I malanni che affliggevano le manifatture del Regno delle Due Sicilie erano noti alle autorità, ciò grazie anche ad un tenue dialogo con i borbonici liberali che continuarono sempre a sperare nelle riforme.

Dopo la rottura del 1848, consumatasi tra carcere ed esilio, tra l’area costituzionale della borghesia del Regno delle Due Sicilie e Ferdinando II, una collaborazione si tentò da parte di chi, negli avvenimenti rivoluzionari, aveva tenuto una posizione defilata. Oramai però il governo borbonico era divenuto sospettoso e respinse sempre ogni idea di cambiamento comportando la convinta conversione unitaria dei liberali del regno.

Carlo Santangelo, in una relazione al Reale Istituto d’Incoraggiamento, di cui ricopriva la carica di direttore, denunciò con dettaglio le serie problematiche del sistema produttivo esaminandone ogni ramo: “Non vi è dubbio, che in varie province del nostro Regno si produce la seta con la industria de’ filogelli, ma questa industria non ha un solo stabilimento, che potesse emulare con quelli del Lombardo-veneto, e della Sardegna. E’ un’industria questa di poche famiglie che la praticano senza norme, senza scelta di semenza, e di foglia, senza stabilimento setifero… Avemmo noi una fabbricazione di porcellana, introdotta prima per conto del Governo, ceduta in seguito a’ particolari. Ora più non esiste, per la deficienza di capitali. E’ per legge di natura che qualunque essere male organizzato debba finire. Lo stesso può dirsi delle nostre stoviglie, che mancano di ogni condizione per allontanare la concorrenza delle stoviglie e terraglie soprattutto dell’Inghilterra, la quale offre in questo genere perfezione, e risparmio; condizioni senza le quali non evvi concorrenza in industria. Infatti le fabbricazioni di Castelli da tempo immemorabile stabilite senza regole, e senza tutt’i mezzi industriali sono rimaste stazionarie. Sono stati consumati de’ milioni per lo stabilimento di fabbricazioni di tessuti di lana, di cotone, di filo di lino e canape; ma i milioni si sono esauriti, e le tante fabbriche sono fallite. …Il primo elemento della prosperità di una industria è la più grande consumazione de’ prodotti, lo che in quanto ai tessuti di lana non può avverarsi fra noi. Lo stesso è da dirsi delle fabbriche di tela di cotone e di lino. Noi abbiamo de’ grandi produttori, l’Inghilterra, la Francia, l’Alemagna, il Belgio, l’Olanda, l’Irlanda, ove la produzione è immensa, perché smisurate sono le richieste, ottimi i prodotti e bassissimo il prezzo. I nostri prodotti in questo genere non sono consumati che dal basso popolo, e perciò saranno sempre pochi, e non potranno mai giungere a perfezione” (C. Santangelo, Alcune idee sulle arti e manifatture nel Regno di Napoli, 1855).

Il quadro che si ricava non è roseo, una immagine impietosa di una economia stagnante e corrosa da gravi criticità: le manifatture seriche non reggevano il confronto con quelle estere, la fabbrica di porcellana non esisteva, quella delle stoviglie era di qualità infima ed il mercato si rivolgeva ai prodotti inglesi, le fabbriche di lana, cotone, lino e canapa non avevano più credito e chiudevano i battenti, il mercato era ridotto. Ad asserirlo non era un privato osservatore, ma il direttore di un istituto regio in una pubblicazione ufficiale. Il Reale Istituto d’Incoraggiamento conosceva bene questi problemi che rendevano l’economia meridionale arretrata non solo rispetto agli altri paesi europei ma anche al Regno del Lombardo-Veneto ed al Regno di Sardegna. Mancanza di capitali, ristrettezza del mercato, incapacità di fronteggiare la concorrenza ma anche assenza di figure professionali adeguate, si denunciava pure l’insufficiente livello di meccanizzazione delle industrie, ancora Santangelo scriveva infatti: “Non mancano fra noi i buoni fabbricati i quali danno de prodotti preferibili a quelli degli altri; ma questi che noi diciamo buoni, riguardo a noi sono pessimi in confronto di quelli di fabbriche straniere. I cuoi, le pelli ed i tappeti hanno pur fatto sperare un miglioramento; ma questo non è, né può essere paragonabile ai prodotti stranieri; poichè questi ci forniscono prodotti più perfetti, ed a prezzi quasi eguali ai nostri. La carta ha in qualche modo migliorato di comparenza, non di sostanza; ma quella che si fabbrica nel nostro Regno, non ci ha liberati dal bisogno della carta estera. Nelle mostre passate abbiamo veduto qualche buon cappello di paglia, o di feltro; ma pochi saggi non possono meritare il nome d’industria patria. Lo stesso dicasi delle fabbriche di vetri e cristalli. Diversi stabilimenti sono sorti, e quasi tutti sono caduti… Questi prodotti non possono mandarsi all’estero ove sono di qualità superiori, ed a più mercato prezzo. …L’oro e l’argento non hanno avuto alcun perfezionamento nel loro lavoro. Le manifatture estere, sono più ricercate perchè più eleganti e meno materiali, mentre sono lavorate con l’aiuto di macchine. …I lavori di acciaio che si eseguono principalmente in Campobasso progrediscono immensamente; ma essi si eseguono a mano, e senza l’aiuto delle macchine, come si pratica in Inghilterra e altrove”.

La situazione più grave si riscontrava nella Calabria Ultra da Giuseppe Antonio Pasquale, sotto Ferdinando II docente di Botanica all’Università di Napoli nonchè direttore dell’Orto Botanico della capitale: “Manifatture non ve ne sono nel senso di opifici o fabbriche. Nè vi potranno attecchire nelle attuali sue condizioni, nelle quali la scarsezza de’ capitali non che della popolazione, fa desiderare migliori svolgimenti e progressi da parte dell’agricoltura stessa e delle sue industrie agricole… Egli è vero che la mancanza de’ centri di consumo, fuori dalla cerchia della coltura de’ campi, lascia questa in assai meschino stato… Nella provincia adunque, se togli la trattura della seta le manifatture non escono dalla cerchia domestica, sì da soddisfare a’ bisogno più pressanti della vita…” (Giuseppe Antonio Pasquale, Relazione sullo stato Fisico-economicoagrario della prima Calabria ulteriore, Napoli 1863).

Le condizioni del Sud Italia erano in buona sostanza ferme ad uno stadio precapitalistico. L’economia era agricola e manifatturiera, non già industriale, e chiaramente uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico era rappresentato dalla mancanza di un sistema creditizio moderno. Anche questo un problema ben noto alle autorità. In Terra di Lavoro, per esempio, una richiesta di cassa di risparmio da parte degli agrari della Società Economia di Terra di Lavoro fu presentata nel 1838, di nuovo nel 1842, ancora nel 1846. Il governo prendeva tempo e chiedeva un progetto particolareggiato che si presentò nel 1852 ma le autorità non diedero mai risposte. La nascita di una cassa di risparmio e di prestito, proposta dalle Società Economiche in ogni provincia, riscontrò sempre la diffidenza dei ministeri borbonici e nel 1859 se ne contavano solo a Napoli, L’Aquila, Campobasso, Teramo e Salerno (A. Marra, La società economica di Terra di Lavoro).

Il giudizio negativo sullo stato in cui vessava l’economia del Regno delle Due Sicilie appariva confermato dal Giornale del Commercio del 15 luglio 1857 (in M. Petrocchi, Le industrie del Regno di Napoli) che individuava le ragioni delle pessime condizioni delle manifatture nella “mancanza di persone intelligenti che dirigano il lavoro, in altra parte scarseza, o mancanza assoluta di macchine, in altra parte povertà di capitali, e quindi povertà di mezzi, sistemi gretti, angustie continue; e quindi prodotto scarso e non buono”.

Una situazione aggravata dalla carenza di strade e di porti, dall’inadeguatezza delle infrastrutture. Ma perchè il governo si tenne fermo nel suo immobilismo nonostante non mancassero spinte alla modernizzazione in un contesto della cui arretratezza si era, tra l’altro, ben consapevoli?

Indubbiamente i Borbone non colsero le trasformazioni della loro epoca. Guardarono con diffidenza e timore ad un mutamento dell’economia e della società che potesse ridefinire ogni assetto in profondità. Nonostante la loro fosse una dinastia profondamente ancorata a tradizioni riformiste, – si ricordi Enrico IV che, calvinista, per accedere al trono di Francia, nel 1589, dovette abiurare la sua fede e capeggiare la persecuzione contro i protestanti nel corso della quale si delineò quell’assolutismo, assieme autocratico e riformista, che si fece illuminato nel Settecento e riuscì nella modernizzazione della macchina statale fino al punto da surclassare la nemica Spagna e piazzare un proprio esponente sul trono di Madrid, il Filippo V autore della “Nueva Planta” e padre di Carlo, emblema dell’assolutismo illuminato – i Borbone di Napoli ebbero paura, furono colti dai timori di derive politiche democratiche e antimonarchiche conosciute a partire dal 1799. E mentre in Spagna, i loro più vicini parenti, accettavano le sfide e le insidie della modernità, a Napoli tentarono di tenere il progresso imbrigliato in esperimenti belli ma senza funzionalità, come la Ferrovia Napoli-Portici e la Ferriera di Mongiana.

L’iniziativa accorta dei borbonici liberali, come Santangelo o come i riformisti delle Società economiche, mirava a realizzare un temprato cambiamento del settore produttivo per cogliere le opportuntà della rivoluzione industriale e generare un avanzamento industriale nel regno, ma fu sistematicamente ignorata o avversata dal governo borbonico che si chiuse nel cieco isolamento sino al tracollo del 1860, quando ormai era troppo tardi perchè la svolta costituzionalista di Francesco II potesse riscuotere consensi.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

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