Milano ai giorni di Ludovico il Moro era affollata di dame e cavalieri, francesi e milanesi, e di cavalli ricoperti di fastosi ornamenti. Cacce col falco, cacce col cane, cacce al cinghiale, feste, rappresentazioni teatrali, ogni occasione permetteva un incredibile sfogio di vesti, gioielli e acconciature.

Beatrice d’Este, chiamata novarum vestium inventrix dal Calmette, lavorava per intere settimane con le sue dame di corte alla lavorazione di abiti che dovevano sorprendere il marito Ludovico e le altre signore milanesi. Mutava colori, stoffe, tagli e finì con l’accumulare ottantaquattro vesti, cifra sbalorditiva per il Quattrocento. Alla più bizzarra di esse dette il nome di “porto de Genoa” perchè v’erano ricamati due fari, uno davanti e l’altro dietro, che ricordavano i fari che segnavano le rotte dei naviganti liguri, mentre altri due fari, di proporzioni più piccole, erano ricamati sulle maniche.

Beatrice d’Este amò esibire abiti sfarzosi sobrattutto nelle cacce, quando cavalcava con le sue dame nei boschi. talvolta vestiva “a la franzese”, recando in testa dei corni dai quali pendevano sino a terra dei lunghi veli, altre volte indossava stoffe che coi colori della natura s’intonavano perfettamente al paesaggio. Ma se Milano e Ferrara vivevano in una pace rafforzata dai vincoli di parentela, tra Beatrice ed Isabella d’Este c’era una vera e propria competizione così come tra dame milanesi e ferraresi. Il Morona, nelle sue Lettere ed orazioni latine, riporta che “tutti passano il tempo a’ teatri, a’ balli, a’ veglioni. Ci si trovano sempre le dame più belle, e, tra le prime, la marchesa di Mantova, Isabella d’Este, con un nugolo di signore di Ferrara e Mantova, simili in tutto a quella; le quali hanno per massima di non lasciar languire chi ama. Le milanesi poi non vogliono star indietro delle forestiere: avvezze ai doni e alle larghezze d’ogni maniera che ricevevano dai francesi”. Quando Isabella veniva a Milano faceva l’impossibile per apparire più bella nel vistire e nelle sue lettere si lagnava col marito Francesco Gonzaga di non possedere tanti vestiti quanto ne possedeva Beatrice.

Non meno attezzoso era Ludovico. Egli concentrò la sua vanità sui cavalli, parte essenziale dell’eleganza cavalleresca dell’epoca. Il Bandello riporta: “Vestiva molto riccamente, e spesso di vestimenta cangiava ritrovando tutto il dì alcuna nuova foggia di ricamo e di strafori ed altre invenzioni: le sue berrette di velluto, ora una medaglia ed ora un’altra mostravano; tacio le catene, le anella e le maniglie. Le sue cavalcature che per la città cavalcava, o mulo o ginetto o turco o chinea che si fosse, erano più pulite che le mosche. Quella bestia che quel giorno doveva cavalcare, oltre i fornimenti ricchi e tempestati d’oro battuto, era sempre da capo a piedi profumata, di maniera che l’odore delle composizioni di muschio, di zibetto, d’ambra e d’altri preziosi odori si faceva sentire per tutta la contrada. Ogni dieci passi, o fosse a piedi o cavalcasse, si faceva da uno dei servitori nettar le scarpe, né poteva soffrire di vedersi addosso un minimo peluzzo”. Di tanto in tanto il Moro si faceva vedere con abiti stravaganti. E’ rimasta nelle cronache la zornea di broccato con un orologio “cum li campanini” fisso al posto di un bottone.

Anche i cavalieri si ornavano con braccialetti che potevano valere fino a settemila fiorini, come di piume e pellicce. Leonardo da Vinci, con i suoi congegni adattati a stupire nei teatri e nelle feste milanesi, si adatto perfettamente alla mentalità della città. Milano fu maestra d’eleganza più che del ferro battuto? Forse. Si ricordi che a corte, come a Venezia, erano già diffuse le forchette e su alcune di foggia artistica della collezione Trivulzio vi si leggevano motti cavallereschi ed amorosi: “in te sola, dum vivam, chom fede, spero lucem, per fin che vivo, amor durat, fidelitas et amor, per amarte, da po’ la morte”.

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Malaguzzi-Valeri, La Corte di Ludovico il Moro, vita privata e arte