A Capua si sviluppò in età arcaica un luogo di culto destinato ad aver fitte schiere di pellegrini sino alla metà del I secolo a. C.. Parliamo del santuario capuano della Matuta, la “Dea Madre”, forse frutto di una stratificazione di culti diversi legati da una devozione a divinità femminili della fertilità.

Nella religione pagana dei popoli italici, Mater Matuta era la dea del mattino o dell’aurora e quindi protettrice della nascita degli uomini e delle cose.

Questo tipo di culto, forse praticato dagli strati medio-bassi dell’ambiente locale agricolo e conservatore con una propensione a nuclei familiari ampi, dette vita a produzioni di sculture in tufo, con evidenti influssi italici e greci, raffiguranti figure femminili assise in trono, solenni maternità con bambini in grembo, spesso chiuse in forme rigidamente geometriche.

Dell’antica divinità che fu simbolo della maternità c’è testimonianza nel Museo Campano di Capua dove quattro sale serbano le sculture che ornavano il santuario posto sull’Appia dopo San Prisco.

Le linee sono semplici, sembra che le figure femminili raffigurate abbiano vissuto lo sfiancamento di concepimenti plurimi. Molte di esse reggono a due a quattro a sei fino al numero di dodici, gli infanti in fasce sugli avambracci tesi e sul grembo.

Sono immagini molto distanti dall’eleganza dell’arte di influsso greco, le superfici sono ruvide, i volumi torniti, i tratti rozzi. “Chi ricorda – scriveva Amedeo Maiuri – innanzi a queste madri che null’altro esprimono se non fatica e il dolce peso della maternità, le Veneri ignude e tutta la leggiadra favola dell’amore delle pitture pompeane? Scene e motivi da rococò e da minuetto, innanzi a un corteo sacro di popolane ammantate e muoventi in preghiera verso un eremo alpestre”.

Le “Madri” si situano cronologicamente in un arco di tempo che va dal VI al II sec. a.C. e rappresentavano “ex voto”, un’offerta propiziatoria e l’espressione di un ringraziamento per la concessione del sommo bene della fecondità. Non c’è al mondo una collezione simile.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete