio, Benevento. Foto di Angelo D’Ambra

Il cavallo

Sella fissa, staffe e morsi, probabilmente conosciuti a contatto coi popoli delle steppe, erano centrali per i Longobardi. Di particolare rilievo artistico, molte delle guarnizioni dei finimenti del cavallo erano in lamina d’oro con decorazioni. Ciò in un’età in cui il cavallo era un elemento importantissimo della vita sociale, così importante che lo troviamo in sepolture accanto al cavaliere.

Tra i morsi compaiono nelle tombe tipi diversi. Era assai diffuso il morso snodato, composto da due sbarre di ferro congiunte attraverso due anelli. I finimenti della testa del cavallo erano collegati al morso mediante morsetti che potevano muovere direttamente dalla stanghetta verticale o da un anello ad essa saldato. Non di rado i morsi erano decorati all’agemina, cioè a incastro con gruppi di linee ed incroci di filamenti di metalli diversi. Le briglie ed i finimenti della testa del cavallo erano poi forniti di tutta una serie di fibbie, lastrine e placchette di varia forma.

Una serie di cinghie correva attorno al corpo dell’animale legando la sella e da esse fuoriuscivano numerosi puntali e pendagli con decorazioni decorate, così come decorato poteva essere l’arcione della sella.

Tomba di cavaliere longobardo con cavallo, Museo Sannitico di Campobasso. Fonte foto dalla rete

L’elmo

Per quel che riguarda l’elmo, i reperti più importanti sono quelli dei cimiteri di Nocera Umbra e Castel Trosino, mentre a Firenze, presso il Museo del Bargello, è conservata la placca frontale di Agilulfo, una lamina in bronzo dorato decorata a rilievo col re tra due guerrieri.

Coronato nella parte più alta da una calotta semisferica sormontata da un cimiero di coda di cavallo, l’elmo si componeva di più parti in spessa lamina di ferro collegate da un legamento in cuoio passante in fori posti lungo i lati delle manie. All’interno vi era una imbottitura in cuoio e pelo. La placca frontale era segnata da un’appendice per la protezione del naso e delle sopracciglia, ai lati pendevano le paragnatidi (copertura per le guance) mentre la nuca era protetta da una fitta maglia di ferro che scendeva fin sulle spalle.

Elmo di Niederstotzingen, Württembergergisches Landesmuseum, Stoccarda. Fonte foto dalla rete

La corazza

I corredi longobardi ci hanno consegnato solo frammenti ma, attraverso il confronto con le fonti iconografiche, riconosciamo i tratti principali della corazza dei Longobardi. L’origine di questo tipo di corazza è chiaramente da ricondursi all’aria orientale.

Si componeva di due parti separate, una superiore per la protezione del busto e delle spalle ed una inferiore che dalla vita giungeva sino al ginocchio. Essa era strutturata in lamelle in lamina di ferro di diversa lunghezza e profilo, disposte a squame ed in file parallele. Legamenti in cuoio ne permettevano l’allaccio e ne garantivano l’elasticità preservando la libertà dei movimenti del corpo ed un più efficace assorbimento dei colpi.

Cavaliere longobardo trafigge nemico, Piatto d’argento di Isola Rizza (VR), Museo di Castelvecchio. Fonte foto dalla rete

Lo scudo

A differenza dell’elmo e della corazza lamellare, probabile attributo solo di alti ceti sociali, lo scudo era un elemento dell’armamento comune a tutti i guerrieri. Di fatti è presente in quasi tutte le tombe maschili. Sul territorio italiano se ne trovano esemplari con un maggiore pronunciamento conico, ma di base è rotondo, piuttosto leggero e maneggevole, in legno con rivestimento in cuoio. Una calotta in ferro con tesa circolare, l’umbone, rafforzava il centro in corrispondenza della sottostante impugnatura.

Scudo longobardo proveniente dalla necropoli di Pezzapiana, Museo del Sannio, Benevento. Foto di Angelo D’Ambra

La spada e il sax

Lunga, pesante e a doppia lama, la spada longobarda era sicuramente poco maneggevole. La lama era lavorata in tre parti, quella centrale e poi le lame taglienti che venivano saldate al nucleo centrale. Questo era formato dalla sovrapposizione di più strati alternati di ferro e acciaio, ribattuti insieme e ripiegati in modo da creare una decorazione di superficie detta damaschinatura. I foderi erano in legno e cuoio con spigoli rinforzati in metallo.

La spada era poco maneggevole, dicevamo, e per questo i Longobardi vi abbinavano un’arma da taglio più leggera, il sax. A quanto pare furono gli Unni ad introdurre, accanto alla spatha, una semispatha ad un solo taglio, ma a differenza di quello comunemente diffuso nel mondo germanico, nel sax longobardo si è riscontrata una lunghezza superiore. Si trattava ad ogni modo di una spada a un solo taglio, con un manico lungo rivestito di legno, la punta ricurva, il dorso della lama percorso da canali longitudinali. Differiva dai pugnali per un aspetto che definiremmo “orientale”, ricorda di fatti una sorta di precursore della sciabola, e veniva allacciato obliquamente sul fianco o portato con una bandoliera.

La cintura diveniva allora un elemento molto importante poiché permetteva la sospensione della spatha e del sax. Solitamente in bronzo, a placca triangolare caratterizzato da grosse borchie sporgenti, essa finì col riflettere, attraverso le sue decorazioni, la condizione sociale di chi la indossava; era generalmente in cuoio adornata con guarnizioni, linguette, bottoni in metallo ageminato, oppure in oro. E’ soprattutto nelle decorazioni che compaiono i motivi del più evoluto stile animalistico germanico. Era assai comune quella “a tre elementi”, cioè con fibbia con placca, controplacca e placca dorsale, ma il Museo dell’Alto Medioevo di Roma conserva anche elementi di una “cintura molteplice” ovvero una cintura con una piccola fibbia a placca fissa da una parte, un lungo puntale decorato dall’altra e tutt’intorno una serie di cinturini pendenti fissati alla cinta madre da placchette metalliche e chiusi all’estremità da puntali minori.

Spathe, sax e lance longobarde, Museo del Sannio, Benevento. Foto di Angelo D’Ambra

Arco, frecce e lancia

Della faretra non si hanno praticamente tracce, essendo di materiale deperibile, le frecce invece si presentano in fogge diverse, a punta triangolare, a tre alette, a foglia. Ovviamente non si è conservata l’asta in legno, mentre sono giunti sino a noi dei peduncoli in ferro che chiudevano la freccia all’estremità.

L’arco era in legno, ricurvo, con rinforzi nella parte mediana e le corde fissate alle estremità mediante fori ed intacchi. Ve ne erano di diversi tipi ma l’unico di cui si hanno cospicui resti è il modello di arco riflesso, tipico della popolazione delle steppe, ritrovato nelle tombe di Nocera Umbra. Questo arco è caratterizzato da un sistema di rinforzi in osso.

La lancia è forse l’arma caratteristica dei Longobardi. Ne esistevano di vari tipi, con le punte più o meno allungate, la forma più comune nelle necropoli longobarde italiane è quella a foglia d’olivo, molto semplice, con la cannula per l’inserzione dell’asta che si prolunga all’interno della lama. Tipi più tardi presentano alla base una coppia di uncini che in età carolingia saranno trasformati in alette.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto dalla rete, salvo dove diversamente indicato. In copertina, una foto di Angelo D’Ambra, mostra la facciata della Chiesa di Santa Sofia a Benevento

 

 

Fonti storiografiche:

J. Misch, Il Regno Longobardi d’Italia, Perugia 1979

J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Torino 2002

P. Moro, I Longobardi e la guerra: da Alboino alla battaglia sulla Livenza (secc. VI-VIII), Viella 2004

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *