Mussoli aveva fatto sapere al cardinale Schuster che si sarebbe recato all’Arcivescovado per arrendersi al CLNAI. Al religioso, più di ogni altra cosa, premeva salvare Milano da ogni ulteriore sofferenza, tuttavia proprio il CLNAI, nelle persone di Cadorna, Marazza e Lombardi, si mostrò risoluto nel negare ogni trattativa, nel respingere ogni condizione di resa. Era il 25 aprile del 1945, Mussolini arrivò all’appuntamento alle ore 15.00. Di fronte alle richieste del CLNAI preferì abbandonare l’Arcivescovato e raggiungere Como.

Leo Valiani ricostruì tutto così: “Nella sala ottocentesca, tappezzata di damasco rosso, seduto sul divano, accanto al cardinale Schuster, con i delegati della resistenza antifascista seduti nelle poltrone in cerchio, Mussolini chiese a Marazza: «E così, avvocato, che cos’ha da propormi?». Indossava, il duce, la divisa di caporale d’onore della milizia fascista. Marazza, sempre tranquillo, con quel suo fare di buon padre di famiglia (e dire che è celibe), gli rispose: «Veramente le mie istruzioni sono molto precise e limitate. Io non ho che da chiedere ed eventualmente accettare la sua resa senza condizioni». «Non per questo sono venuto qui», replicò, gridando, Mussolini. Poi, abbassando la voce, chiese di conoscere le condizioni della resa. Lombardi gli dichiarò che si trattava di resa incondizionata, conforme alla sconfitta militare e all’insurrezione già in atto; aggiunse che, secondo gli accordi con gli alleati, il CLN avrebbe garantito, in caso di resa, il trattamento previsto dalle condizioni internazionali a tutte le forze fasciste, anche volontarie, che avessero immediatamente deposto le armi… Mussolini parve accettare: «Questa può essere una base di accordo, senza dubbio». Intervenne Graziani, richiamando il «duce» alle fedeltà verso l’alleato germanico, prescritta dalle «leggi del dovere e dell’onore». Mussolini ne rimase scosso e, dopo un po’ di riflessione, si rivolse ai presenti: «Cosa ne pensate?». «I rapporti di alleanza con la Germania non ci riguardano», gli rispose Lombardi, «con la Germania noi siamo in guerra”. E Marazza aggiunse: «I tedeschi stanno trattando la resa da parecchi giorni e, a quanto pare, non ne hanno informato il governo della repubblica sociale». «Ah! I tedeschi mi hanno tradito!» esclamò Mussolini. «Ci hanno sempre trattato come dei servi!”. Seguì una discussione confusa tra i gerarchi fascisti, alla quale partecipò anche il Cardinale che confermò l’avvenuta richiesta di resa tedesca.  Cadorna ripeté laconico l’ultimatum del CLNAI e del Comando generale. Ci fu ancora un battibecco tra Mussolini e Graziani e po il duce concluse: «Ho deciso, vado dai tedeschi, sono di ritorno fra un’ora». Uscendo, disse a Graziani: «Li farei fucilare tutti». Erano le sette e un quarto. Il colloquio ebbe la durata di un’ora circa. La nostra delegazione non aveva oltrepassato i limiti del suo mandato… E’ passata l’ora di Mussolini. Il duce si fa vivo. Il Cardinale fa allora telefonare al prefetto della repubblica fascista. Questi fa presente che Mussolini è già partito da Milano. Probabilmente la paura dei tedeschi gli ha impedito di accettare la resa e di mettersi sotto la protezione del Cardinale Schuster”.

Conosciamo quale fu l’epilogo di quella precipitosa fuga del dittatore. Se quel pomeriggio del 25 aprile avesse accettato i consigli dell’Arcivescovo di Milano e si fosse arreso la sua storia avrebbe avuto un epilogo diverso comunque difficile da immaginare.

Mussolini sostò nella notte a Como, dibattendo ancora coi suoi uomini di ogni possibilità d’uscita da quella situazione. Si mosse il 26 lungo il braccio occidentale del lago, salì fino a Grandola probabilmente con l’idea di riparare in Svizzera, ma all’alba del 27 la sua colonna, affiancata da una compagnia di soldati tedeschi, si dirige verso Chiavenna per raggiungere Trento e Bolzano. Vennero fermati tra le località di Musso e Dongo da uno sbarramento collocato da pochi minuti sulla strada dai partigiani della 52° Brigata Garibaldi comandata da Pedro, un giovane conte toscano di nome Pier Bellini delle Stelle. Mussolini fu riconosciuto ed arrestato coi suoi uomini. La notizia giunse a Milano fulmineamente trovando una città ora totalmente in potere del CLNAI. Il rapporto del Comando della 52° Garibaldi al Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà, 52° brigata Garibaldi Luigi Clerici recita: “Venne annunziato l’avvicinarsi di una colonna motorizzata tedesca di forze rilevanti. Pedro, Pietro, Bill, interprete il signor Hofmann, si recarono a trattare col Comando tedesco sulla strada fra Musso e Dongo, la quale ultima località era stata il giorno precedente occupata dalle forze del nostro distaccamento Puecher, il quale aveva brillantemente provveduto al disarmo dei presidi tedeschi e fascisti. Il comando tedesco ci comunicò che era disposto a proseguire sino alla frontiera, via Valtellina, senza sparare un colpo, a condizione di essere lasciato passare con armi e bagagli. Non essendo il caso di attaccare battaglia, data la preponderanza delle forze nemiche, pensammo essere necessario guadagnare tempo con la scusa di dover andare a trattare col comandante della 1° divisione lombarda, Nicola, e chiedemmo quattro ore di tempo per la risposta. Mentre ci recavamo da Nicola, provvedemmo ad organizzare una eventuale resistenza, mediante lo sbarramento delle strade e l’opportuna disposizione e concentramento delle nostre forze nella zona. Presi accordi con Nicola, tornammo dal comandante tedesco a riferire che la colonna poteva passare, però fino al Ponte del Passo, oltre il quale avrebbe dovuto prendere ulteriori accordi con i comandi delle nostre formazioni che avrebbero incontrato sul cammino. Mettemmo però le condizioni che un’autoblinda che si trovava con i mezzi tedeschi ed era carica di fascisti dovesse fermarsi e che avremmo potuto fare una ispezione su tutti i trasporti tedeschi per controllare che non vi fosse alcun cittadino italiano… Ai fascisti dell’autoblinda si comunicò che se non avessero ceduto le armi li avremmo attccati. Dopo il loro rifiuto una violenta sparatoria fu iniziata con tutte le armi di bordo dai fascisti, ai quali rispondemmo con tutte le armi a nostra disposizione e che avevamo precedentemente piazzate; dopo circa venti minuti di fuoco i fascisti si arresero. Intanto l’ispezione della colonna tedesca avveniva sulla Piazza di Dongo, eseguita agli ordini del comandante del Puecher, Bill. Su uno dei camions tedeschi veniva segnalata a Bill la presenza di una persona in posizione sospetta. Egli salì sulla macchina, riconobbe nell’individuo Benito Mussolini, lo arrestò e lo fece condurre in un salone del Comune di Dongo, ove venne trattenuto sotto custodia. Dopo circa dure ore, provvedemmo al trasporto di Mussolini nella Caserma della Finanza di Germasino, ove venne sottoposto a strettissima vigilanza, decidemmo inoltre di trasportrlo nel corso della notte in altra località sicura, ove trattenerlo in attesa di ordini da parte di codesto Comando generale. Il trasloco fu eseguito con la massima segretezza, e Mussolini e la Clara Petacci vennero condotti in una località molto vicina ad Azzano, ove vennero trattenuti in una casa sicura. Il giorno seguente, il 28 aprile, giunse a Dongo il colonnello Valerio, del Comando generale di Milano, il quale ordinò di consegnargli Mussolini, la Petacci ed altri prigionieri politici”.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rte