Bitonto tira fuori dalla sua ricca storia una composizione medioevale carica di spiritualità.

E’ forse tra i documenti più importanti della narrativa religiosa d’età angioina. “Va a lo Chalvario la dolente madre” è una lauda sulla Passione di Cristo del 1352 che si caratterizza per la struttura dialogata. Le strofe alternano le battute dei diversi personaggi e sviluppano una scena drammatica a più voci.

Sono tre i protagonisti della composizione, l’Historico, la Dolcente Madre e lo Juda. Essi costruiscono una rappresentazione drammatica dal contenuto sacro e dai tratti teatrali e popolari.

L’Historico recita l’introduzione che apre la lauda:

“Va a lo Chalvario la dolente madre
e Juda incontra in mezz’a turbe e squadre:
ei battesi lo capo con sue mani ladre
ed ella il prende mesta a rimbrottare”.

La Dolente Madre principia rivolgendosi a Juda, afflitta e piangente:

“O Juda, perchè ‘l meo charo filglio,
ch’era acchessi biancho et dolze ziglio,
tu me’l distrupasti et di vermilglio
sangue ‘i festi tocto ad beverare?”.

La risposta di Juda è un autoaccusarsi, spontaneo e pentito:

” ‘Nnocente era: ma in tristo pensèr meo
volli mirar, se di chi’l dicea reo,
si districasse in suo poteri di deo:
hor veggo quant’è ‘l meo protervo errare”.

Il dialogo continua con la Dolente Madre che, nonostante un profondo stato di prostrazione, apre al perdono:

“O Juda, Juda, male attossecato
hai l’anema del meo filglio adorato:
Juda, hor pentir ti dèi, chè perdonato
serai da lui, che ognor vuò perdonare”.

Juda però non accetta assoluzioni ed annuncia il suo suicidio:

“No! Mirate là giù ‘l legno inalzato,
indove lo Figliuol han cruciffiato:
hor qua, a lui de la fronte, me appicchiato
dampnato me vedrete appenzolare”.

La lauda è chiusa dall’Historico che torna a chiedere il perdono di Juda attraverso la mediazione della Dolente Madre:

“Vergine, a noi non fia si come a Juda:
disperanza lo nostro chor refuda:
deh, fate che la vita noi si chiuda,
Vergine, in ciel a Christo Dio laudare”.

“Va a lo Chalvario la dolente madre” è attribuito ad un anonimo della Fratria dei Bianchi di Bitonto e veniva recitato con l’accompagnamento di tamburelli e fisarmonica alla fioca luce delle candele serali ovviamente nella Settimana Santa.

Vi affiora un forte elemento popolare nella lingua che riproduce, con evidenza, forme dialettali a testimonianza dell’antichissima origine della drammaturgia di tradizione bitontina. Opere del genere erano la principale tipologia di componimento della letteratura religiosa; di esse la più nota resta quella di Iacopone da Todi, “Donna de Paradiso”, che forse innaugurò questo un genere lirico-narrativo.

 

 

 

Autore: Angelo D’Ambra
Fonte foto: dalla rete
Bibliografia: F. Babudri, Una lauda drammatica trcentesca di Bitonto del 1351