Sin dalla preistoria le pendici del Vesuvio furono abitate e coltivate. Nonostante il pericolo incombente, attorno alla mole solitaria del vulcano e nella grande pianura che esso domina sono sorti villaggi e fattorie. Ancor prima dell’arrivo dei greci, gli osci si dedicavano a diverse produzioni agricole scoprendo la vocazione di questo fertile territorio garantita dall’alto potassio delle lave. Con l’espansione romana, le pendici s’ammantarono di vigneti e fitti boschi di leccio dove si andava a caccia di cinghiali. A riprova di questa lunga storia di insediamento e coltivazione sono emerse antiche ville rustiche nell’area di Terzigno. Vere e proprie fattorie che hanno consegnato innumerevoli e preziosi reperti in gran parte conservati al MATT, il Museo Archeologico Territoriale di Terzigno.

Nel 1981, esaurita l’estrazione di pietra lavica, in Cava Ranieri affiorarono numerose evidenze archeologiche, cisterne, solchi di coltivazione… Al termine dei lavori di scavo, alla luce del sole c’erano tre ville romane denominate Villa 1, Villa 2  e Villa 6.

La prima di esse è parte di un vasto complesso risalente alla fine del II secolo a.C. e, come le altre, adempiva ad una funzione di fattoria. Accanto ad un’area residenziale, ricca e suntuosa ci sono dunque zone destinate alla coltivazione dell’uva ed alla produzione di vino. Gli scavi ci hanno consegnato il doliarium, la cella vinaria, un ampio ambiente aperto dove, conficcate nel terreno, sono inseriti dei dolia ossia dei grandi contenitori in terracotta per la conservazione del vino. Qui c’è pure una vasca per la fermentazione del succo d’uva.

La Villa 2 ripete lo stesso modello edilizio con una corte, la stanza del torchio, la cella vinaria, le stanze dei contadini, la cucina col focolare ed il forno. Qui si è trovato del vasellame in terracotta e si è pure individuato un triclinium, un soggiorno, dove si rifugiarono alcuni abitanti della villa al momento della famigerata eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. Sono infatti emersi scheletri di due cani e cinque esseri umani, tra i quali una giovane donna sul cui corpo si sono recuperati gioielli in oro e pietre preziose, un bracciale a forma di serpente con occhi in pasta di vetro verde, tre collane in oro. In quest’are si sono trovati pure un borsellino con ventuno denari, oggetti da tolette, un anforetta ed uno specchio d’argento con un manico a forma di clava ornato da pelle leonina che allude ad Ercole.

Nella Villa 6 un portico colonnato fornisce accessi a stanze decorate di mosaici e affreschi. I motivi floerali, geometrici e figurativi delle pitture forniscono un sorprendente gioco prospettico che dona una sorta di profondità quasi anticipando le pitture rinascimentali. Anche qui c’è un’area destinata alla produzione del vino, ma il rinvenimento più interessante è certamente la cucina perchè, accanto al focolare, al forno, alla macina per grano, presenta, su una delle pareti, un lararium, lo spazio destinato al culto domestico. Vi si distinguono gli antenati e le divinità familiari, due serpenti, spiriti benauguranti, che si avvicinano la pasto offerto su di un altare. Nella parte superiore è il genio familiare che sacrifica, alla presenza dei lari, una testa di maiale e spiedini con salsicce e anguille.

Non sorprenda la grande importanza che la produzione del vino aveva in queste ville. Terzigno, situato sul versante sud-est del Vesuvio, era nel bel mezzo dell’Ager Pompeanus, a circa sei chilometri a nord di Pompei, e qui il vino era uno dei principali prodotti d’esportazione, destinato ad ogni regione dell’Impero e persino in India. L’area vesuviana era rinomata per questa produzione tanto che Marziale ebbe a scrivere: “Bacco amò queste colline più di quelle native di Nisa”.

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra