L’arme della Real Casa di Savoia

L’arme della Real Casa di Savoia

L’arme della Real Casa di Savoia analizzata da Goffredo di Crollalanza, tratto dal Giornale araldico-genealogico-diplomatico, Fermo 1874.

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Sendoci proposti d’illustrare araldicamente e storicamente le armi de’ sovrani regnanti e delle più illustri famiglie italiane, noi non sapremmo meglio esordire in questo nostro compito se non dando la dovuta precedenza alla Regia Casa di Savoja, la cui arme ci ricorda l’antica origine reale della medesima, le geste onorande de’ suoi magnanimi principi, gl’ illustri parentadi, le conquiste gloriose e le dedizioni spontanee. Fra le regnanti la più antica di Europa, prima fra le più illustri d’Italia, della nazione la più benemerita e cara, la Dinastia Sabauda ha saputo in ogni tempo cattivarsi l’amore e la riconoscenza de’ suoi soggetti, l’ammirazione e la stima de’ potentati e de’ popoli stranieri. Questa famiglia di santi e di eroi si è circondata di tale un’aureola di splendore e di gloria, che qualunque lavoro si faccia su di essa, non può non procacciarsi le simpatie e i suffragi dell’universale. A chi volge curioso e compiacente lo sguardo all’arme del nostro ben amato Sovrano, e non sa spiegarne i simboli, noi vogliamo dire: quella croce che tu ammiri ti fa fede che un ascendente del tuo Re prese un giorno la parte del popolo oppresso contro i nemici oppressori; vogliam dire al pittore che disegna a neri tratti quell’aquila: l’emblema che tu dipingi è l’insegna di un’ illustre città, che sdegnando il dominio straniero si dava spontaneamente ai principi sabaudi, a principi italiani. E così di seguito. Ma senza più trattenerci in siffatte descrizioni drammatiche, passiamo senz’altro ad appagare la curiosità dei nostri lettori colla esposizione araldica e storica dell’arme della R. Casa di Savoja:

Lo scudo di essa è inquartato.

Nel I gran quarto, rinquartato: d’argento nel primo, alla croce potenziata d’oro accantonata da quattro crocette potenziate del medesimo, che è di Gerusalemme; nel secondo, fasciato d’ argento e d’ azzurro di dieci pezzi al leone rampante di rosso, armato, lampassato e coronato d’ oro, colla coda biforcata e passata in croce di S. Andrea, braccante sul tutto, eh’ è di Lusignano; nel terzo d’ oro al leone rampante di rosso, armato e coronalo del campo, lampassato d’ azzurro, che è d’ Armenia; nel quarto d’ argento al leone rampante di rosso, armato e coronato d’ oro, lampassato d’azzurro, colla coda biforcata e passata in croce di S. Andrea, che è di Lussemburgo.

Nel II di porpora al cavallo vivace, allegro, accigliato e contornato d’ argento per l’alta Sassonia, partilo di Sassonia moderna, ossia fasciato d’oro e di nero di otto pezzi al crancelino fiorito di verde posto sul tutto in banda. — Il tutto innestato d’ argento a tre puntali di rosso, eh’ è l’arme d’Anglia.

Nel III d’ argento seminato di plinti di nero, al leone rampante dello stesso, armato e lampassato di rosso, per il Ciablese; partito d’Aosta, clic è di nero al leone rampante d’argento e lampassato di rosso.

Nel IV partito: a destra di Savoja moderna di rosso alla croce piena d’ argento, spaccalo d’azzurro a cinque punti equipollenti d’ oro del Genevese; a sinistra d’ argento al capo di rosso pel Monferrato.

L’inquartatura innestata in punta d’argento ali aquila col volo abbassato di nero, coronata del medesimo, per la Contea di Nizza.

Sul lutto d’argento all’aquila spiegata di nero, coronala dello stesso, caricata nel cuore dello scudetto rosso alla croce piena d’ argento, per Savoja antica.

Sul tutto nel punto d’onore lo scudetto di Sardegna, clic è d’ argento alla croce piena di rosso accantonata da quattro teste di moro attortigliate del campo.

Lo scudo è sormontato dall’elmo sovrano d’ oro cesellato, aperto e posto in maestà, ornato de’ suoi lambrequini d’argento e di rosso per Savoja moderna, o d’argento e di nero per Savoja antica, o finalmente d’ oro e d’azzurro pel Genevese. La corona è la reale d’ Italia; il padiglione di porpora frangiato d’oro, foderato d’armellino. La collana dell’ordine supremo della SS. Annunziata circonda lo scudo.

Dir tutto quanto si riferisce alla genealogia di questa illustre stirpe, che tanta parte ebbe, ed ancora ha nella storia d’ Italia e d’ Europa, sarebbe impresa troppo lunga per gli angusti limiti del nostro giornale; il perchè noi ci terrem paghi di fermarci esclusivamente sull’origine della medesima, come quella che ci apre la via a spiegare gli emblemi dell’arme.

L’ origine di questa schiatta generosa perdesi nell’oscurità di tempi remoti. Si è creduto fino a’ nostri giorni che il capostipite di essa fosse Beroldo, o Berardo o Bertoldo il Sassone discendente in quinto grado dal celebre Vitichindo, il fiero competitore di Carlo Magno; che il di lui figlio Umberto Biancamano ricevesse nel 1000 da Rodolfo IH di Borgogna 1′ investitura della contea di Moriana in benemerenza de’ servigi da lui prestati e della sua fedeltà; in seguito (1003) il governo della contea di Salmorence e quella di Nyon nel 1017, e finalmente nel 1024, la più importante, quella d’Aosta; che alla morte di Rodolfo, il conte Umberto avendo prese le parti di Corrado II il Salico, Imperatore, erede del trono di Borgogna, contro il pretendente Odone di Sciampagna, ne fosse da esso rimunerato coli’ investitura della contea di Savoja, del Ciablese, del basso Vallese e di S. Maurizio; ed infine che egli estendesse il dominio anche sul Genevese e sulla Tarantasia. Ma questa opinione fu nel 1840 vittoriosamente combattuta dall’illustre istoriografo Luigi Cibrario, il quale riuscì a dissipare il velo che celava i primi avvenimenti di casa Savoja, e con gentile pensiero a mostrarne regia ed italiana l’origine. Di fatto ei provò che Umberto Biancamano conte di Borgogna non fu altrimenti figlio del summenzionato Beroldo, ma bensì di quel Guglielmo, il cui genitore fu Adalberto II re d’Italia della stirpe de’ Berengari; discendente insomma di quei principi che prima reggevano il Ducalo di Spoleto, e che passarono in progresso di tempo ai Marchesati di Torino e d’Ivrea. Quest’ultima opinione è pienamente confermata dai documenti scoperti da Luigi Provana e da Gustavo Avogadro. Comunque sia, vediamo Umberto sovrano della Moriana, della Savoja, di molta parte della Tarantasia, del Ciablese, del Bugey, della contea di Voyron, della valle d’Aosta, e, dopo il matrimonio del figlio Odone colla contessa Adelaide nel 1047, la casa Savoja ingrandirsi delle contee di Torino e di Àsti e di quasi tutlo il Piemonte meridionale. Di conseguenza la nostra reale stirpe è non solo italiana per incolato e sovranità, ma eziandio per origine. Ma in questo caso d’onde viene nell’arme il gran quarto di Sassonia, composto di Sassonia antica e moderna e d’Anglia? Volendo attenersi alla prima opinione esso non è che un’arme d’origine, inserta forse da Umberto I o da alcuno de’suoi discendenti; seguendo l’opinione del Cibrario, noi siam di parere che sia un quarto di concessione. Infatti troviamo nella storia che 1′ imperatore sassone Enrico II il Santo in una delle sue calate in Italia conferì ad Umberto il governo del Ciablese e della vallata di S. Maurizio col titolo di conte di Savoja, come feudi dell’impero; e forse in quest’ occasione gli concesse anche il diritto di portar la sua arme.

Quanto allo stemma del Ciablese è probabile che lo abbiano tolto i conti di Savoja allorché Corrado il Salico loro ne fece donazione; ma più certamente nel secolo XIII quando Amedeo IV ottenne da Federigo li (1234) il titolo di duca del Ciablese, e conte d’Aosta. Questa città e sua vallala, dominio originario di Savoja, già feudo d’ Umberto Biancamano, conquistata definitiva mente dal conte Amedeo III, fu in processo di tempo eretta a ducato e ceduta spesso quale appannaggio ai principi del sangue. Il leone d’argento in campo nero, sua impresa particolare, fu posto nell’ arme di Savoja dal suddetto Amedeo III e sempre vi rimase.

Abbiam veduto Umberto Biancamano stendere i suoi possessi anche sul Genevese; seguiamo le vicende di questa contea. Sembra che Umberto, o più probabilmente il di lui tìglio ne abbia ben presto perduto il dominio, perchè la storia ci addita come sovrani di essa nel secolo XI i conti di Ginevra, i quali poi la cedettero ad Ottone e Umberto signori di Viliars. Ma Amedeo Vili di Savoja acquistò nel 1401 e nel 1411 le ragioni che questi aveano su quella contea, e tutto il Genevese fu incorporato ai domimi del Duca che ne fu investito dall’Imperatore Sigismondo nel 1422. Non dobbiamo però tacere che prima di Amedeo, Pietro II si era impadronito del castello, e nel 1664 per dedizione spontanea anche della città di Ginevra, il cui possesso non durò oltre due secoli e mezzo, perchè nel 1527 Carlo il Buono perdeva questa città insieme col paese di Vaud, colla contea di Romont e col basso Vallese, e Carlo Emmanuele I rinunciava nel 1603 a’suoi dritti di sovranità su di essa. Così non rimase ai principi di Savoia che il solo contado del quale vediamo lo stemma nella loro arme, cioè i cinque punti d’oro equipollenti a quattro d’azzurro.

Pietro II, il piccolo Carlo Magno, di carattere bellicoso ed energico, ampliò di molto i possessi che avea eredato da’ suoi maggiori. Venuto a guerra con Rodolfo di Habsburg, che avea invaso il paese di Vaud ed assalito il castello di Chillon, ne pose in fuga 1′ esercito, e ricacciò oltre i suoi confini 1′ audace invasore. Da questo fatto ebbe principio quella lotta quasi costante tra le due case di Savoja ed Austria, che, combattuta ad intervalli, ebbe termine a’giorni nostri coli’ unità d’Italia sotto lo scettro della prima. Pietro II fu quegli che aggiunse nell’arme di sua famiglia la croce di argento in campo di rosso, quella croce che fu simbolo del nostro riscatto, e che oggi di viva luce rifulge tra i colori nazionali. La ragione di questa inquartatura non si può ricercare se non nelle vicende italiane di quel tempo. Era il bel secolo dei comuni, e Pietro li n’ era il favoreggiatore. Egli volle dunque far sua l’impresa gloriosa di quelli per dimostrare che come avea comuni i principii, voleva aver comuni anche le insegne. Asti e Novara adottarono forse in quel tempo la croce suddetta, seppure non l’aveano per l’innanzi. Non tutti però sono del nostro parere, poiché molti opinano che Amedeo V avendo soccorsa la città di Rodi assediata da’Turchi nel 1315, ed inalberato il vessillo de’ Cavalieri di S. Giovanni, la croce bianca in campo di rosso, abbia questa inserita nel proprio stemma; ma qual valore può avere tale asserzione quando si sappia cha I’ arme di Savoja anche innanzi al 1315 era fregiata della croce? Il certo si è che dopo il secolo XIII le città di Savoja, del Piemonte e della Sardegna portavano in gran parte la sopraddetta insegna, e Chambery, Moncalieri, Bobbio, Lanzo sono fra queste; altre, come Cuneo, Mondovì.Oneglia, Aiguebelle, Alghero, Busca la posero nel capo per indicare la soggezione alla casa di Savoja. In questi ultimi tempi non poche città italiane, e fra queste San Gaudenzio di Toscana, presero ed inserirono la croce di Savoja nella loro arme; omaggio di venerazione e di gratitudine ben dovuto alla Dinastia, cui l’Italia è debitrice della propria indipendenza.

Ma pria che la croce, l’emblema de’principi di Savoja fu l’Aquila. Donde questa derivi noi non sappiamo. Forse quell’aquila spiegata e coronata di nero in campo d’argento, che probabilmente fu portata dallo stesso Umberto Biancamano, allude, giusta il linguaggio araldico, ad un principe saggio, prudente e magnanimo che fa prova della fede de’ suoi ministri, e forse di conseguenza a quel Guglielmo che si crede padre d’Umberto, o allo stesso Adalberto della schiatta de’ Berengari. Ad ogni modo gli è certo che l’aquila fu la primitiva e costante insegna delia casa di Savoja, iinchè Pietro II non la caricò nel cuore dell’arme decornimi, che inquartò eziandio nello scudo stesso. Per una strana coincidenza l’aquila di Sicilia è identica, e alcuni ne arguirono essere stata 1′ aquila inserita nello scudo sabaudo sol nel 1714, quando in forza dei trattati di Utrecht e di Radstadt Vittorio Amedeo li acquistò la Sicilia col titolo annessovi di Re. Opinione bastantemente contraddetta dai fatti e dai monumenti, perchè noi ci dispensiamo di spendere inutili parole per combatterla.

Ben più difficile è il precisare quando e come l’arme di Lussemburgo sia stuta ammessa fra i quarti di Savoja. Noi non crediamo però di partirci dal vero, o almeno dal più probabile, attribuendo ad Amedeo V il Grande siffatta inquartatura. È noto difatto che questo principe guerriero e di gran senno politico, il mediatore de’ re di Francia e d’Inghilterra, aderì all’Imperatore Enrico VII della nobilissima casa di Lussemburgo, e lo accompagnò a Roma per la incoronazione, onde n’ebbe la contea d’Asti, e l’investitura di quella di Savoja, del ducato d’Aosta, del Ciablese, del Marchesato d’Italia e delle signorie di Baugi e di Coligny, co’ titoli di Vicario e Principe del Sacro Romano Impero, e assai probabilmente colla facoltà di assumere nel proprio stemma l’arme dell’ Imperatore. Potrebbe anch’essere che ciò sia avvenuto più tardi, e precisamente nel 1416, allorché Sigismondo, altro Imperatore di quella casa, conferi ad Amedeo Vili, che avea riuniti i due domimi di Savoja e d’Acaja, il titolo di duca.

Ad Amedeo VII detto il Conte Rosso, è dovuta l’inserzione dell’aquila nizzarda, il perchè ci è nolo che quella città, per lungo tempo travagliata da civili discordie e contrastata dagli Angioini a Wladislao d’Ungheria credette di liberarsi di tante calamità colla dedizione spontanea, che nel 1388 di sè e del proprio contado fece a quel principe valoroso e magnanimo, in favor del quale tre anni dopo i principi d’Angiò rinunciarono definitivamente ad ogni loro preleso diritto sulla città e sulle vicarìe di Nizza.

Carlotta, figlia legittima di Giovanni III Lusignano re di Cipro, erasi disposata a Luigi di Savoja secondogenito del duca Lodovico, ed essendo stata violentemente discacciata dal trono paterno dal fratello naturale Giacomo II e non avendo prole, fece cessione nel 1487 di tutti i suoi diritti al nipote di suo marito, Carlo I il Guerriero, duca di Savoja, il quale da quei momento assunse e trasmise a’ suoi successori il titolo di re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia, regni che erano stati ne’ passati tempi soggetti al dominio de’ Lusignani, di cui Carlotta era la legittima erede- E fu allora che nello scudo di Savoja si vide effigiata la croce potenziata di Buglione, stemma di Gerusalemme, il fasciato ed il leone de’ Lusignano per il regno di Cipro, e il leone de’ Rubeniti (dinastia che per circa due secoli aveva dominato l’Armenia, e alla quale era succeduta la Lusignano), per il regno di Armenia, e i principi di Savoja assunsero il titolo di re di questi tre regni; titolo che fu riconfermato ad essi dai sovrani d’Europa nel congresso di Vienna del 1815.

Non però i soli principi di Savoja ebbero il titolo di re di Gerusalemme. Quasi tutte le case regnanti di Europa se lo arrogarono fra cui i monarchi di Francia, d’Inghilterra, d’Austria, delle due Sicilie, i duchi di Toscana e persino i marchesi di Monferrato. Quest’ illustre dominio degli Alerami era stalo dopo questi occupato dai conti di Biandrate, dai vescovi e poi dal comune di Chieri finché non ritornò ai primi, per passar quindi a’ Paleologi. I marchesi monferrini contesero lungamente colla casa di Savoja per la signoria del Piemonte, finché eslinta la dinastia de’ Paleologi, Carlo V dette il possesso del Monferrato a Federico II Gonzaga duca di Mantova nel 1535, malgrado le fondate pretensioni di Carlo III duca di Savoja per i molti parentadi contratti colla casa suddetta. Alla morte di Francesco Gonzaga avvenuta nel 1612, non avendo costui figli maschi, Carlo Emmanuele I pose in campo i suoi diritti sul Marchesato, lo che fu cagione di lunga guerra tra lui ed il fratello dell’ultimo duca di Mantova, alla quale presero parte anche la Francia e la Spagna. Ma colla pace di Cherasco e col trattato di Ratisbona (1630) una cospicua parte del Monferrato veniva ceduta al duca di Savoia, lasciandone la restante al duca di Mantova. Finalmente durante la guerra per la successione di Spagna, e coi trattati di Utrecht e. di Radstadt, Vittorio Amedeo il acquistò l’intiero Monferrato, Alessandria, Valenza, la Lomellina, la Val di Sesia, le terre possedute dalla Francia al di quà delle Alpi e la Sicilia col titolo di re. Così il Monferrato fu interamente incorporato agli stati di Savoja, e lo scudo d’argento al capo di rosso, che vedesi nell’ultimo quarto dell’arme da noi illustrata, è appunto lo stemma di quell alto dominio.

Vittorio Amedeo II non conservò a lungo la Sicilia, poiché riaccesasi di nuovo la guerra per gl’intrighi del cardinale Alberoni, ne seguì una pace svantaggiosa per l’Italia e per la casa di Savoja, e in cambio della Sicilia che fu data all’ Austria, fu ceduta la Sardegna a Vittorio Amedeo il quale conservò il titolo di re (1720). Ecco la ragione per cui fu posto nel punto d’onore lo scudetto di Sardegna, una croce rossa accantonata da quattro teste di moro in campo d’argento.

Carlo Emmanuele III e Vittorio Emanamele I estesero ancor essi i possessi della R. Casa ed altri perduti da’loro antecessori ricuperarono; ma la gloria di raccogliere in un sol corpo le sparte membra della nostra Italia, e di sottoporle tutte all’unico dominio de’reali di Savoja, era riservata a Vittorio Eramanuele II, e sono troppo freschi gli avvenimenti che produssero sì felice risultato, perchè non si debba esigere che noi qui li esponiamo.

L’arme di cui presentemente fu uso la casa di Savoja, come arme nazionale d’Italia, è la semplice croce d’argento in campo rosso; un ricordo de’ comuni italiani di quel tempo glorioso che la nostra storia ha registrato fra le più belle sue pagine. La corona reale sormonta lo scudo che è circondato dal collare della SS. Annunziata, e da due rami, uno d’alloro, l’altro di quercia, co’gambi passati in croce di S. Andrea. Il padiglione reale compie l’arme, alla quale si aggiungono spesso quattro o sei bandiere tricolori disposte ne’fianchi della medesima. 11 collare della SS. Annunziata, di cui lo scudo è circondato, è d’oro intreccialo a nodi fra le cui anella sono innestate le lettere F. E. R. T. e nel mezzo del quale in fondo allo scudo pende un medaglione circondato ugualmente dei suddetti nodi e rappresentante I’annunciazione della Vergine. Que’ nodi, che sono I” emblema del laccio di amore, di cui in origine intitolossi quest’ordine, furono disegnati da Amedeo VI il Conte Verde, institutore di esso, in onore di una dama che avevagli donato un braccialetto di capelli intrecciati, e quelle lettere che secondo i più hanno il significato di fortitudo ejus Rhodum tenuti alludono all’impresa di Amedeo V che nel 1310 avea liberato l’isola di Rodi dalle armi turchesche.

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