Sebenico sorge davanti alla foce del fiume Cherca, in Dalmazia, e fu al centro di un violento assedio turco nel 1647.

In quegli anni si combatteva la Guerra di Candia tra la Repubblica di Venezia e l’Impero ottomano ed i turchi pensarono di muovere guerra anche in Dalmazia per costringere il Senato di Venezia a ripartire le sue energie su due fronti.

Ebrahim, pascià di Bosnia, era contrario all’impresa, tuttavia il Sanjak-bey di Cherca- Licca e suo figlio Dorragebeg, nonostante questo divieto, calarono nelle pianure di Zara e si impossessarono del Castello di Novegradi. Li respinsero i veneziani di Leonardo Foscolo, generale della repubblica, e Marc’Antonio Pisani sino a Zemonico, occupando poi Scardona e Canina ed assicurando così la Dalmazia a Venezia.

Però da Istanbul iniziò la sua marcia Mehemet Techeli, nuovo governatore della Bosnia, con seimila giannizzeri e due mila cavalieri spahy; Techel attraversò il Montenegro ed arrivò sino a Dubrava qui, bramoso di schiudersi uno spazio sull’Adriatico, pensò d’occupare la sponda sinistra del Cherca, conquistando Sebenico. Procedette allora ad attaccarla con le sue schiere. Era la primavera del 1647.

Le sue navi di Techeli apparvero davanti alla città, mentre il grosso delle fanterie era ancora fermo a Dernis. Sebenico all’istante inviò richiese d’aiuto a Venezia che rispose fornendo mastri, manovali, viveri, munizioni, e soldati. In questo breve arco di tempo fu eretta la Fortezza di San Giovanni, a volte chiamata di Forte di Sant’Ivan per una piccola cappella che era precedentemente lì collocata. Il forte fu costruito rapidamente dai cittadini sotto le direttive dell’ingegnere francescano Antonio Leni di Genova e si rivelò fondamentale per garantire la difesa cittadina diretta dal Barone Kristof Martin di Deghenfelt. Fu pure ordinata la demolizione di tutte le case del sobborgo, munendo la città di linee difensive e ridotti e fu costruita, così, una tenaglia che congiungeva il nuovo Forte di San Giovanni al vecchio Forte di Sant’Anna.

I giannizzeri, il 22 agosto di quell’anno, s’accamparono sui colli circostanti. Erano circa quarantamila combattenti ma dovettero indietreggiare perché cannoneggiati dalle mura di Forte San Giovanni. Questa guarnigione era composta da quattromila fanti; tra questi cinquecento papalini capitanati dal maestro di campo Federico Mirogli, due mila sebenicensi e cinquecento cavalieri, scarso numero rispetto al nemico.

Il 25 agosto duecento turchi s’accostarono alle mura, ma furono subito respinti. Da quel giorno si susseguirono incessanti piccole zuffe che il nemico intraprendeva per stancare la guarnigione e dissimulare il vero assalto. I turchi piantarono due batterie proiettate contro il Forte San Giovanni. Il 28 un ampio schieramento scese nella valle antistante il Forte di San Giovanni mentre artiglierie e galee iniziarono un massiccio fuoco. I fanti furono posti in fuga da duecento sebenicensi ma erano indispensabili ulteriori soccorsi. In quegli scontri fu pure ferito il Mirogli. Conosciute queste difficoltà Foscolo spedì altre due galee e mille fanti morlacchi. I turchi invece trasportarono due cannoni da trenta e da cinquanta posizionandoli ancora verso Forte San Giovanni. Quella notte, sotto una pioggia scrosciante, un cannone fu portato dai cristiani su Monte Pisach mentre i turchi pensavano di continuare il fuoco ed avanzare tra il castello e la città tagliando fuori coloro che ne di fendevano il posto, prima di dare l’assalto vero. Fortunatamente proprio il cannone di Monte Pisach bloccò questi piani.

Giunsero ulteriori rinforzi da Zara, circa centocinquanta fanti italiani e quattro barche armate, mentre il Foscolo avviò una diversione su Licca, nel corso della quale si ferì, mettendo a sacco il forte di Grado. Dopo un consiglio di guerra tenutosi presso la camera del Marchese Mirogli, che giaceva a letto ancora cagionevole di salute, fu lanciata una sortita dei morlacchi per provare a rapire uno dei cannoni nemici, ma non andò a buon fine.

I turchi, il 31 di agosto, assalirono Sebenico sotto una pioggia violenta continuando anche di notte attaccando la tenaglia che congiungeva i due forti. Qui furono efficacemente respinti. In due giorni si contarono quaranta morti e sessanta feriti tra i cristiani, più di quattrocento morti tra i turchi. Il 5 di settembre, durante un ininterrotto cannoneggiamento, partì un attacco dei fanti italiani e morlacchi dalla tanaglia, supportato dai picchieri tedeschi. Si combatté per due ore ed i turchi ebbero oltre cento morti. Foscolo allora volle inviare altre due compagnie di morlacchi, una galera, cannoni e viveri, anche Venezia spedì cannoni ed altri approvvigionamenti.

Era un’apparente situazione di stallo, in realtà insostenibile per Sebenico. Le scaramucce continuavano logorando la guarnigione, cagionando morti e feriti, come i cannoneggiamenti che imponevano continui e pesanti lavori di riparo delle mura. I turchi avrebbero presto avuto successo di quel passo. Il 9 settembre pure il visir, con la scimitarra ben alta, si mostrò alla guida degli assalti biancheggianti dei turbanti dei cavalieri spahy. Fu allora che una piccola breccia nella parte settentrionale delle mura si mostrò agli assedianti. Per loro fu però impossibile avanzare sin lì sebbene si apprestassero a portare sul campo travi, fascine e funi per la scalata. Anche quell’attacco era fallito.

Il Foscolo, ancora mal fermo in salute, si precipitò allora con le sue navi a Sebenico con centocinquanta corazze, duecento dragoni e quattrocento fanti. Quando mise piede in città fu salutato da una salva d’artiglieria. Diffuse grande euforia con la notizia che cinquecento fanti tedeschi, cinquecento italiani e cinquecento granatieri dalle rive del Mincio s’apprestavano a portare i loro soccorsi. L’eco di ciò raggiunse anche Mehemet Techeli e lasciò sbigottiti i suoi generali. Fu così che i turchi all’alba del dodici levarono i loro cannoni ed abbandonarono le postazioni.

Capito che il nemico s’apprestava a ritirarsi, si pianificò un assalto ed alle 10 di sera del giorno 13 settembre, cinquecento fanti croati ed albanesi, con morlacchi e sebenicensi, al segnale pattuito di tre razzi, si spinsero di corsa sino ai padiglioni ottomani, devastandoli, ingaggiando battaglia in una mischia sanguinosa, prima di rientrare a Sebenico.

Due ore prima dello spuntar del giorno, Techeli coi suoi partiva alla volta di Dernis. L’assedio era finito. In un mese di combattimenti, Sebenico aveva perso 4000 soldati e centinaia di migliaia erano i morti tra civili per malattie e ferite.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Fenzi, L’Assedio di Sebenico del 1647; G. B. Nani, Degl’istorici delle cose veneziane