Le esequie solenni celebrate a Napoli in memoria di Vittorio Emanuele II sono così descritte ne L’Illustrazione Italiana del 24 marzo 1878. Si tennero nella Chiesa del Gesù, riccamente ornata, e registrarono una grande partecipazione di popolo. L’articolo dà pure notizia di una raccolta di fondi per l’erezione del monumento in memoria del defunto re.

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È stata una commemorazione ben riuscita quella dei funerali al Re Vittorio Emanuele, celebrati il 15 febbraio a Napoli nella bella e vasta chiesa de’ Gesuiti. Una commissione d’artisti, a capo dei quali il Morelli, avea trasformata la chiesa come in una sala funebre. Dalla porta al centro della crociera latina velluti e veli abbrunano e chiudono i lati della navata, interrotti solo da quattro pennoni ricordanti i vessilli de’ Seggi della nobiltà di Napoli. Il vasto cielo tutto nero della navata è corso da una striscia di stelle d’oro che guidano gli occhi dalla porta al centro del tempio. Colà s’erge dal suolo, nel centro della crociera, un catafalco monumentale arditissimo, d’un sedici o diciotto metri d’altezza. Cinque o sei scalini coverti di velluto scarlatto, formano la base d’un gran dado di sasso, intorno al quale, ripartita per le quattro facce del dado, corre l’iscrizione dettata dal Ranieri: Messo di Dio – Venuto a compiere – La ritardata profezia – Di Dante Alighieri.

Sul dado sei guerrieri medioevali, chiusi nell’arrai e benissimo atteggiati, di statura doppia del vero, portano sulle spalle la bara del Re; e su questa un cuscino che reca la corona e lo scettro. A piè del dado, seduta, e col capo coperto, guardando a terra, una figura bianca di Partenope, modellata con gran verità d’atteggiamento e di pieghe, depone ghirlande di fiori a piè della bara, e spicca tra un fascio spiegato delle dodici bandiere decorate delle medaglie al valor ci vile della nostra Guardia nazionale del 1860. Son le vere bandiere un po’ sbiadite, che ogni napoletano ravvisa bene, ritornando con la mente a quel tempo fortunoso.

A lati della gran massa bruna e lampeggiante d’armi del catafalco, lungo le due braccia più corte della crociera, spiccano sul nero delle pareti le ingiallite bandiere antiche delle Ottine di Napoli, tratte dal museo municipale di S. Martino: ed in fondo a queste braccia della chiesa brillano, da una parte, la croce dell’Ordine mauriziano, dall’altra quella della Corona d’Italia. Sul catafalco sormonta, quasi librata in aria, una gran Corona ferrea gemmata, da cui si partono quattro gran lembi di porpora e di velo nero che scendono dalla Corona e son ripresi dai quattro pilastri centrali della chiesa. Su questa Corona e sotto la cupola, una gran raggiera con le lettere d’oro V. E. Lo spettatore vede sulla porta maggiore per cui è entrato la stella d’Italia a cinque raggi, scintillante nel fondo nero, per una gran luce dorata che attraversa la stella, risultante da piccoli vetri commessi e illuminati di dietro. E, dal centro di questa stella, quando s’intuona il Lux perpetua luceat ei, piove sul fosco catafalco centrale un gran raggio di luce elettrica, che lo avviva, e lo fa distinto. I guerrieri allora lampeggiano e sembrano animarsi, la bara si colora de’ suoi scudi di Savoia e brilla, la Corona ferrea sembra librarsi per virtù propria nell’aria, ed il monogramma del Re, che sormonta ogni cosa dalla raggiera, gitta gran lampi d’oro sul fondo nero. Tranne questi intervalli, la scena è illuminata, sol quanto basta, da grandi lampade di forma antica e da candelabri di stile egizio, sormontati da alcune centinaia di grossi ceri. Ciò che potea essere soverchiamente scenico nel concetto artistico è così giustamente temperato dalla scarsa luce. L’impressione che se ne riceve è grande e degna della commemorazione e della grande città che l’ha fatta.

La facciata della chiesa, severa, ch’era quella di un gran palazzo donato dai Sanseverino ai Gesuiti per farvi questa chiesa, una bassa facciata tutta uguale, di bugne di piperino a punte di diamante, interrotte solo da una porta da un finestrone, contribuisce a disporre l’animo dello spettatore, e non è stata guastata da alcuni arabeschi di buon gusto, dello stile longobardo di Montecassino, che circondano l’epigrafe A Vittorio Emanuele, senz’altro, che sormonta la porta.

Giunti alla musica, è stato un disinganno. Se si fosse lasciato solo il cannone a tirar di lontano, ogni cinque minuti, come ha fatto durante la messa, penso che sarebbe stato meglio. Questi funerali costano al Comune 80,000 lire.

L’ordine è stato perfetto in chiesa, essendo tutta riservata agli invitati, quattro o cinque mila, durante la messa. Il popolo fu ammesso a veder la chiesa nei due giorni successivi. Questa distinzione fu consigliata dal doloroso caso del vostro Duomo.

Il 14 marzo, anniversario della nascita del re Vittorio Emanuele, il professore De Sanctis dovendo leggere nella gran sala dell’Università un discorso commemorativo: con che si chiudono in Napoli le onoranze pel primo Re d’Italia. Resta ora a vedere dove, come e quando gli si ergerà in Napoli il monumento, pel quale son già raccolte un 170.000 lire.

Fonte foto: dalla rete