Celebrate le esequie di Giovanna II, i seggi di Napoli elessero 20 rappresentanti, chiamati Balii, cui destinarono l’amministrazione in attesa della venuta di Renato di Valois-Angiò, designato erede dal testamento della regina. Le difese erano affidate a Giacomo Caldora, Antonio Pontadera e Micheletto da Cotignola mentre i sostenitori degli aragonesi sollecitavano Alfonso a tornare a Napoli.

Il Magnanimo inviò in Calabria il Conte di Geraci, Giovanni Ventimiglia, con mille cavallieri ed, a Napoli, Carrafello Carrafa con l’intento di raccogliere consensi. Il primo a mettere piede nel Regno fu proprio Alfonso d’Aragona che volse le sue navi all’assedio di Gaeta. L’iniziativa si rivelò disastrosa: furono catturate dodici navi, una galea bruciata ed un’altra affondata, lo stesso Alfonso fu fatto prigioniero con tutto il suo stato maggiore composto da nobili d’alto rango della Corona d’Aragona. Renato però tardava a raggiungere Napoli, non poteva farlo perchè il Duca di Borgogna lo teneva prigioniero ed i suoi partigiani dovettero affidarsi alla luogotenenza di sua moglie Isabella di Lorena.

Ella entrò a Napoli il 18 ottobre del 1424, dopo essere sbarcata a Gaeta. La accolsero nella capitale con pompa reale e, sotto il baldacchino, affiancata dal Conte di Nola, ricevette giuramenti ed omaggi. Tutto sembrava destinarsi al meglio ma, con un clamoroso colpo di scena, Filippo Maria Visconti, Duca di Milano e carceriere di Alfonso d’Aragona, lo liberò. Il Magnanimo tornò allora nel Regno e, supportato da numerosi tradimenti nel campo angioino, anzitutto quello di Raimondo Orsini, Conte di Nola, conquistò la Puglia e la Calabria, spingendosi in Irpinia.

Isabella chiese soccorso al pontefice che le inviò le armate di Giovanni Maria Vitelleschi ovvero quattromila cavallieri e mille fanti. Alcuni feudi furono recuperati in Terra di Lavoro e Molise per poi porre sotto assedio Montesarchio. Prospettando un intervento contro gli angioini, il Principe di Taranto, fedele ad Alfonso, si acquartierò a Montefusco con milletrecento cavallieri e duemila fanti. I due eserciti vennero allo scontro ed il Vitelleschi riuscì a mettere in fuga le truppe nemiche catturandone il capo. Quando la notizia giunse ad Alfonso, questi corse ad ingaggiare battaglia col nemico presso Nola costringendo Vitelleschi a riparare verso Montefusco ed a contrattare la liberazione del Principe di Taranto.

Compresa l’impossibilità di avere la meglio nel breve periodo, Vitelleschi abbandonò il regno e gli angioini potettero contare solo su Caldora. Li coglieva però anche una notizia positiva: Renato era stato liberato e con l’aiuto della Repubblica di Genova poteva sbarcare a Napoli.

Il 12 maggio il francese cavalcò per le strade della città mentre Caldora aveva chiari gli ordini di espugnare Scafati ed aprirsi così la strada verso la Basilicata e la Calabria. Ciò avvenne rapidamente poi il condottiero seguì Alfonso in Abruzzo. L’Aragonese aveva un esercito assai numeroso, pari a circa diecimila unità mentre Caldora ne contava appena cinquemila. Tuttavia Alfonso evitò lo scontro preferendo occupare il Contado di Celano. Caldora pose d’assedio Sulmona e qui fu raggiunto da Renato. L’assedio fallì ma l’Angioino non demorse ed inviò un guanto di sfida ad Alfonso. Il Magnanimo l’accettò ma chiese uno scontro aperto a tutto l’esercito nella pianura tra Nola ed Acerra. Renato accettò ma contestò la scelta del luogo. Alfonso vi si recò egualmente senza che Renato comparisse. L’Angioino era intento a recuperare tutte le città d’Abruzzo. Indispettito, Alfonso passò subito ad assediare Napoli per terra e mare. Questo primo assedio durò trenta giorni e fallì per una violenta pioggia che costrinse l’Aragonese a ritirarsi a Capua. Renato intanto, riconquistate le terre perse nel Nord del Regno, ritornò a Napoli.

Alla riapertura delle ostilità, dopo una debole tregua sancita con l’intervento degli emissari di Carlo VI di Francia, un colpo apoplettico colse il Caldora durante l’assedio di Montesarchio. Fu suo figlio Antonio a continuare l’iniziativa militare, ricevendo inoltre l’ufficio di Gran Contestabile del Regno ed anche quello di Vicerè degli Abruzzi, ma tra lui e Renato d’Angiò, dopo una prima intesa, si accese il sospetto: l’Angioino, accusato il condottiero di tramare con Alfonso, lo fece prigioniero. Fu una mossa errata perchè Caldora fu liberato da un tumulto di suoi soldati e poi, dopo una tregua i cinquanta giorni, passò a sostenere Alfonso d’Aragona. Il Magnanimo, temendo che accogliere il principale condottiero del campo nemico avrebbe potuto generare malumori nel suo esercito, rifiutò l’appoggio di Caldora chiedendogli solo la resa del Castello di Aversa.

Rimasto isolato e debole, Renato rimandò in Provenza la moglie. Provò dapprima a concertare la pace con Alfonso proponendogli l’adozione di suo figlio Giovanni come successore, poi, supplicato dai suoi partigiani, si appellò alla Repubblica di Genova. I genovesi gli mandarono il condottiero Avano Cibò con vettovaglie ed 800 balestrieri, pure Francesco Sforza gli mandò un contingente di uomini guidato da suo figlio Alessandro.
Gli angioini però furono sconfitti a Troia, di lì a poco anche Ischia passò ad Alfonso che potè così puntare nuovamente all’assedio di Napoli.

Fu questo quello vincente e Renato d’Angiò abbandonò tutto salpando su navi di soccorso genovesi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Immagine di copertina tratta dal “Compendio delle vite dei re di Napoli” di Pompeo Sarnelli