Il conferimento della cittadinanza romana e del patriziato a Giuliano de Medici, fratello di papa Leone X, nel 1513, fu forse la più sfarzosa festa del secolo alla corte romana. Per l’occasione, venne edificato, sul Campidoglio, un grandioso teatro in stile classico, tutto fatto in legno e tele dipinte, dove si recitò il Penulo di Plauto. Nello stesso teatro fu poi dato uno sfarzoso banchetto con ben sessantasette portate. La venuta a Roma di Carlo V, nel 1536 non fu celebrata con tanta magnificenza, nè lo fu il corteo di carri carichi di grano che salvarono la città dalla penuria negli anni di Giulio III, neppure ebbe egual pompa il ritorno di Marcantonio Colonna dopo la vittoria di Lepanto, nel 1571. Erano stati tutti eventi celebrati con carri addobbati, caroselli, fuochi, cortei e tavole imbandite di cibo per ore e ore. Famoso fu pure il torneo bandito da Pio IV per festeggiare le nozze dei nipoti Ortensia Borromeo e Annibale Hohenems. Tuttavia ciò che il popolo romano più amava furono le feste carnevalesche di Testaccio

Il carnevale si apriva il lunedì con una corsa di giovani, il martedì correvano gli ebrei, il mercoledì i vecchi. I corridori erano sempre tutti nudi, quando c’era pioggia, freddo o fango, e ciò si traduceva in un vero dileggio per i partecipanti. Agli ebrei, oltre all’obbligo della corsa, c’era anche quello di sborasre una tassa di millecentotrentuno fiorini per le spese dei festeggiamenti. Il giovedì seguiva la corsa dei barberi, cavalli provenienti dalla sponda nordafricana.  Al sabato, ognuno dei tredici gonfalonieri – o caporioni – dei tredici quartieri di Roma, conduceva nel suo rione un toro adorno di fiori, accompagnato da certi ministri in questua per raccogliere carni salate, ciambelle, formaggi e fiasconi di vino che l’indomani portavano in banchetto a Piazza Navona assieme ai tori. La seguente domenica i più nobili cittadini si radunavano in Campidoglio i più nobili cittadini, adornati di ricche e preziose vesti, e in corteo raggiungevano la via di Testaccio.

Aveva così luogo un fastoso corteo di carri di tutte le magistrature, le corporazioni, la nobiltà. Il rione di Trastevere apriva il corteo. Ogni rione aveva il suo carro trionfale colla sua insegna tirato da quattro bianchi cavalli, e seguito da dieci giovani cavallieri accompagnati ciascuno da sei staffieri, riccamente vestiti con uniformi livree.  I cavallieri erano seguiti dai gonfalonieri con dieci staffieri per ciascuno, preceduti dai tamburi. Seguivangli i maestri giustizieri, i riformatori dello studio, i due giudici del senatore, il capitano dell’appellazione, il putto della giustizia, i due cancellieri del popolo, i conservatori ed il senatore, i quali accompagnavano trecento soldati a piedi col loro capitano a cavallo. Chiudevano finalmente la pompa una folla di gentiluomini romani e forestieri tutti a cavallo.

Giunta questa pompa trionfale nel prato di Testaccio, sul monte si collocavano tredici carri tirati dai tori ed a ciascuno di essi erano legati giovenchi e porci. Su ogni carro poi era eretta un’asta dalla quale pendeva una canna di drappo rosato.  Così preparati, questi carri venivano sospinti giù dal Testaccio ed al loro seguito si lanciavano i cavallieri del precedente corteo, tutti giovani della nobiltà romana. Essi, sguainate le spade, assalivano i carri e combattevano tra loro per impossessarsi di porci, bovini e drappo. Scaturiva una vera e propria battaglia nella quale non mancavano feriti.

La giornata si completava poi con gioco della cuccagna, aperto alla partecipazione dei popolani che potevano arrampicarsi su pali unti di grasso per conquistare le cibarie appese, che erano state raccolte nella questua. Infine si torvana alle corse dei cavalli, dal monte Testaccio fino alle falde dell’Aventino, ed il premio del vincitori erano trenta canne di panno rosato.

Solitamente era questo l’andamento delle feste carnevaleschi al Testaccio, ma spesso la celebrazione subì variazioni. Fu nel Cinquecento – a partire dal pontificato di Leone X quando si videro dei cardinali, come l’Aragona e il Gara che, in maschera, accompagnavano i tori al Testaccio – che esse raggiunsero un grande seguito ed una coloratissima spettacolarità.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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