Leopoldo di Borbone, Conte di Siracusa e fratello di Ferdinando II, fu personaggio controverso eppure amatissimo, frequentò artisti ed intellettuali della corte napoletana, manifestò apertamente le sue idee liberali ed unitarie.

Era nato a Palermo, il 22 maggio del 1813, terzo figlio maschio di re Francesco I e della regina Maria Isabella di Borbone-Spagna. I suoi chiari atteggiamenti gli valsero non pochi problemi e, dopo un’esperienza come Luogotenente generale in Sicilia, non gli furono affidati mai incarichi pubblici. Col tempo s’era fatto molto severo nel giudizio sul governo di suo fratello Ferdinando e nel 1848 in una lettera alla madre scriveva: “Carissima mamma… Il nome di Borboni, grazie alle inutili e barbare esecuzioni e grazie all’eccidio di tante centinaia di vittime sacrificate ad un principio che non è certo quello del bene dell’umanità, risveglia un’idea di orrore in tutti, siano italiani siano esteri”. Di fatti fu allontanato più volte dal re ma era un uomo simpatico e di modi molto aperti e ciò gli valse l’amicizia dei più.

Artisti, intellettuali, collezionisti d’antichità, esponenti della nobiltà e liberali dichiarati erano accolti nel suo splendido palazzo alla Riviera di Chiaia dove lui manifestava apertamente la sua simpatia per il Piemonte auspicando una stretta alleanza col Regno delle Due Sicilie al fine di unire l’Italia.

Tra i suoi più stretti amici v’erano il rappresentante diplomatico del Regno di Sardegna a Napoli, il Conte di Groppello, e quel Giuseppe Fiorelli, illustre archeologo, che diresse gli scavi di Pompei e fondò il Museo Nazionale di San Martino.

Leopoldo di Borbone praticò la scultura con non pochi consensi, è tra l’altro suo il busto di Vico esposto alla Villa Comunale di Napoli, ma soffrì un infelice matrimonio con la sorella di Eugenio di Savoia-Carignano, Maria Vittoria Filiberta, decisamente di carattere a lui opposto.

Le sue idee politiche erano osteggiate a corte ma, alla morte di Ferdinando II, quando suo figlio Francesco gli succedette, furono molti quelli che palesarono la condivisione delle sue opinioni. Leopoldo le esplicitò con una prima lettera, risalente all’aprile del 1860, nella quale esortava il giovane re ad intraprendere la via liberale. Ebbe qualche successo e, di fatti, fu lui a convincere Francesco II a a firmare, il 25 giugno del 1860, la costituzione e poi l’atto di amnistia dei condannati politici.

Non ci sarebbe mai riuscito però senza l’appoggio dei fratelli, il Conte di Trapani ed il Conte d’Aquila, considerati a capo della corrente liberale napoletana ma al contempo non unitaristi.

Il 24 agosto del 1860, Leopoldo indirizzò ancora una lettera a Francesco II consigliando il sovrano di sciogliere dall’obbedienza i sudditi, consentendo loro di esprimere liberamente le proprie idee e posizioni politiche. Non essendo stati accolti questi suoi consigli, dopo sette giorni, scelse la strada dell’esilio e si imbarcò su una nave piemontese, la “Costituzione” (secondo Jager si tratta invece della “Maria Adelaide”), raggiungengo Genova, poi Torino.

Facciamo seguire il testo integrale di questa seconda lettera: “Sire! Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano la Nostra Casa, e non fu ascoltata, fate ora che, presaga di maggiori sventure, trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e più funesto consiglio. Le mutate condizioni d’Italia, ed il sentimento della unità nazionale, fatta gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di V.M. quella forza onde si reggono gli stati, e rendettero impossibile la Lega col Piemonte. Le popolazioni della Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero co’ loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo dolorosamente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze, ed in preda al sentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d’Italia si sollevarono al grido di esterminio lanciato contro la Nostra Casa, fatta segno alla universale riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che già invade le province del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina, che le inique arti di consiglieri perversi hanno da lunga mano preparata alla discendenza di Carlo III di Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del reame, e voi, un di speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, unica cagione di una guerra fratricida. Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la Nostra Casa dalle maledizioni di tutta l’Italia! Seguite il nobile esempio della Regale Congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini. L’Europa e i vostri popoli vi terranno conto del sublime sagrifizio; e Voi potrete, o Sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l’atto magnanimo della M.V. Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della Patria, e Voi benedirete il giorno in cui generosamente Vi sacrificaste alla grandezza d’Italia. Compio, o Sire, con queste parole il sacro mandato, che la mia esperienza m’impone; e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni. Di V.M. Affezionatissimo zio Leopoldo conte di Siracusa Napoli, 24 agosto 1860″

Con una terza lettera, infine, il Conte di Siracusa, prestava atto di sudditanza a Vittorio Emanuele II. Queste tre lettere, rese di pubblico dominio, destarono scalpore ed ebbero molta influenza sull’opinione pubblica, ma di lì a poco Leopoldo di Borbone morì con un colpo apoplettico a Pisa. Era il marzo del 1861

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:

G. Doria, Il Museo el a Certosa di San Martino, Cava dei Tirreni 1964

Dizionario del Risorgimento Nazionale, vol. III, Milano 1933

B. Croce, Un principe borbonico di Napoli, costante assertore di libertà, Bari 1944

P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone, l’ultimo re di Napoli, Milano 1982